Nel suggerirci di sostituire il termine lockdown con uno dei possibili equivalenti italiani Corrado Augias non ha fatto del semplice purismo. Fra termini come “confinamento” e “clausura” Augias preferisce quest’ultimo, perché trova nel primo uno sgradevole richiamo all’uso che del confino si è fatto in epoca fascista. In fatto di lingua quasi sempre le affermazioni sono opinabili: infatti si potrebbe obiettare che nel suo uso prevalente — che è quello religioso — “clausura” designa un atto volontario, mentre nella definizione dell’Oxford Dictionary citata da Augias lockdown è chiaramente indicato come un’imposizione d’autorità, come in italiano accade piuttosto con “confinamento”. Ma questi sono appunto dettagli, che possono appassionare solo chi si diletta a osservare più il gioco delle parole che quello del calcio.
Augias avrà notato che negli a…
Augias avrà notato che negli a…
Nel suggerirci di sostituire il termine lockdown con uno dei possibili equivalenti italiani Corrado Augias non ha fatto del semplice purismo. Fra termini come “confinamento” e “clausura” Augias preferisce quest’ultimo, perché trova nel primo uno sgradevole richiamo all’uso che del confino si è fatto in epoca fascista. In fatto di lingua quasi sempre le affermazioni sono opinabili: infatti si potrebbe obiettare che nel suo uso prevalente — che è quello religioso — “clausura” designa un atto volontario, mentre nella definizione dell’Oxford Dictionary citata da Augias lockdown è chiaramente indicato come un’imposizione d’autorità, come in italiano accade piuttosto con “confinamento”. Ma questi sono appunto dettagli, che possono appassionare solo chi si diletta a osservare più il gioco delle parole che quello del calcio.
Augias avrà notato che negli articoli di Repubblica che comparivano vicino al suo il termine lockdown aveva libero e disinvolto corso. Non è neppure da escludere che gli autori degli articoli ne avrebbero fatto volentieri a meno. Tutte le campagne per usare parole italiane equivalenti ai termini che importiamo dall’inglese raccolgono regolari consensi: eppure l’uso degli anglismi (ricordo che Tullio De Mauro riteneva che persino “anglicismo” fosse un anglismo) non pare scemare. Se il presidente del Consiglio dice lockdown il cronista che riporta le sue dichiarazioni può forse correggerlo? La verità è che la nostra libertà di scelta delle parole da usare non è assoluta. A formare il nostro discorso non agisce solo la nostra volontà individuale, ma anche la società, il ceto a cui apparteniamo, il nostro livello culturale, la lingua stessa. L’interlocuzione si svolge come una partita e alcune parole sono pedine già presenti sulla scacchiera: il singolo giocatore può muoverle ma non può sempre rimuoverle o sostituirle.
C’è poi un paradosso. Come Augias nota, una parola come “clausura” è tanto più facile, orecchiabile e “bella” di lockdown. Però se diciamo lockdown questa ci pare una forma di pigrizia. Se “clausura” è una parola più facile, perché non ci viene più facile usarla al posto di un anglismo? Dire che si tratta di una moda non è certo una spiegazione e neppure una risposta: di moda è tutto ciò che molti fanno volentieri e il punto è proprio quello. La moda ha ragioni o parlando di moda ci accontentiamo di postulare che si tratti di capricci?
Due ragioni sembra di poterle trovare. Viene facile dire lockdown proprio perché non è un termine italiano e proprio perché è inglese. Non è italiano, e dunque fa pensare a qualcosa di totalmente inedito, non paragonabile a esperienze già note, come invece capita con “confinamento” o “clausura”. È inglese, e dunque appartiene alla lingua a cui abbiamo subappaltato, e non da oggi, la nostra terminologia tecnica. Le università italiane propongono corsi che si svolgono interamente in lingua inglese; usa sostantivi e verbi inglesi chi parla di informatica, di tecnologia, di economia, persino diritto (Augias richiama l’uso di stepchild adoption).
