Conte e quella visione che ancora manca
Claudio Tito , di CLAUDIO TITOIl Paese deve mettersi al riparo dall’epidemia ma non può ritrovarsi tra qualche mese economicamente in ginocchio. Per conciliare queste due esigenze serve prudenza ma anche una prospettiva, coraggio, scelte. Non attendismo
Di fronte ad una situazione drammatica come quella che il nostro Paese sta vivendo, il governo non si può permettere di confondere la prudenza con l'attendismo. Dopo una serie infinita di riunioni, vertici, incontri, colloqui, ieri infatti non è stata assunta sostanzialmente nessuna decisione. Tutto rinviato. Tutto procrastinato ad un prossimo bilancio di contagiati e di vittime, di terapie intensive e di guarigioni. Come ha spiegato lo stesso presidente del Consiglio, alcune valutazioni finali saranno prese tra una settimana.
Sgombriamo allora il campo da un equivoco. Le preoccupazioni espresse da Conte sull'andamento della nostra economia non possono certo essere ignorate. Senza dubbio l'Italia dopo il trauma del lockdown ha ricominciato soprattutto nel corso della scorsa estate a rimettere in movimento i gangli del sistema produttivo. Quasi tutti gli indicatori segnalano nel terzo trimestre una ripresa robusta, che per una volta ci ha resi competitivi con…
Sgombriamo allora il campo da un equivoco. Le preoccupazioni espresse da Conte sull'andamento della nostra economia non possono certo essere ignorate. Senza dubbio l'Italia dopo il trauma del lockdown ha ricominciato soprattutto nel corso della scorsa estate a rimettere in movimento i gangli del sistema produttivo. Quasi tutti gli indicatori segnalano nel terzo trimestre una ripresa robusta, che per una volta ci ha resi competitivi con…
Di fronte ad una situazione drammatica come quella che il nostro Paese sta vivendo, il governo non si può permettere di confondere la prudenza con l'attendismo. Dopo una serie infinita di riunioni, vertici, incontri, colloqui, ieri infatti non è stata assunta sostanzialmente nessuna decisione. Tutto rinviato. Tutto procrastinato ad un prossimo bilancio di contagiati e di vittime, di terapie intensive e di guarigioni. Come ha spiegato lo stesso presidente del Consiglio, alcune valutazioni finali saranno prese tra una settimana.
Sgombriamo allora il campo da un equivoco. Le preoccupazioni espresse da Conte sull'andamento della nostra economia non possono certo essere ignorate. Senza dubbio l'Italia dopo il trauma del lockdown ha ricominciato soprattutto nel corso della scorsa estate a rimettere in movimento i gangli del sistema produttivo. Quasi tutti gli indicatori segnalano nel terzo trimestre una ripresa robusta, che per una volta ci ha resi competitivi con i partner europei. Il premier, e con lui il ministro dell'Economia Gualtieri, hanno il dovere di soppesare, appunto con prudenza, questo fattore. Un'altra sospensione delle attività imprenditoriali, un nuovo blocco di ogni movimento come nella scorsa primavera, sortirebbe un effetto devastante sul Paese. Che deve mettersi al riparo dall'epidemia ma non può ritrovarsi tra qualche mese economicamente in ginocchio.
Per conciliare queste due esigenze, però, serve senza dubbio prudenza ma anche visione. Una prospettiva. Coraggio. E scelte. Non, appunto, attendismo. Che rapidamente rischia di evolversi in immobilismo. La nave che salpa le ancore in questo mare, rischia di arenarsi in una palude o nel gigantesco e pericolosissimo oceano dell'indistinto.
Il governo ha dunque il dovere di salvaguardare occupazione, redditi e profitti. Ma deve farlo agendo. Ed invece appare sistematicamente in ritardo. Quasi impaurito. Rassicurato in primo luogo dalla tattica del rinvio, tranquillizzato dalle opzioni necessitate e non da quelle facoltative e volontarie. Non basta, come ha fatto ieri il capo del governo, rovesciare un po' di responsabilità sui sindaci per poi stare a vedere che succede. Nonostante le sue dichiarazioni, il Paese ha assistito ad alcuni ritardi che potrebbero rivelarsi negativamente determinanti. Si è perso del tempo prezioso: sui trasporti, sulla scuola, sulla riorganizzazione e ampliamento delle terapie intensive. Il Mes - che se attivato qualche mese fa avrebbe consentito di inondare di 37 miliardi il nostro sistema sanitario nazionale - è stato una "non scelta". Non sono state messe sulla bilancia le convenienze o le onerosità su cui comunque si può discutere. È stato semplicemente ignorato per paura, per il timore di dover affrontare l'ostilità pregiudiziale di una parte della maggioranza.
