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(ansa)

Il doppio fronte della paura nel Paese che non vuole fallire

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Adesso è difficile rinunciare all’idea di essere usciti dal tunnel e Il timore di affondare è più forte di quello di ammalarsi
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Chiedo a Fabio Picchi, il vulcanico chef fiorentino che è proprietario di uno dei ristoranti più importanti d’Italia — Il Cibreo — cosa farebbe se il governo ordinasse un nuovo lockdown. «Cercherei subito il convento più vicino. A marzo ho dovuto chiudere dalla mattina alla sera quattro ristoranti e mandare tutti in cassa integrazione, con la morte nel cuore. Ora ci stiamo rialzando. Ma se ci dicono un’altra volta di spegnere l’insegna ci resterà da fare solo una cosa: chiuderci in convento e pregare. Come si faceva una volta, aspettando che i barbari se ne andassero». Picchi non arriva alla drastica conclusione di Lorenzo, il proprietario del bar dove ogni mattina vado a fare colazione, il quale non ha dubbi: «Preferisco morire di Covid che morire di fame». Le parole sono diverse, ma il sentimento in fondo è uguale. Ed è lo stesso che oggi prova chiunque possieda o lavori in un bar, in un …
Chiedo a Fabio Picchi, il vulcanico chef fiorentino che è proprietario di uno dei ristoranti più importanti d’Italia — Il Cibreo — cosa farebbe se il governo ordinasse un nuovo lockdown. «Cercherei subito il convento più vicino. A marzo ho dovuto chiudere dalla mattina alla sera quattro ristoranti e mandare tutti in cassa integrazione, con la morte nel cuore. Ora ci stiamo rialzando. Ma se ci dicono un’altra volta di spegnere l’insegna ci resterà da fare solo una cosa: chiuderci in convento e pregare. Come si faceva una volta, aspettando che i barbari se ne andassero». Picchi non arriva alla drastica conclusione di Lorenzo, il proprietario del bar dove ogni mattina vado a fare colazione, il quale non ha dubbi: «Preferisco morire di Covid che morire di fame». Le parole sono diverse, ma il sentimento in fondo è uguale. Ed è lo stesso che oggi prova chiunque possieda o lavori in un bar, in un ristorante, in un negozio, in un albergo, in un’impresa o in una bottega artigiana, insomma tutti quelli che la mattina alzano una saracinesca. Quell’Italia che oggi più che il contagio teme il fallimento, o la povertà.

Un timore diverso

Ed è un mistero solo apparente perché mai non bastino i 5724 nuovi casi di coronavirus annotati ieri sul bollettino quotidiano della pandemia a farci sentire la stessa paura che sentivamo sei mesi fa, un mese dopo l’annuncio del lockdown. Allora il rischio del contagio bastava a tenerci chiusi in casa. Tutti accettavamo di fare una fila di due ore per entrare al supermercato, ci piegavamo con disciplina al divieto di varcare i confini comunali ed eravamo rassegnati a non vedere per un pezzo neanche i nostri figli, mentre i vigili motociclisti di Rimini circondavano in spiaggia, per multarlo, il solitario bagnante che sfidava i Dpcm di Conte. Eppure alle 18 di venerdì 10 aprile — esattamente sei mesi fa — si contarono 3951 contagiati più del giorno prima, ovvero 1773 casi meno dei 5724 registrati ieri. Se allora eravamo spaventati, oggi dovremmo essere terrorizzati. E invece non è così, perché le altre cifre di quei bollettini sono assai diverse. I ricoverati in terapia intensiva, per esempio: allora erano 3497, oggi sono solo 390. E poi, soprattutto, i decessi: 570 quel venerdì di aprile, appena 29 ieri.

I numeri della morte

Sono dunque i numeri della morte — che spaventa venti volte di meno di sei mesi fa — a spiegare oggi questa paura a bassa intensità. Sono quei tanti letti vuoti — per fortuna — nei reparti di terapia intensiva a farci ancora sentire come un ricordo lontano gli appelli disperati dei medici che allora erano drammaticamente chiamati a scegliere ogni giorno chi salvare e chi lasciar morire (e magari la settimana dopo finivano intubati pure loro). Non c’è bisogno di essere un epidemiologo per capire che questo è il vento che precede il temporale, perché i giovani asintomatici di oggi difficilmente finiranno in rianimazione ma di questo passo rischiano di mandarci i loro padri e i loro nonni. E forse anche loro ne sono consapevoli, ma nei vagoni della metropolitana milanese, sugli autobus di Napoli e sui tram di Roma non c’è posto per la paura, giovani e anziani stiamo l’uno addosso all’altro confidando nella mascherina e affidandoci alla buona sorte.

Ci sentiamo fuori dal tunnel

La verità è che noi italiani siamo convinti, sotto sotto, di avere già dato. Abbiamo fatto la penitenza del lockdown, abbiamo cantato Fratelli d’Italia dai balconi e ci siamo commossi per le bare di Bergamo che di notte venivano portate via dai camion dell’esercito verso i forni crematori. Ma poi è arrivato il liberi tutti, abbiamo affollato le spiagge come e più di prima («Non ce n’è di Coviddi»), siamo tornati al bar, abbiamo ripreso a viaggiare e persino a volare, con test rapido prima del decollo. Adesso è difficile rinunciare all’idea di essere usciti dal tunnel, e non bastano le classi messe in quarantena, le residenze per anziani ridiventate cluster del Covid e neppure la crescita esponenziale dei contagi a risvegliare quell’angoscia che inconsciamente abbiamo rimosso. Oggi la voglia di andare avanti vince sulla paura di essere azzoppati dal virus. Il timore di affondare è più forte di quello di ammalarsi. Ma d’altra parte, lo disse Spinoza dopo la peste del Seicento, la paura non può essere senza speranza, né la speranza senza paura.