Il nostro posto in Occidente
Lucio Caracciolo , di LUCIO CARACCIOLOLe maggiori potenze sono in logica di guerra. Ragionano come se quell'orizzonte catastrofico fosse concreto. Né gli Stati Uniti né la Cina vogliono la guerra, ma si stanno preparando a farla perché non si fidano gli uni dell'altra. Pochi Paesi, tra cui il nostro, continuano invece a vivere la loro beata vacanza dalla storia. Tutto sembra dipendere da due curve: quella del Covid 19, in ascesa, e quella del Pil, a picco
L'Italia ha sempre avuto qualche problema con l'Occidente. Almeno con quello attuale, strategico, battezzato dalla Nato nel 1949. A quella grande alleanza antisovietica a guida americana si opponevano allora non solo le sinistre ma buona parte della stessa Dc. Fummo atlantici perché avevamo perso la guerra. Per necessità prima che per convinzione. A lungo abbiamo goduto i frutti di quella necessità. Graditi anche ai comunisti, che si sentivano più sicuri sotto l'ombrello della Nato (Enrico Berlinguer).
Oggi l'Alleanza Atlantica appare in crisi, bollata "cerebralmente morta" da Macron, svilita e bastonata da Trump, mentre l'America è in rissa permanente con il principale alleato europeo, la Germania. La conferenza sulla sicurezza di Monaco, massima assise strategica internazionale, è stata infatti dedicata quest'anno alla Westlessness - la de-occidentalizzazione del mondo. Quanto a noi, siamo finiti nel mirino…
Oggi l'Alleanza Atlantica appare in crisi, bollata "cerebralmente morta" da Macron, svilita e bastonata da Trump, mentre l'America è in rissa permanente con il principale alleato europeo, la Germania. La conferenza sulla sicurezza di Monaco, massima assise strategica internazionale, è stata infatti dedicata quest'anno alla Westlessness - la de-occidentalizzazione del mondo. Quanto a noi, siamo finiti nel mirino…
L'Italia ha sempre avuto qualche problema con l'Occidente. Almeno con quello attuale, strategico, battezzato dalla Nato nel 1949. A quella grande alleanza antisovietica a guida americana si opponevano allora non solo le sinistre ma buona parte della stessa Dc. Fummo atlantici perché avevamo perso la guerra. Per necessità prima che per convinzione. A lungo abbiamo goduto i frutti di quella necessità. Graditi anche ai comunisti, che si sentivano più sicuri sotto l'ombrello della Nato (Enrico Berlinguer).
Oggi l'Alleanza Atlantica appare in crisi, bollata "cerebralmente morta" da Macron, svilita e bastonata da Trump, mentre l'America è in rissa permanente con il principale alleato europeo, la Germania. La conferenza sulla sicurezza di Monaco, massima assise strategica internazionale, è stata infatti dedicata quest'anno alla Westlessness - la de-occidentalizzazione del mondo. Quanto a noi, siamo finiti nel mirino di Washington per aver firmato un memorandum d'intesa con la Cina.
Conviene quindi fare il punto sul nostro posto in Occidente, o meglio negli Occidenti, visto che della loro famiglia strategica gli stessi soci danno interpretazioni contrastanti. È quanto propone il settimo Festival di Limes, "Occidenti contro" - il titolo è ripreso dal nuovo volume della rivista - che si apre oggi al Palazzo Ducale di Genova con l'intervento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Di qui a domenica, alcuni fra i più autorevoli analisti geopolitici, ma anche decisori e protagonisti italiani e stranieri disputeranno sui più vari aspetti della crisi che investe il senso stesso dell'Occidente. E su come uscirne.
Nulla di accademico, tutto attualissimo e stringente. Gli Stati Uniti hanno stabilito di tagliare la strada all'ascesa della Cina, classificata Nemico assoluto. E insieme di tenere sotto scacco la Russia - così obbligando cinesi e russi a una strana intesa - senza troppo allentare la presa sulle aree calde del pianeta. Alta acrobazia. A noi europei Washington assegna il compito di premere sulla Russia, rafforzando il fronte est della Nato e colpendo Mosca con sanzioni - ultimo caso quelle inflittele per il suo intervento in Libia e dirette ad personam contro il "cuoco di Putin" - che di fatto sono anche contro di noi, in quanto a differenza degli americani commerciamo con i russi.
Il mondo intorno a noi è in fibrillazione. Il coronavirus moltiplica le incertezze, quasi fossimo in uno stato d'emergenza permanente, colpendo popoli e Paesi in modo diseguale. Oggi la Cina, da dove il virus è partito, sembra averlo debellato, mentre gli Usa ne restano investiti e noi europei fronteggiamo una nuova ondata.
Non siamo in guerra. Ma le maggiori potenze sono in logica di guerra. Riarmano e ragionano come se quell'orizzonte catastrofico fosse concreto. Né gli Stati Uniti né la Cina vogliono la guerra, ma si stanno preparando a farla perché non si fidano gli uni dell'altra, e viceversa. Pochi Paesi, tra cui il nostro, continuano invece a vivere la loro beata vacanza dalla storia. Limbo economicista. Tutto sembra dipendere da due curve: quella del Covid 19, in ascesa, e quella del Pil, a picco.
