Se Giorgia Meloni scopre l’Europa
Stefano Folli , di STEFANO FOLLILa leader di Fratelli d'Italia, e ora presidente di Ecr, ha capito che per cambiare qualcosa a casa nostra si deve cominciare dall'Unione, ossia dal quadro generale in cui opera chi vuol far politica oggi
Una destra in cerca della "terza via": lo specchio di quello che fu Tony Blair per la sinistra, anni addietro. Così Giorgia Meloni spiegava alla Stampa il senso della sua elezione alla testa del gruppo dei Conservatori e Riformisti (Ecr) al Parlamento europeo. Il paragone è suggestivo, a patto di non soffermarsi sulla scarsa fortuna che ebbe quella formula, il cui vero inventore, accanto al premier inglese, fu Clinton. In ogni caso la domanda è cosa significa evocare una "terza via" per la destra europea. Vuol dire soprattutto che l'ambizione di Giorgia Meloni è europea prima che italiana. Lei ha capito che per cambiare qualcosa nella destra provinciale di casa nostra si deve cominciare dall'Unione, ossia dal quadro generale in cui opera chi vuol far politica oggi.
Al di fuori di quel quadro non c'è legittimità possibile. O meglio, ci sono forze che odiano l'Europa e puntano sulla sua disintegrazione: tipo …
Al di fuori di quel quadro non c'è legittimità possibile. O meglio, ci sono forze che odiano l'Europa e puntano sulla sua disintegrazione: tipo …
Una destra in cerca della "terza via": lo specchio di quello che fu Tony Blair per la sinistra, anni addietro. Così Giorgia Meloni spiegava alla Stampa il senso della sua elezione alla testa del gruppo dei Conservatori e Riformisti (Ecr) al Parlamento europeo. Il paragone è suggestivo, a patto di non soffermarsi sulla scarsa fortuna che ebbe quella formula, il cui vero inventore, accanto al premier inglese, fu Clinton. In ogni caso la domanda è cosa significa evocare una "terza via" per la destra europea. Vuol dire soprattutto che l'ambizione di Giorgia Meloni è europea prima che italiana. Lei ha capito che per cambiare qualcosa nella destra provinciale di casa nostra si deve cominciare dall'Unione, ossia dal quadro generale in cui opera chi vuol far politica oggi.
Al di fuori di quel quadro non c'è legittimità possibile. O meglio, ci sono forze che odiano l'Europa e puntano sulla sua disintegrazione: tipo i tedeschi di AfD, nemici giurati della cancelliera Merkel ma amici di Salvini, e alcuni partiti di destra estrema sparsi per il continente. A nessuno sarà mai permesso di andare al governo. Da costoro, come pure dalla francese Le Pen, la leader di Fd'I ha preso le distanze già da tempo. Ora però tenta di andare oltre. Da un lato il suo progetto consiste nell'abbandonare il "fronte del rifiuto" che contesta le istituzioni comunitarie; dall'altro nell'evitare di mescolarsi in forme acritiche agli europeisti ortodossi che si riconoscono sempre nelle scelte della Commissione.
La "terza via" coincide allora nella riscoperta dell'Europa confederale o, se si preferisce, dell'Europa "delle patrie". Uniti su alcuni punti qualificanti, a cominciare da difesa, sicurezza e politica internazionale - in partnership con gli Stati Uniti - e invece padroni in casa propria per quasi tutto il resto. La formula sarebbe piaciuta al generale De Gaulle che non a caso era un paladino dello Stato-nazione. Tante volte si è detto, giustamente, che la destra italiana non propone nulla di concreto, prigioniera del suo populismo. Ora Giorgia Meloni tenta un cambio di passo, al di là delle numerose contraddizioni che pure persistono nella sua visione. La prima delle quali riguarda la scarsa coesione interna del gruppo Ecr che l'ha eletta alla presidenza. Ma forse ci si attende proprio questo da lei: che dia una direzione di marcia a un insieme di forze abbastanza eterogenee.
