Se crolla anche l'ex Urss
Enrico Franceschini , di ENRICO FRANCESCHINIDal Caucaso alla Bielorussia, le crisi che accerchiano Mosca
Quasi trent'anni dopo il crollo dell'Urss sta cominciando a crollare anche l'ex Urss. Sebbene preceduto da insurrezioni e violente repressioni, il collasso dell'Unione Sovietica nel dicembre del 1991 si svolse in larga misura pacificamente: in modo analogo alla rivoluzione bolscevica, di fatto un golpe incruento comunicato dalla capitale "per telegramma" al resto dell'impero zarista, la fine dell'impero dei Soviet venne annunciata con una blanda delibera. Tre decenni più tardi, tuttavia, dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche sono ancora alle prese con rivolte popolari, conflitti armati, dispute territoriali e autocrazie corrotte: oggi soltanto i tre paesi baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia, membri dell'Unione Europea e della Nato, sono piene democrazie e in stato di pace. Vladimir Putin sognava di ricostruire attorno alla Russia il nucleo centrale slavo se non l'intera Urss, ma si ritrova a fare i conti con un terremoto di…
Quasi trent'anni dopo il crollo dell'Urss sta cominciando a crollare anche l'ex Urss. Sebbene preceduto da insurrezioni e violente repressioni, il collasso dell'Unione Sovietica nel dicembre del 1991 si svolse in larga misura pacificamente: in modo analogo alla rivoluzione bolscevica, di fatto un golpe incruento comunicato dalla capitale "per telegramma" al resto dell'impero zarista, la fine dell'impero dei Soviet venne annunciata con una blanda delibera. Tre decenni più tardi, tuttavia, dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche sono ancora alle prese con rivolte popolari, conflitti armati, dispute territoriali e autocrazie corrotte: oggi soltanto i tre paesi baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia, membri dell'Unione Europea e della Nato, sono piene democrazie e in stato di pace. Vladimir Putin sognava di ricostruire attorno alla Russia il nucleo centrale slavo se non l'intera Urss, ma si ritrova a fare i conti con un terremoto diffuso che minaccia la sua influenza e il suo potere.
Le cronache di questi giorni portano immagini della guerra fra Armenia e Azerbaigian nella regione lungamente contesa del Nagorno-Karabakh, con Erevan che, nonostante la tregua concordata con Baku, accusa la Turchia di volere "ricreare una Siria nel Caucaso". Non è l'unica fiammata fra le montagne del mito di Giasone e degli Argonauti: conflitti latenti proseguono in Georgia, dove l'appoggio armato russo sostiene le regioni secessioniste dell'Abkhazia e dell'Ossezia meridionale. Simile guerra di posizione in Ucraina, in cui le forze russe controllano l'est del Paese, dopo avere annesso illegalmente la Crimea; e in Moldova, dove lo stesso accade nella "repubblica" russofona di Transnistria. Parallelamente infuria la protesta nelle strade del Kirghizistan a seguito di un'elezione farsa contestata dalla popolazione, dimostrazioni che riecheggiano quelle in Bielorussia, dove "l'ultimo dittatore d'Europa", il presidente Lukashenko, rimane al comando grazie al brutale uso della forza. Ribellioni di piazza sono divampate pure in Russia, nella regione dell'estremo oriente di Khabarovsk, dopo le manovre per rimuovere un governatore indipendente, mentre altrove contestatori antiputiniani si appiccano fuoco come Jan Palach nella Praga occupata dai carri armati sovietici e l'eventuale ritorno del leader dell'opposizione Aleksej Navalnyj dopo il tentato assassinio sofferto in Siberia potrebbe risollevare un'ondata di indignazione a Mosca. Quanto alle altre quattro ex repubbliche dell'Asia sovietica, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, si tratta di trentennali sistemi autocratici, lambiti dall'Islam radicale e dai Talebani del vicino Afghanistan.
Visto dal Cremlino, non è un panorama rassicurante: la babele di popoli dell'ex Urss somiglia a un pentolone in ebollizione. Con evidente esagerazione rispetto alle tragedie delle due guerre mondiali, dell'Olocausto e del Gulag staliniano, Putin definisce il crollo dell'Unione Sovietica "la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo". Il collasso dell'Urss ha trasformato 25 milioni di cittadini di etnia russa in stranieri fuori dai confini della Russia, sparsi tra le altre quattordici ex repubbliche sovietiche: comprensibile, entro certi limiti, che Mosca voglia garantirne i diritti. Ma ha ambizioni ben maggiori e la situazione le sta sfuggendo di mano. La fine dell'ultimo impero multietnico conteneva una richiesta di democrazia e libertà per tutti: finché non sarà esaudita, gli spasmi del crollo dell'Urss continueranno ad agitare anche l'ex Urss.
Le cronache di questi giorni portano immagini della guerra fra Armenia e Azerbaigian nella regione lungamente contesa del Nagorno-Karabakh, con Erevan che, nonostante la tregua concordata con Baku, accusa la Turchia di volere "ricreare una Siria nel Caucaso". Non è l'unica fiammata fra le montagne del mito di Giasone e degli Argonauti: conflitti latenti proseguono in Georgia, dove l'appoggio armato russo sostiene le regioni secessioniste dell'Abkhazia e dell'Ossezia meridionale. Simile guerra di posizione in Ucraina, in cui le forze russe controllano l'est del Paese, dopo avere annesso illegalmente la Crimea; e in Moldova, dove lo stesso accade nella "repubblica" russofona di Transnistria. Parallelamente infuria la protesta nelle strade del Kirghizistan a seguito di un'elezione farsa contestata dalla popolazione, dimostrazioni che riecheggiano quelle in Bielorussia, dove "l'ultimo dittatore d'Europa", il presidente Lukashenko, rimane al comando grazie al brutale uso della forza. Ribellioni di piazza sono divampate pure in Russia, nella regione dell'estremo oriente di Khabarovsk, dopo le manovre per rimuovere un governatore indipendente, mentre altrove contestatori antiputiniani si appiccano fuoco come Jan Palach nella Praga occupata dai carri armati sovietici e l'eventuale ritorno del leader dell'opposizione Aleksej Navalnyj dopo il tentato assassinio sofferto in Siberia potrebbe risollevare un'ondata di indignazione a Mosca. Quanto alle altre quattro ex repubbliche dell'Asia sovietica, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, si tratta di trentennali sistemi autocratici, lambiti dall'Islam radicale e dai Talebani del vicino Afghanistan.
Visto dal Cremlino, non è un panorama rassicurante: la babele di popoli dell'ex Urss somiglia a un pentolone in ebollizione. Con evidente esagerazione rispetto alle tragedie delle due guerre mondiali, dell'Olocausto e del Gulag staliniano, Putin definisce il crollo dell'Unione Sovietica "la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo". Il collasso dell'Urss ha trasformato 25 milioni di cittadini di etnia russa in stranieri fuori dai confini della Russia, sparsi tra le altre quattordici ex repubbliche sovietiche: comprensibile, entro certi limiti, che Mosca voglia garantirne i diritti. Ma ha ambizioni ben maggiori e la situazione le sta sfuggendo di mano. La fine dell'ultimo impero multietnico conteneva una richiesta di democrazia e libertà per tutti: finché non sarà esaudita, gli spasmi del crollo dell'Urss continueranno ad agitare anche l'ex Urss.