Ue, il Recovery ad ostacoli
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNI
Quando vedi un personaggio come il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che fino all'altro ieri andava a braccetto dell'ungherese Orbán nella guerra ai rifugiati, diventare un intrepido paladino della causa dello stato di diritto, c'è evidentemente qualcosa che non va. E infatti ha ragione il ministro Amendola a sostenere, nell'intervista a Repubblica, che il varo del Recovery Fund rischia di finire impantanato nella guerra di veti che sta rallentando l'approvazione del bilancio europeo. Perché, come dicevano le nonne, a volte il meglio è nemico del bene.
Il Recovery Fund è il più grosso passo avanti nell'evoluzione della costruzione europea dai tempi del varo della moneta unica. All'Italia dovrebbe portare oltre 200 miliardi di crediti agevolati e finanziamenti europei mettendoci al riparo dalla bancarotta. I capi di governo lo hanno approvato al vertice di luglio, su proposta franco-tedesca, dopo tre giorni di d…
Il Recovery Fund è il più grosso passo avanti nell'evoluzione della costruzione europea dai tempi del varo della moneta unica. All'Italia dovrebbe portare oltre 200 miliardi di crediti agevolati e finanziamenti europei mettendoci al riparo dalla bancarotta. I capi di governo lo hanno approvato al vertice di luglio, su proposta franco-tedesca, dopo tre giorni di d…
Quando vedi un personaggio come il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che fino all'altro ieri andava a braccetto dell'ungherese Orbán nella guerra ai rifugiati, diventare un intrepido paladino della causa dello stato di diritto, c'è evidentemente qualcosa che non va. E infatti ha ragione il ministro Amendola a sostenere, nell'intervista a Repubblica, che il varo del Recovery Fund rischia di finire impantanato nella guerra di veti che sta rallentando l'approvazione del bilancio europeo. Perché, come dicevano le nonne, a volte il meglio è nemico del bene.
Il Recovery Fund è il più grosso passo avanti nell'evoluzione della costruzione europea dai tempi del varo della moneta unica. All'Italia dovrebbe portare oltre 200 miliardi di crediti agevolati e finanziamenti europei mettendoci al riparo dalla bancarotta. I capi di governo lo hanno approvato al vertice di luglio, su proposta franco-tedesca, dopo tre giorni di discussione accanita per vincere le resistenze dei governi cosiddetti "frugali" (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia) che non volevano creare un debito comune europeo.
Il problema è che il fondo è stato inserito nel progetto del bilancio Ue 2021-2027. Infatti prevede che la Commissione possa lanciare un prestito sul mercato, per poi finanziare i Paesi più colpiti dal Covid, proprio facendo leva sul bilancio comunitario. Ma nel bilancio comunitario si è cercato anche di inserire una clausola che condizioni l'elargizione dei fondi europei al rispetto dei valori fondamentali da parte dei Paesi che ne beneficiano. Sarebbe un modo per fare pressione su Polonia e Ungheria, che bloccano con il diritto di veto la procedura aperta contro di loro dalla Commissione per violazione dello stato di diritto.
Naturalmente a luglio Budapest e Varsavia hanno minacciato di bloccare l'accordo sul bilancio se fosse rimasta la condizionalità sui fondi. Per superare l'impasse, era stata adottata una formula abbastanza ambigua, che avrebbe potuto consentire a polacchi e ungheresi una scappatoia per evitare le sanzioni.
Ma i principali gruppi politici al Parlamento europeo, che ha potere di co-decisione in materia di bilancio, sono insorti. Socialisti, popolari, verdi e liberali hanno chiesto di ripristinare la condizionalità sui fondi per difendere il rispetto dei valori fondamentali. Nobilissima causa. Che, guarda caso, è stata subito sposata dai governi "frugali", contrari ad ogni solidarietà europea, ma ben decisi a difendere tutti gli altri valori su cui si fonda l'Unione. In realtà olandesi, austriaci e compagnia hanno visto nella polemica del Parlamento un modo per ostacolare, o quantomeno ritardare, il varo del bilancio 2021-2027. E con esso la partenza del Recovery Fund.
Una mossa ben calcolata. Infatti, appena si è tornati a parlare di condizionalità sullo stato di diritto, i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, repubblica Ceca e Slovacchia) si sono precipitati a minacciare il veto sull'approvazione del bilancio. Per l'ennesima volta, dunque, l'Europa si trova in ostaggio della regola dell'unanimità, che ancora governa le decisioni più importanti della vita comunitaria, dal bilancio alla fiscalità alla politica estera.
