Governo, il nuovo Conte-2 tra il Pd e il Mes
Stefano Folli , di STEFANO FOLLINon ci sarà un Conte-3, perché non si è verificato il collasso della maggioranza. Tuttavia il timone non è più nelle mani di Di Maio: è passato a Zingaretti
Per lunghi mesi il Conte-2 si è presentato in forme quasi esplicite come il "governo del premier". Giocando sulle debolezze dei due principali soci della coalizione, 5S e Pd, ma anche sul loro essere indispensabili uno all'altro, il presidente del Consiglio ha dato il ritmo alla musica. In quei mesi ha incrociato il dramma del Covid 19 e sappiamo come la gestione della pandemia abbia consolidato la sua immagine mediatica: anche grazie a un certo tono paternalistico volto a rassicurare gli italiani angosciati dal virus e chiusi in casa. Il resto lo hanno fatto i decreti di Palazzo Chigi (Dpcm) come strumenti privilegiati e sbrigativi per il governo del Paese.
Adesso qualcosa sta cambiando. Le elezioni regionali, come tutti sanno, hanno salvato il Pd e la segreteria Zingaretti. Al tempo stesso la vittoria referendaria del Sì, con la sua carica anti-parlamentare, ha offerto ai Cinque Stelle un effimero ritorno alle origini, celebrato da Grillo con un attacco …
Adesso qualcosa sta cambiando. Le elezioni regionali, come tutti sanno, hanno salvato il Pd e la segreteria Zingaretti. Al tempo stesso la vittoria referendaria del Sì, con la sua carica anti-parlamentare, ha offerto ai Cinque Stelle un effimero ritorno alle origini, celebrato da Grillo con un attacco …
Per lunghi mesi il Conte-2 si è presentato in forme quasi esplicite come il "governo del premier". Giocando sulle debolezze dei due principali soci della coalizione, 5S e Pd, ma anche sul loro essere indispensabili uno all'altro, il presidente del Consiglio ha dato il ritmo alla musica. In quei mesi ha incrociato il dramma del Covid 19 e sappiamo come la gestione della pandemia abbia consolidato la sua immagine mediatica: anche grazie a un certo tono paternalistico volto a rassicurare gli italiani angosciati dal virus e chiusi in casa. Il resto lo hanno fatto i decreti di Palazzo Chigi (Dpcm) come strumenti privilegiati e sbrigativi per il governo del Paese.
Adesso qualcosa sta cambiando. Le elezioni regionali, come tutti sanno, hanno salvato il Pd e la segreteria Zingaretti. Al tempo stesso la vittoria referendaria del Sì, con la sua carica anti-parlamentare, ha offerto ai Cinque Stelle un effimero ritorno alle origini, celebrato da Grillo con un attacco alla democrazia rappresentativa: effimero perché il movimento non pare proprio in grado di recuperare lo slancio originario. Lo dimostrano le lacerazioni interne ormai strutturali, tipiche di una nuova oligarchia che segue solo logiche di potere. La carovana delle auto blu convenute per il summit nell'agriturismo è emblematica di tale metamorfosi. Ne deriva che la maggioranza si è squilibrata rispetto all'asse che ha sorretto il Conte-2 per un anno. La maggiore solidità del Pd è ancora tutta da verificare sui fatti, ma non è credibile che il gruppo dirigente del partito, dopo essere apparso a torto o a ragione subalterno ai 5S, rinunci oggi a occupare il centro della scena, uscendo dal lungo periodo di frustrazione.
In altre parole, la nuova fase del Conte-2 dovrebbe coincidere con la fine della supremazia di Palazzo Chigi. Non ci sarà un Conte-3, proprio perché non si è verificato il collasso della maggioranza, tuttavia il timone non è più nelle mani dei "grillini" e del loro garante alla testa dell'esecutivo: è passato a Zingaretti e ai suoi amici, se sapranno farne buon uso. I primi segnali della svolta li abbiamo già visti con l'annuncio che Quota 100 sarà abolita - mossa facile, trattandosi di una misura di Salvini - e il reddito di cittadinanza sarà ricalibrato dopo controlli più rigorosi. E qui il cammino è già più arduo: quel sussidio sociale è la bandiera del M5S, consapevole che nella revisione può nascondersi l'idea di un progressivo abbandono.