Così come si sta accumulando un ritardo gigantesco sul Recovery Fund. Non sono in discussione i termini entro i quali dovranno essere presentati i progetti - c'è ancora tempo fino a gennaio - , ma l'assenza totale di un dibattito profondo e di una progettualità complessiva. Nemmeno su alcuni grandi interventi di cui le infrastrutture italiane avrebbero bisogno. L'unico confronto ha riguardato il Ponte sullo stretto di Messina. Eppure l'impiego efficiente ed efficace di quei fondi può essere rivoluzionario. L'Italia potrebbe improvvisamente colmare alcuni dei suoi gap competitivi con le altre nazioni industriali del mondo occidentale.
Tutelare la nostra economia, far risalire il Pil, controllare il deficit e il debito rappresentano dunque un pre-requisito. Una conditio sine qua non. Dietro la quale non ci si può nascondere. Oltre, infatti, c'è tutto il resto. Che non può essere raggiunto se si scivola nella palude dell'attendismo. Se ci si rifugia nel rinvio ad un momento successivo ed ineludibile. Soprattutto quel resto svanisce se si confonde la propria popolarità e il destino personale con quello del Paese.
Sgombriamo allora il campo da un equivoco. Le preoccupazioni espresse da Conte sull'andamento della nostra economia non possono certo essere ignorate. Senza dubbio l'Italia dopo il trauma del lockdown ha ricominciato soprattutto nel corso della scorsa estate a rimettere in movimento i gangli del sistema produttivo. Quasi tutti gli indicatori segnalano nel terzo trimestre una ripresa robusta, che per una volta ci ha resi competitivi con i partner europei. Il premier, e con lui il ministro dell'Economia Gualtieri, hanno il dovere di soppesare, appunto con prudenza, questo fattore. Un'altra sospensione delle attività imprenditoriali, un nuovo blocco di ogni movimento come nella scorsa primavera, sortirebbe un effetto devastante sul Paese. Che deve mettersi al riparo dall'epidemia ma non può ritrovarsi tra qualche mese economicamente in ginocchio.
Per conciliare queste due esigenze, però, serve senza dubbio prudenza ma anche visione. Una prospettiva. Coraggio. E scelte. Non, appunto, attendismo. Che rapidamente rischia di evolversi in immobilismo. La nave che salpa le ancore in questo mare, rischia di arenarsi in una palude o nel gigantesco e pericolosissimo oceano dell'indistinto.
Il governo ha dunque il dovere di salvaguardare occupazione, redditi e profitti. Ma deve farlo agendo. Ed invece appare sistematicamente in ritardo. Quasi impaurito. Rassicurato in primo luogo dalla tattica del rinvio, tranquillizzato dalle opzioni necessitate e non da quelle facoltative e volontarie. Non basta, come ha fatto ieri il capo del governo, rovesciare un po' di responsabilità sui sindaci per poi stare a vedere che succede. Nonostante le sue dichiarazioni, il Paese ha assistito ad alcuni ritardi che potrebbero rivelarsi negativamente determinanti. Si è perso del tempo prezioso: sui trasporti, sulla scuola, sulla riorganizzazione e ampliamento delle terapie intensive. Il Mes - che se attivato qualche mese fa avrebbe consentito di inondare di 37 miliardi il nostro sistema sanitario nazionale - è stato una "non scelta". Non sono state messe sulla bilancia le convenienze o le onerosità su cui comunque si può discutere. È stato semplicemente ignorato per paura, per il timore di dover affrontare l'ostilità pregiudiziale di una parte della maggioranza.
Così come si sta accumulando un ritardo gigantesco sul Recovery Fund. Non sono in discussione i termini entro i quali dovranno essere presentati i progetti - c'è ancora tempo fino a gennaio - , ma l'assenza totale di un dibattito profondo e di una progettualità complessiva. Nemmeno su alcuni grandi interventi di cui le infrastrutture italiane avrebbero bisogno. L'unico confronto ha riguardato il Ponte sullo stretto di Messina. Eppure l'impiego efficiente ed efficace di quei fondi può essere rivoluzionario. L'Italia potrebbe improvvisamente colmare alcuni dei suoi gap competitivi con le altre nazioni industriali del mondo occidentale.
Tutelare la nostra economia, far risalire il Pil, controllare il deficit e il debito rappresentano dunque un pre-requisito. Una conditio sine qua non. Dietro la quale non ci si può nascondere. Oltre, infatti, c'è tutto il resto. Che non può essere raggiunto se si scivola nella palude dell'attendismo. Se ci si rifugia nel rinvio ad un momento successivo ed ineludibile. Soprattutto quel resto svanisce se si confonde la propria popolarità e il destino personale con quello del Paese.