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(agf)

Conte, la linea soft alla prova dei fatti

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La Lombardia si arrende e alza bandiera bianca. Coprifuoco dalle undici di sera nei giorni feriali, si esce di casa solo per comprovate ragioni di necessità, blocco della media e grande distribuzione nel fine settimana. Se la Regione motore d'Italia è la prima a incepparsi, è facile prevedere che altre presto o tardi la seguiranno nella richiesta al governo di imporre il lockdown serale. Con una proiezione di 600 posti in terapia intensiva al 31 ottobre, Milano è avanti di qualche giorno rispetto a Torino e Napoli. Non è lecito farsi troppe illusioni.

È una decisione che era nell'aria, eppure ci colpisce come un pugno nello stomaco per il suo valore simbolico, dentro di noi sentiamo una voce che dice "ecco, ci risiamo". Anche chi voleva sforzarsi di essere ottimista, chi aveva relegato in un remoto angolino della memoria le autocertificazioni, le passeggiate soltanto con il cane, le file ai supermarket per la farina, deve pr…
La Lombardia si arrende e alza bandiera bianca. Coprifuoco dalle undici di sera nei giorni feriali, si esce di casa solo per comprovate ragioni di necessità, blocco della media e grande distribuzione nel fine settimana. Se la Regione motore d'Italia è la prima a incepparsi, è facile prevedere che altre presto o tardi la seguiranno nella richiesta al governo di imporre il lockdown serale. Con una proiezione di 600 posti in terapia intensiva al 31 ottobre, Milano è avanti di qualche giorno rispetto a Torino e Napoli. Non è lecito farsi troppe illusioni.

È una decisione che era nell'aria, eppure ci colpisce come un pugno nello stomaco per il suo valore simbolico, dentro di noi sentiamo una voce che dice "ecco, ci risiamo". Anche chi voleva sforzarsi di essere ottimista, chi aveva relegato in un remoto angolino della memoria le autocertificazioni, le passeggiate soltanto con il cane, le file ai supermarket per la farina, deve prendere atto che il virus non solo non andrà via, ma nelle prossime settimane ci costringerà a decisioni dure e a orientare nuovamente le nostre esistenze sul compasso della malattia.

Lo choc della Lombardia, con i suoi sindaci e il presidente della Regione, al di là di ogni colore politico, uniti nel chiedere al governo di richiudere tutto sono l'evento che ci fa aprire gli occhi sulla nuova fase iniziata ieri. Come nel romanzo di Camus, diventato il baedeker dei nostri tempi, "da questo momento si può dire che la peste ci riguardò tutti. Finora, nonostante la sorpresa e la preoccupazione suscitate da questi eventi straordinari, ognuno aveva continuato come poteva a dedicarsi alle proprie occupazioni. Ma dopo che furono chiuse le porte, tutti si accorsero di essere sulla stessa barca e di doversene fare una ragione".

Si può star certi che il primo a essere rimasto spiazzato da questa richiesta lombarda sia stato il presidente del Consiglio. Giuseppe Conte ha infatti impostato la sua strategia sulla riduzione del danno, mettendosi decisamente alla testa di quella parte del governo contraria a drastici ukase come quelli proposti dai ministri Speranza e Franceschini. Da qui il Dpcm faticosamente partorito domenica sera, con quella panoplia di micro-interventi tutti molto circoscritti. Forse troppo. Tanto da aver provocato la sollevazione dei sindaci per l'unico punto davvero rilevante, non a caso un lockdown dei quartieri della movida. Perché è evidente che un conto è vietare le sagre di paese, altra cosa è limitare la libertà dei giovani di girare a piacimento per le nostre piazze dalle 21. Conte è chiamato dunque a verificare in tempi molto rapidi se la sua linea anti-chiusura, la stessa che lo ha messo per la prima volta in sintonia con i governatori di centrodestra, sia ancora perseguibile alla luce delle notizie che arrivano dal Nord.

Aveva scommesso sull'economia e sulla ripresa, si ritrova a dover richiudere. Lo farà? Si può star certi che fino all'ultimo proverà a resistere. E non arriverà a bloccare il cuore produttivo del Paese, le fabbriche della pianura padana. Giuseppe Pasini, il presidente di Confindustria Brescia, titolare di un'azienda metallurgica che non consente certo lo smart working, ieri è stato chiaro: "Non possiamo permetterci un'ulteriore chiusura delle aziende". Suonano sinistri gli scricchioli che iniziano ad arrivare da alcuni centri studi sul quarto trimestre, che si preannuncia decisamente meno positivo del terzo. Giulio Tremonti, uno dei pochi ad aver previsto il collasso del 2008-2009, ha ricominciato a gridare come una Cassandra: "Ma quale ripresa impetuosa? Credo che la strada che abbiamo davanti sia drammatica". La presidente della Bce Christine Lagarde, ieri su Le Monde ha invitato a far presto con il Recovery Fund, perché "la seconda ondata epidemica e le nuove misure restrittive che l'accompagnano pesano sulla ripresa" in Europa. Ha parlato di una situazione che può peggiorare e di previsioni che possono diventare "fosche". È questo lo spettro che ha di fronte Conte, che conosce queste previsioni. Gli arzigogoli sul patto di legislatura e i balletti eterni sul Mes rischiano presto di essere travolti dalla realtà. Ha ragione il premier quando dice che quei 36 miliardi di prestiti sanitari a tasso zero "non sono la panacea" dei mali italiani. Ma, a differenza di quelli del Next Generation Eu, hanno il pregio di arrivare presto, "entro un mese", ha precisato ieri Gualtieri. E il tempo è diventato ormai la risorsa che scarseggia di più.