Banche, il timer da fermare
di ANDREA RESTILa bomba dei crediti deteriorati
Quando un credito diventa inesigibile, la banca lo classifica come deteriorato e stima quanto potrà recuperare. Supponiamo che, su 100 euro, si attenda di riportarne a casa 45, meno 10 spesi in carte bollate e interessi: il prestito verrà messo in bilancio a 35 euro e la differenza rispetto al valore originario sarà contabilizzata tra le perdite. Negli anni successivi, se le previsioni originarie si rivelassero sovrastimate, il valore verrà ridotto ancora, determinando un'ulteriore minusvalenza.
Se gli insoluti sono tanti, come accadrà nei prossimi mesi per effetto della pandemia, la banca potrebbe formulare stime deliberatamente ottimistiche per rinviare le perdite a tempi migliori. E mantenere in bilancio crediti deteriorati "d'annata", ormai andati in aceto, fingendo che valgano ancora qualcosa. Per porre un freno a simili comportamenti la Bce ha concepito un meccanismo automatico che impone di ridurre fino a zero il valore dei …
Se gli insoluti sono tanti, come accadrà nei prossimi mesi per effetto della pandemia, la banca potrebbe formulare stime deliberatamente ottimistiche per rinviare le perdite a tempi migliori. E mantenere in bilancio crediti deteriorati "d'annata", ormai andati in aceto, fingendo che valgano ancora qualcosa. Per porre un freno a simili comportamenti la Bce ha concepito un meccanismo automatico che impone di ridurre fino a zero il valore dei …
Quando un credito diventa inesigibile, la banca lo classifica come deteriorato e stima quanto potrà recuperare. Supponiamo che, su 100 euro, si attenda di riportarne a casa 45, meno 10 spesi in carte bollate e interessi: il prestito verrà messo in bilancio a 35 euro e la differenza rispetto al valore originario sarà contabilizzata tra le perdite. Negli anni successivi, se le previsioni originarie si rivelassero sovrastimate, il valore verrà ridotto ancora, determinando un'ulteriore minusvalenza.
Se gli insoluti sono tanti, come accadrà nei prossimi mesi per effetto della pandemia, la banca potrebbe formulare stime deliberatamente ottimistiche per rinviare le perdite a tempi migliori. E mantenere in bilancio crediti deteriorati "d'annata", ormai andati in aceto, fingendo che valgano ancora qualcosa. Per porre un freno a simili comportamenti la Bce ha concepito un meccanismo automatico che impone di ridurre fino a zero il valore dei crediti entro tre anni da quando diventano inesigibili (qualche anno in più se vi sono immobili a garanzia). Se la banca insiste, può continuare ad assegnare al prestito un valore positivo, ma i suoi azionisti devono mettere da parte un'uguale quantità di patrimonio a copertura delle perdite future: in questo modo la possibile minusvalenza va comunque coperta subito e viene meno ogni incentivo a tergiversare.
Si chiama calendar provisioning, la Bce intende introdurlo in modo generalizzato entro il 2026, ma già lo applica (con qualche eccezione) a tutti i nuovi crediti deteriorati. L'Unione europea lo ha recepito in una legge, inderogabile ma valida solo per i finanziamenti erogati a partire da maggio 2019. L'intento è lodevole, ma si rischiano effetti asimmetrici e indesiderati. Asimmetrici perché alcuni Paesi hanno sistemi giudiziari più lenti e le banche si troveranno ad azzerare il valore di molti crediti quando ancora il processo di recupero è in corso. Indesiderati perché, piuttosto che chiedere agli azionisti di impegnare capitale come se un prestito non valesse più nulla, gli amministratori potrebbero decidere di venderlo per pochi soldi, trasformando la perdita presunta in una vera. A pagare il conto sarebbero gli investitori (cioè i nostri fondi pensione) e le imprese, attraverso un rincaro dei prestiti.
Non sempre, poi, temporeggiare è un male. Quando l'economia tracolla e produce un'ondata di crediti insoluti, la pazienza può essere la virtù dei forti. Consente alle imprese di rialzarsi o trovare nuovi soci, permette al mercato di assorbire a prezzi accettabili appartamenti e capannoni messi all'asta, concede tempo per trattative con cui il creditore può limitare i danni e il debitore sopravvivere.
Con il Covid-19, il lato oscuro del calendar provisioning rischia di materializzarsi come in un romanzo di J.K. Rowling: il lockdown rallenta le procedure giudiziali, il crollo della domanda moltiplica i dissesti e decima gli investitori interessati a rilevare le garanzie. Il tutto mentre altre normative, concepite in tempi migliori, rendono quasi impossibile ristrutturare un prestito senza classificarlo come deteriorato e dunque far partire il "timer" per la svalutazione integrale nei tre anni successivi.