Peraltro, il solo fatto che il Conte-2 stia rimettendo mano alle leggi promosse dal Conte-1 la dice lunga. Spiega i mutamenti, piccoli ma significativi, intervenuti nella coalizione. Di certo è aumentata la pressione della Commissione europea sull'esecutivo giallo-rosso. Il premier si adegua, naturalmente, ma cerca di prenderla alla larga. Intanto la politica del rinvio comincia a logorarsi. I progetti per il fatidico Recovery Fund sono ancora confusi, pesa la difficoltà di accantonare la cultura dell'assistenzialismo. O forse, più semplicemente, la classe politica non è preparata. E sullo sfondo rimane il Mes, ossia la versione più aggiornata del vincolo europeo. Lo ha chiesto giorni fa il governatore della Banca d'Italia e ieri il presidente della Confindustria. È la carta nella manica del Pd, se davvero vorrà imporre il proprio segno sul governo e dimostrare alla Von der Leyen, ma soprattutto ad Angela Merkel, chi tiene il bandolo della matassa a Roma.
Adesso qualcosa sta cambiando. Le elezioni regionali, come tutti sanno, hanno salvato il Pd e la segreteria Zingaretti. Al tempo stesso la vittoria referendaria del Sì, con la sua carica anti-parlamentare, ha offerto ai Cinque Stelle un effimero ritorno alle origini, celebrato da Grillo con un attacco alla democrazia rappresentativa: effimero perché il movimento non pare proprio in grado di recuperare lo slancio originario. Lo dimostrano le lacerazioni interne ormai strutturali, tipiche di una nuova oligarchia che segue solo logiche di potere. La carovana delle auto blu convenute per il summit nell'agriturismo è emblematica di tale metamorfosi. Ne deriva che la maggioranza si è squilibrata rispetto all'asse che ha sorretto il Conte-2 per un anno. La maggiore solidità del Pd è ancora tutta da verificare sui fatti, ma non è credibile che il gruppo dirigente del partito, dopo essere apparso a torto o a ragione subalterno ai 5S, rinunci oggi a occupare il centro della scena, uscendo dal lungo periodo di frustrazione.
In altre parole, la nuova fase del Conte-2 dovrebbe coincidere con la fine della supremazia di Palazzo Chigi. Non ci sarà un Conte-3, proprio perché non si è verificato il collasso della maggioranza, tuttavia il timone non è più nelle mani dei "grillini" e del loro garante alla testa dell'esecutivo: è passato a Zingaretti e ai suoi amici, se sapranno farne buon uso. I primi segnali della svolta li abbiamo già visti con l'annuncio che Quota 100 sarà abolita - mossa facile, trattandosi di una misura di Salvini - e il reddito di cittadinanza sarà ricalibrato dopo controlli più rigorosi. E qui il cammino è già più arduo: quel sussidio sociale è la bandiera del M5S, consapevole che nella revisione può nascondersi l'idea di un progressivo abbandono.
Peraltro, il solo fatto che il Conte-2 stia rimettendo mano alle leggi promosse dal Conte-1 la dice lunga. Spiega i mutamenti, piccoli ma significativi, intervenuti nella coalizione. Di certo è aumentata la pressione della Commissione europea sull'esecutivo giallo-rosso. Il premier si adegua, naturalmente, ma cerca di prenderla alla larga. Intanto la politica del rinvio comincia a logorarsi. I progetti per il fatidico Recovery Fund sono ancora confusi, pesa la difficoltà di accantonare la cultura dell'assistenzialismo. O forse, più semplicemente, la classe politica non è preparata. E sullo sfondo rimane il Mes, ossia la versione più aggiornata del vincolo europeo. Lo ha chiesto giorni fa il governatore della Banca d'Italia e ieri il presidente della Confindustria. È la carta nella manica del Pd, se davvero vorrà imporre il proprio segno sul governo e dimostrare alla Von der Leyen, ma soprattutto ad Angela Merkel, chi tiene il bandolo della matassa a Roma.