Ma quando Francia e Germania, per di più sostenute dagli altri grandi come Italia e Spagna, vogliono fortemente qualcosa, la regola dell'unanimità generalmente non porta a bloccare le decisioni della maggioranza. Obbliga piuttosto a trovare un compromesso con la minoranza di blocco. È quello che il ministro Amendola chiede, quando spinge per una mediazione della presidenza tedesca. Ed è quello che sta avvenendo.
Ieri la Germania ha messo sul tavolo una nuova proposta di accordo che accoglie in parte le riserve di Polonia e Ungheria. Farà storcere il naso a molti puristi dell'europeismo senza compromessi. Magari anche a ragione. Ma dovrebbe portare a sbloccare la situazione, sia pure con un po' di ritardo rispetto alla tabella di marcia che Berlino si era prefissata. E potrebbe consentire l'approvazione del bilancio 2021-2017, e quindi il varo del Recovery Fund. Per l'Italia e per l'Europa sarebbe comunque un bene. Se si vuole ottenerlo, il meglio dovrà aspettare.
Il Recovery Fund è il più grosso passo avanti nell'evoluzione della costruzione europea dai tempi del varo della moneta unica. All'Italia dovrebbe portare oltre 200 miliardi di crediti agevolati e finanziamenti europei mettendoci al riparo dalla bancarotta. I capi di governo lo hanno approvato al vertice di luglio, su proposta franco-tedesca, dopo tre giorni di discussione accanita per vincere le resistenze dei governi cosiddetti "frugali" (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia) che non volevano creare un debito comune europeo.
Il problema è che il fondo è stato inserito nel progetto del bilancio Ue 2021-2027. Infatti prevede che la Commissione possa lanciare un prestito sul mercato, per poi finanziare i Paesi più colpiti dal Covid, proprio facendo leva sul bilancio comunitario. Ma nel bilancio comunitario si è cercato anche di inserire una clausola che condizioni l'elargizione dei fondi europei al rispetto dei valori fondamentali da parte dei Paesi che ne beneficiano. Sarebbe un modo per fare pressione su Polonia e Ungheria, che bloccano con il diritto di veto la procedura aperta contro di loro dalla Commissione per violazione dello stato di diritto.
Naturalmente a luglio Budapest e Varsavia hanno minacciato di bloccare l'accordo sul bilancio se fosse rimasta la condizionalità sui fondi. Per superare l'impasse, era stata adottata una formula abbastanza ambigua, che avrebbe potuto consentire a polacchi e ungheresi una scappatoia per evitare le sanzioni.
Ma i principali gruppi politici al Parlamento europeo, che ha potere di co-decisione in materia di bilancio, sono insorti. Socialisti, popolari, verdi e liberali hanno chiesto di ripristinare la condizionalità sui fondi per difendere il rispetto dei valori fondamentali. Nobilissima causa. Che, guarda caso, è stata subito sposata dai governi "frugali", contrari ad ogni solidarietà europea, ma ben decisi a difendere tutti gli altri valori su cui si fonda l'Unione. In realtà olandesi, austriaci e compagnia hanno visto nella polemica del Parlamento un modo per ostacolare, o quantomeno ritardare, il varo del bilancio 2021-2027. E con esso la partenza del Recovery Fund.
Una mossa ben calcolata. Infatti, appena si è tornati a parlare di condizionalità sullo stato di diritto, i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, repubblica Ceca e Slovacchia) si sono precipitati a minacciare il veto sull'approvazione del bilancio. Per l'ennesima volta, dunque, l'Europa si trova in ostaggio della regola dell'unanimità, che ancora governa le decisioni più importanti della vita comunitaria, dal bilancio alla fiscalità alla politica estera.
Ma quando Francia e Germania, per di più sostenute dagli altri grandi come Italia e Spagna, vogliono fortemente qualcosa, la regola dell'unanimità generalmente non porta a bloccare le decisioni della maggioranza. Obbliga piuttosto a trovare un compromesso con la minoranza di blocco. È quello che il ministro Amendola chiede, quando spinge per una mediazione della presidenza tedesca. Ed è quello che sta avvenendo.
Ieri la Germania ha messo sul tavolo una nuova proposta di accordo che accoglie in parte le riserve di Polonia e Ungheria. Farà storcere il naso a molti puristi dell'europeismo senza compromessi. Magari anche a ragione. Ma dovrebbe portare a sbloccare la situazione, sia pure con un po' di ritardo rispetto alla tabella di marcia che Berlino si era prefissata. E potrebbe consentire l'approvazione del bilancio 2021-2017, e quindi il varo del Recovery Fund. Per l'Italia e per l'Europa sarebbe comunque un bene. Se si vuole ottenerlo, il meglio dovrà aspettare.