Nonostante la pandemia, le istituzioni europee sembrano poco propense ad ammorbidire le regole. Hanno concesso un congelamento del meccanismo per i crediti garantiti dallo Stato, ma solo per sette anni: un secondo dopo la scadenza, il prestito andrà svalutato del 100% "recuperando" il tempo perduto. Serve altro. Se le norme non possono essere cambiate, bisognerebbe almeno arrestare il cronometro per un anno, così da riassorbire gli effetti più plateali del lockdown, per poi farlo ripartire (come nel basket) da dove si era fermato. Con un piccolo supplemento di coraggio, poi, si potrebbero allentare le attuali regole sugli aiuti di Stato e consentire la nascita di un veicolo che acquisti i crediti deteriorati a prezzi non punitivi, finanziandosi sul mercato con la garanzia del governo. L'Europa del Recovery Fund ci ha mostrato il suo volto più ambizioso e lungimirante: non è il momento di nasconderlo sotto la sabbia.
L'autore è professore di Finanza all'Università Bocconi, Milano.
Se gli insoluti sono tanti, come accadrà nei prossimi mesi per effetto della pandemia, la banca potrebbe formulare stime deliberatamente ottimistiche per rinviare le perdite a tempi migliori. E mantenere in bilancio crediti deteriorati "d'annata", ormai andati in aceto, fingendo che valgano ancora qualcosa. Per porre un freno a simili comportamenti la Bce ha concepito un meccanismo automatico che impone di ridurre fino a zero il valore dei crediti entro tre anni da quando diventano inesigibili (qualche anno in più se vi sono immobili a garanzia). Se la banca insiste, può continuare ad assegnare al prestito un valore positivo, ma i suoi azionisti devono mettere da parte un'uguale quantità di patrimonio a copertura delle perdite future: in questo modo la possibile minusvalenza va comunque coperta subito e viene meno ogni incentivo a tergiversare.
Si chiama calendar provisioning, la Bce intende introdurlo in modo generalizzato entro il 2026, ma già lo applica (con qualche eccezione) a tutti i nuovi crediti deteriorati. L'Unione europea lo ha recepito in una legge, inderogabile ma valida solo per i finanziamenti erogati a partire da maggio 2019. L'intento è lodevole, ma si rischiano effetti asimmetrici e indesiderati. Asimmetrici perché alcuni Paesi hanno sistemi giudiziari più lenti e le banche si troveranno ad azzerare il valore di molti crediti quando ancora il processo di recupero è in corso. Indesiderati perché, piuttosto che chiedere agli azionisti di impegnare capitale come se un prestito non valesse più nulla, gli amministratori potrebbero decidere di venderlo per pochi soldi, trasformando la perdita presunta in una vera. A pagare il conto sarebbero gli investitori (cioè i nostri fondi pensione) e le imprese, attraverso un rincaro dei prestiti.
Non sempre, poi, temporeggiare è un male. Quando l'economia tracolla e produce un'ondata di crediti insoluti, la pazienza può essere la virtù dei forti. Consente alle imprese di rialzarsi o trovare nuovi soci, permette al mercato di assorbire a prezzi accettabili appartamenti e capannoni messi all'asta, concede tempo per trattative con cui il creditore può limitare i danni e il debitore sopravvivere.
Con il Covid-19, il lato oscuro del calendar provisioning rischia di materializzarsi come in un romanzo di J.K. Rowling: il lockdown rallenta le procedure giudiziali, il crollo della domanda moltiplica i dissesti e decima gli investitori interessati a rilevare le garanzie. Il tutto mentre altre normative, concepite in tempi migliori, rendono quasi impossibile ristrutturare un prestito senza classificarlo come deteriorato e dunque far partire il "timer" per la svalutazione integrale nei tre anni successivi.
Nonostante la pandemia, le istituzioni europee sembrano poco propense ad ammorbidire le regole. Hanno concesso un congelamento del meccanismo per i crediti garantiti dallo Stato, ma solo per sette anni: un secondo dopo la scadenza, il prestito andrà svalutato del 100% "recuperando" il tempo perduto. Serve altro. Se le norme non possono essere cambiate, bisognerebbe almeno arrestare il cronometro per un anno, così da riassorbire gli effetti più plateali del lockdown, per poi farlo ripartire (come nel basket) da dove si era fermato. Con un piccolo supplemento di coraggio, poi, si potrebbero allentare le attuali regole sugli aiuti di Stato e consentire la nascita di un veicolo che acquisti i crediti deteriorati a prezzi non punitivi, finanziandosi sul mercato con la garanzia del governo. L'Europa del Recovery Fund ci ha mostrato il suo volto più ambizioso e lungimirante: non è il momento di nasconderlo sotto la sabbia.
L'autore è professore di Finanza all'Università Bocconi, Milano.