Si può immaginare che la Meloni cercherà un ponte con la destra del Partito Popolare, a cui appartiene l'ungherese Orbán. A proposito di quest'ultimo, si è detto che la sua eventuale fuoriuscita dal Ppe per raggiungere l'Ecr darebbe sostanza all'operazione in corso tra i conservatori. Può darsi, ma ne avrebbe di più l'eventuale intreccio fra destra Ppe e Ecr fondato sulla condivisione di alcune politiche europee. Anche nella prospettiva che tra pochi mesi Trump non sia più alla Casa Bianca. Resta il punto dell'immigrazione. Qui è evidente che la Meloni è d'accordo con i polacchi e di nuovo con Orbán. Non è una novità. Le sinistre - almeno in Italia - si battono da anni per accogliere i migranti e poi distribuirli in base a intese tra Stati che finora hanno funzionato poco. Le destre vogliono invece impedire gli sbarchi degli irregolari con le buone o con le cattive. La discriminante è netta ed è inutile rimproverare alla Meloni di non uniformarsi alla linea degli europeisti ortodossi. Meglio la distinzione.
Al di fuori di quel quadro non c'è legittimità possibile. O meglio, ci sono forze che odiano l'Europa e puntano sulla sua disintegrazione: tipo i tedeschi di AfD, nemici giurati della cancelliera Merkel ma amici di Salvini, e alcuni partiti di destra estrema sparsi per il continente. A nessuno sarà mai permesso di andare al governo. Da costoro, come pure dalla francese Le Pen, la leader di Fd'I ha preso le distanze già da tempo. Ora però tenta di andare oltre. Da un lato il suo progetto consiste nell'abbandonare il "fronte del rifiuto" che contesta le istituzioni comunitarie; dall'altro nell'evitare di mescolarsi in forme acritiche agli europeisti ortodossi che si riconoscono sempre nelle scelte della Commissione.
La "terza via" coincide allora nella riscoperta dell'Europa confederale o, se si preferisce, dell'Europa "delle patrie". Uniti su alcuni punti qualificanti, a cominciare da difesa, sicurezza e politica internazionale - in partnership con gli Stati Uniti - e invece padroni in casa propria per quasi tutto il resto. La formula sarebbe piaciuta al generale De Gaulle che non a caso era un paladino dello Stato-nazione. Tante volte si è detto, giustamente, che la destra italiana non propone nulla di concreto, prigioniera del suo populismo. Ora Giorgia Meloni tenta un cambio di passo, al di là delle numerose contraddizioni che pure persistono nella sua visione. La prima delle quali riguarda la scarsa coesione interna del gruppo Ecr che l'ha eletta alla presidenza. Ma forse ci si attende proprio questo da lei: che dia una direzione di marcia a un insieme di forze abbastanza eterogenee.
Si può immaginare che la Meloni cercherà un ponte con la destra del Partito Popolare, a cui appartiene l'ungherese Orbán. A proposito di quest'ultimo, si è detto che la sua eventuale fuoriuscita dal Ppe per raggiungere l'Ecr darebbe sostanza all'operazione in corso tra i conservatori. Può darsi, ma ne avrebbe di più l'eventuale intreccio fra destra Ppe e Ecr fondato sulla condivisione di alcune politiche europee. Anche nella prospettiva che tra pochi mesi Trump non sia più alla Casa Bianca. Resta il punto dell'immigrazione. Qui è evidente che la Meloni è d'accordo con i polacchi e di nuovo con Orbán. Non è una novità. Le sinistre - almeno in Italia - si battono da anni per accogliere i migranti e poi distribuirli in base a intese tra Stati che finora hanno funzionato poco. Le destre vogliono invece impedire gli sbarchi degli irregolari con le buone o con le cattive. La discriminante è netta ed è inutile rimproverare alla Meloni di non uniformarsi alla linea degli europeisti ortodossi. Meglio la distinzione.