Donne e Recovery. Se il governo accoglie la parità di genere
Lavinia Rivara , di LAVINIA RIVARA
Giuseppe Conte ha preso un impegno ieri di fronte al Parlamento e di fronte alle donne di questo Paese. Quello di "indirizzare con la massima determinazione una parte significativa delle risorse del Recovery plan" alle donne e al loro lavoro. Lo ha fatto, in verità, accogliendo un'istanza della risoluzione approvata dalla maggioranza a Montecitorio dove si chiede anche di valutare "l'impatto di genere di tutti i progetti". È un primo risultato, un passo avanti che arriva grazie ad una amplissima e trasversale mobilitazione delle donne avvenuta a tutti i livelli, nella società civile, in Parlamento, in Europa e anche su questo giornale. Appena lunedì scorso, alla vigilia della discussione parlamentare, abbiamo dedicato ampio spazio al tema, con un articolo di Linda Laura Sabbadini che spiegava perché i fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza devono essere destinati in modo rilevante "all'altra met…
Giuseppe Conte ha preso un impegno ieri di fronte al Parlamento e di fronte alle donne di questo Paese. Quello di "indirizzare con la massima determinazione una parte significativa delle risorse del Recovery plan" alle donne e al loro lavoro. Lo ha fatto, in verità, accogliendo un'istanza della risoluzione approvata dalla maggioranza a Montecitorio dove si chiede anche di valutare "l'impatto di genere di tutti i progetti". È un primo risultato, un passo avanti che arriva grazie ad una amplissima e trasversale mobilitazione delle donne avvenuta a tutti i livelli, nella società civile, in Parlamento, in Europa e anche su questo giornale. Appena lunedì scorso, alla vigilia della discussione parlamentare, abbiamo dedicato ampio spazio al tema, con un articolo di Linda Laura Sabbadini che spiegava perché i fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza devono essere destinati in modo rilevante "all'altra metà del cielo". Perché il tasso di occupazione femminile nel secondo trimestre 2020 era al 48,4 per cento contro il 60 della Francia e il 70 del Regno Unito e mediamente l'Italia è 12 punti sotto la media europea. Perché, secondo la Banca d'Italia, l'uguaglianza di genere, aumentando quell'occupazione fino al 60 per cento, produrrebbe un aumento di 7 punti del Pil. Perché nel nostro Paese una su cinque delle lavoratrici madri deve lasciare il lavoro.
La parità di genere come obiettivo centrale del Recovery plan è un impegno preso anche da Nicola Zingaretti che, rilanciando su Facebook l'articolo di Repubblica, ha definito il piano "l'occasione per un cambiamento radicale", per promuovere davvero l'occupazione femminile con investimenti nelle infrastrutture sociali. E sette associazioni di donne hanno inviato una lettera al premier e al governo perché considerino la popolazione femminile "un investimento strategico per la crescita del Paese". L'appello ha quasi raggiunto le 40 mila firme ed è stato sottoscritto da intellettuali, economiste, parlamentari e amministratori di maggioranza e opposizione. Il documento chiede "interventi strutturali" per i servizi sulla cura della persona, dall'infanzia alla terza età, primi tra tutti asili nido e tempo pieno nelle scuole, perché senza di essi il lavoro femminile non può conoscere sviluppo; il potenziamento di un welfare di prossimità per la cura di anziani e disabili; il superamento del gap di genere nei luoghi di lavoro, sul piano salariale e di funzioni, supportando l'occupazione femminile anche con politiche fiscali.
Temi, o meglio azioni, raccomandate in parte già dalla commissione Colao. E su cui si è aperto un forte dibattito anche in Europa. Tra le sette associazioni firmatarie della lettera a Conte c'è infatti anche "Il giusto mezzo", che ha rilanciato in Italia l'iniziativa dell'europarlamentare verde Alexandra Geese, "Half of It", per chiedere che metà delle risorse del Recovery fund venga speso per creare lavoro femminile. Geese sostiene infatti che il digitale e l'ambiente, i due settori a cui prioritariamente dovranno essere destinati i fondi Ue, sono dominati da una occupazione maschile e serve quindi un riequilibrio delle risorse in favore dell'uguaglianza di genere e dello sviluppo del lavoro femminile.
Alla fine le donne giudicheranno, in Italia come in Europa, se le promesse e gli impegni si tradurranno in fatti concreti, metteranno veramente la questione femminile al centro di una azione strategica e coordinata, senza limitarsi ad interventi spot. E semmai il governo decidesse di costituire una task force o di affidare a dei commissari la realizzazione dei progetti ci aspettiamo che le donne stavolta siano coinvolte da subito. Senza dover intervenire all'ultimo momento per riequilibrare la rappresentanza, come avvenne per la commissione Colao. Perché, è proprio il caso di dirlo, se non ora quando?
La parità di genere come obiettivo centrale del Recovery plan è un impegno preso anche da Nicola Zingaretti che, rilanciando su Facebook l'articolo di Repubblica, ha definito il piano "l'occasione per un cambiamento radicale", per promuovere davvero l'occupazione femminile con investimenti nelle infrastrutture sociali. E sette associazioni di donne hanno inviato una lettera al premier e al governo perché considerino la popolazione femminile "un investimento strategico per la crescita del Paese". L'appello ha quasi raggiunto le 40 mila firme ed è stato sottoscritto da intellettuali, economiste, parlamentari e amministratori di maggioranza e opposizione. Il documento chiede "interventi strutturali" per i servizi sulla cura della persona, dall'infanzia alla terza età, primi tra tutti asili nido e tempo pieno nelle scuole, perché senza di essi il lavoro femminile non può conoscere sviluppo; il potenziamento di un welfare di prossimità per la cura di anziani e disabili; il superamento del gap di genere nei luoghi di lavoro, sul piano salariale e di funzioni, supportando l'occupazione femminile anche con politiche fiscali.
Temi, o meglio azioni, raccomandate in parte già dalla commissione Colao. E su cui si è aperto un forte dibattito anche in Europa. Tra le sette associazioni firmatarie della lettera a Conte c'è infatti anche "Il giusto mezzo", che ha rilanciato in Italia l'iniziativa dell'europarlamentare verde Alexandra Geese, "Half of It", per chiedere che metà delle risorse del Recovery fund venga speso per creare lavoro femminile. Geese sostiene infatti che il digitale e l'ambiente, i due settori a cui prioritariamente dovranno essere destinati i fondi Ue, sono dominati da una occupazione maschile e serve quindi un riequilibrio delle risorse in favore dell'uguaglianza di genere e dello sviluppo del lavoro femminile.
Alla fine le donne giudicheranno, in Italia come in Europa, se le promesse e gli impegni si tradurranno in fatti concreti, metteranno veramente la questione femminile al centro di una azione strategica e coordinata, senza limitarsi ad interventi spot. E semmai il governo decidesse di costituire una task force o di affidare a dei commissari la realizzazione dei progetti ci aspettiamo che le donne stavolta siano coinvolte da subito. Senza dover intervenire all'ultimo momento per riequilibrare la rappresentanza, come avvenne per la commissione Colao. Perché, è proprio il caso di dirlo, se non ora quando?