L’inglese non è più “bello” dell’italiano, né è certo più “facile”, come pure a volte si sente dire. È invece difficilissimo già dalla pronuncia di parole comuni (ahi, quei continui Recovery Fund pronunciati come fossero found da politici e giornalisti nei telegiornali e nei talk show...). Perciò usare l’inglese non è affatto più comodo e anzi espone al ridicolo sia chi lo usa maldestramente sia i pochi che ostentano pronunce ipercorrette e preziosistiche. Eppure dire lockdown può venire istintivo. Succede perché pare giusto così: i termini inglesi sono più prestigiosi e il loro impiego pare preferibile, se non proprio necessario. Accade per la superiorità culturale che la cultura angloamericana ha acquisito nei campi della tecnologia e (per l’appunto) del management.
Il gioco del pallone in origine si chiamava football e aveva termini tutti inglesi: corner, goal, referee, penalty, offside, hands. Col tempo sono stati in gran parte sostituiti da equivalenti italiani. Sarà un caso, ma è successo quando le squadre italiane hanno cominciato a sconfiggere quelle inglesi.
Augias avrà notato che negli articoli di Repubblica che comparivano vicino al suo il termine lockdown aveva libero e disinvolto corso. Non è neppure da escludere che gli autori degli articoli ne avrebbero fatto volentieri a meno. Tutte le campagne per usare parole italiane equivalenti ai termini che importiamo dall’inglese raccolgono regolari consensi: eppure l’uso degli anglismi (ricordo che Tullio De Mauro riteneva che persino “anglicismo” fosse un anglismo) non pare scemare. Se il presidente del Consiglio dice lockdown il cronista che riporta le sue dichiarazioni può forse correggerlo? La verità è che la nostra libertà di scelta delle parole da usare non è assoluta. A formare il nostro discorso non agisce solo la nostra volontà individuale, ma anche la società, il ceto a cui apparteniamo, il nostro livello culturale, la lingua stessa. L’interlocuzione si svolge come una partita e alcune parole sono pedine già presenti sulla scacchiera: il singolo giocatore può muoverle ma non può sempre rimuoverle o sostituirle.
C’è poi un paradosso. Come Augias nota, una parola come “clausura” è tanto più facile, orecchiabile e “bella” di lockdown. Però se diciamo lockdown questa ci pare una forma di pigrizia. Se “clausura” è una parola più facile, perché non ci viene più facile usarla al posto di un anglismo? Dire che si tratta di una moda non è certo una spiegazione e neppure una risposta: di moda è tutto ciò che molti fanno volentieri e il punto è proprio quello. La moda ha ragioni o parlando di moda ci accontentiamo di postulare che si tratti di capricci?
Due ragioni sembra di poterle trovare. Viene facile dire lockdown proprio perché non è un termine italiano e proprio perché è inglese. Non è italiano, e dunque fa pensare a qualcosa di totalmente inedito, non paragonabile a esperienze già note, come invece capita con “confinamento” o “clausura”. È inglese, e dunque appartiene alla lingua a cui abbiamo subappaltato, e non da oggi, la nostra terminologia tecnica. Le università italiane propongono corsi che si svolgono interamente in lingua inglese; usa sostantivi e verbi inglesi chi parla di informatica, di tecnologia, di economia, persino diritto (Augias richiama l’uso di stepchild adoption).
L’inglese non è più “bello” dell’italiano, né è certo più “facile”, come pure a volte si sente dire. È invece difficilissimo già dalla pronuncia di parole comuni (ahi, quei continui Recovery Fund pronunciati come fossero found da politici e giornalisti nei telegiornali e nei talk show...). Perciò usare l’inglese non è affatto più comodo e anzi espone al ridicolo sia chi lo usa maldestramente sia i pochi che ostentano pronunce ipercorrette e preziosistiche. Eppure dire lockdown può venire istintivo. Succede perché pare giusto così: i termini inglesi sono più prestigiosi e il loro impiego pare preferibile, se non proprio necessario. Accade per la superiorità culturale che la cultura angloamericana ha acquisito nei campi della tecnologia e (per l’appunto) del management.
Il gioco del pallone in origine si chiamava football e aveva termini tutti inglesi: corner, goal, referee, penalty, offside, hands. Col tempo sono stati in gran parte sostituiti da equivalenti italiani. Sarà un caso, ma è successo quando le squadre italiane hanno cominciato a sconfiggere quelle inglesi.