Lo facciamo a nostro rischio e pericolo. In beata inconsapevolezza. Come quando, il 23 marzo 2019, sottoscrivemmo il memorandum d'intesa con la Cina che suonò, ad orecchi americani e non solo, annuncio del progressivo scivolamento dell'Italia fuori dalla Nato. Non era certo questa l'intenzione del nostro governo. Finimmo però vittime del pan-economicismo all'italiana che tutto riduce ai soldi. Quasi che la geopolitica fosse affare. Come se si potesse stipulare una solenne intesa con il Nemico della nostra potenza strategica di riferimento senza pagare dazio. Chiaro: non possiamo sacrificare i nostri interessi economici alla scelta americana di chiamare a raccolta gli Occidenti contro la Cina. Ma dobbiamo misurarli e contemperarli in una complessiva equazione geopolitica, per stabilire con chi (quindi contro chi) stiamo, e come.
È ben possibile che nel futuro prossimo l'Italia venga chiamata a scelte cui non siamo abituati. O di qua o di là. Meglio non farsi cogliere impreparati. Lasceremmo gli altri scegliere per noi. Ci piacerebbe tanto restare nel mezzo, per non spiacere a nessuno. Così subiremmo i colpi di tutti. Occidentali compresi.
Oggi l'Alleanza Atlantica appare in crisi, bollata "cerebralmente morta" da Macron, svilita e bastonata da Trump, mentre l'America è in rissa permanente con il principale alleato europeo, la Germania. La conferenza sulla sicurezza di Monaco, massima assise strategica internazionale, è stata infatti dedicata quest'anno alla Westlessness - la de-occidentalizzazione del mondo. Quanto a noi, siamo finiti nel mirino di Washington per aver firmato un memorandum d'intesa con la Cina.
Conviene quindi fare il punto sul nostro posto in Occidente, o meglio negli Occidenti, visto che della loro famiglia strategica gli stessi soci danno interpretazioni contrastanti. È quanto propone il settimo Festival di Limes, "Occidenti contro" - il titolo è ripreso dal nuovo volume della rivista - che si apre oggi al Palazzo Ducale di Genova con l'intervento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Di qui a domenica, alcuni fra i più autorevoli analisti geopolitici, ma anche decisori e protagonisti italiani e stranieri disputeranno sui più vari aspetti della crisi che investe il senso stesso dell'Occidente. E su come uscirne.
Nulla di accademico, tutto attualissimo e stringente. Gli Stati Uniti hanno stabilito di tagliare la strada all'ascesa della Cina, classificata Nemico assoluto. E insieme di tenere sotto scacco la Russia - così obbligando cinesi e russi a una strana intesa - senza troppo allentare la presa sulle aree calde del pianeta. Alta acrobazia. A noi europei Washington assegna il compito di premere sulla Russia, rafforzando il fronte est della Nato e colpendo Mosca con sanzioni - ultimo caso quelle inflittele per il suo intervento in Libia e dirette ad personam contro il "cuoco di Putin" - che di fatto sono anche contro di noi, in quanto a differenza degli americani commerciamo con i russi.
Il mondo intorno a noi è in fibrillazione. Il coronavirus moltiplica le incertezze, quasi fossimo in uno stato d'emergenza permanente, colpendo popoli e Paesi in modo diseguale. Oggi la Cina, da dove il virus è partito, sembra averlo debellato, mentre gli Usa ne restano investiti e noi europei fronteggiamo una nuova ondata.
Non siamo in guerra. Ma le maggiori potenze sono in logica di guerra. Riarmano e ragionano come se quell'orizzonte catastrofico fosse concreto. Né gli Stati Uniti né la Cina vogliono la guerra, ma si stanno preparando a farla perché non si fidano gli uni dell'altra, e viceversa. Pochi Paesi, tra cui il nostro, continuano invece a vivere la loro beata vacanza dalla storia. Limbo economicista. Tutto sembra dipendere da due curve: quella del Covid 19, in ascesa, e quella del Pil, a picco.
Lo facciamo a nostro rischio e pericolo. In beata inconsapevolezza. Come quando, il 23 marzo 2019, sottoscrivemmo il memorandum d'intesa con la Cina che suonò, ad orecchi americani e non solo, annuncio del progressivo scivolamento dell'Italia fuori dalla Nato. Non era certo questa l'intenzione del nostro governo. Finimmo però vittime del pan-economicismo all'italiana che tutto riduce ai soldi. Quasi che la geopolitica fosse affare. Come se si potesse stipulare una solenne intesa con il Nemico della nostra potenza strategica di riferimento senza pagare dazio. Chiaro: non possiamo sacrificare i nostri interessi economici alla scelta americana di chiamare a raccolta gli Occidenti contro la Cina. Ma dobbiamo misurarli e contemperarli in una complessiva equazione geopolitica, per stabilire con chi (quindi contro chi) stiamo, e come.
È ben possibile che nel futuro prossimo l'Italia venga chiamata a scelte cui non siamo abituati. O di qua o di là. Meglio non farsi cogliere impreparati. Lasceremmo gli altri scegliere per noi. Ci piacerebbe tanto restare nel mezzo, per non spiacere a nessuno. Così subiremmo i colpi di tutti. Occidentali compresi.