Ripresa globale e Covid: Ripensare l’economia
di Domenico Siniscalco
La ripresa economica post-Covid sta rallentando nelle ultime settimane, a causa delle misure di contenimento della pandemia, introdotte in molti Paesi per mitigare la seconda ondata di contagi. Lo dice Christine Lagarde, presidente della Bce, in un’intervista di ieri a Le Monde, e tutti sappiamo che questo è il rischio principale della fase attuale. In questo senso la ripresa a forma di V rischia di essere rimpiazzata da una ripresa a forma di W, o comunque più lenta.
Si accentuerebbe in questo modo il disaccoppiamento tra economia reale e mercati che ha tenuto banco agli incontri annuali del Fondo Monetario Internazionale la settimana passata. In questi mesi, grazie alle politiche monetarie e fiscali, i mercati finanziari sono sotto controllo, c’è accesso al credito e persino il prezzo del petrolio sembra avviato a una maggiore stabilità grazie all’incontro tra Russi e Sauditi. Gli indici di borsa americani sono tornati ai livelli pre-cr…
Si accentuerebbe in questo modo il disaccoppiamento tra economia reale e mercati che ha tenuto banco agli incontri annuali del Fondo Monetario Internazionale la settimana passata. In questi mesi, grazie alle politiche monetarie e fiscali, i mercati finanziari sono sotto controllo, c’è accesso al credito e persino il prezzo del petrolio sembra avviato a una maggiore stabilità grazie all’incontro tra Russi e Sauditi. Gli indici di borsa americani sono tornati ai livelli pre-cr…
La ripresa economica post-Covid sta rallentando nelle ultime settimane, a causa delle misure di contenimento della pandemia, introdotte in molti Paesi per mitigare la seconda ondata di contagi. Lo dice Christine Lagarde, presidente della Bce, in un’intervista di ieri a Le Monde, e tutti sappiamo che questo è il rischio principale della fase attuale. In questo senso la ripresa a forma di V rischia di essere rimpiazzata da una ripresa a forma di W, o comunque più lenta.
Si accentuerebbe in questo modo il disaccoppiamento tra economia reale e mercati che ha tenuto banco agli incontri annuali del Fondo Monetario Internazionale la settimana passata. In questi mesi, grazie alle politiche monetarie e fiscali, i mercati finanziari sono sotto controllo, c’è accesso al credito e persino il prezzo del petrolio sembra avviato a una maggiore stabilità grazie all’incontro tra Russi e Sauditi. Gli indici di borsa americani sono tornati ai livelli pre-crisi. Questa stabilità è in forte contrasto con l’economia reale che, come ricorda Lagarde, è ancora in grandissima sofferenza: il prodotto mondiale si sta riducendo del 4,4 per cento quest’anno: sei volte l’economia italiana, per offrire un paragone. Nell’Eurozona la caduta del prodotto interno lordo si stima dell’8 per cento nel 2020. L’incertezza sanitaria sul futuro è molto elevata. Ma le politiche fiscali hanno sinora fronteggiato la crisi immettendo 12 trilioni di dollari nelle economie, a cui vanno aggiunti un ampliamento dei bilanci delle banche centrali per 7,5 trilioni. Grazie alle lezioni del 2008, dunque, sembra che abbiamo saputo interrompere almeno parzialmente il circolo vizioso tra economia reale e finanza. Ma questo progresso, pur molto importante è insufficiente se la ripresa si allontana.
Sul piano dell’economia reale, si tratta infatti di superare la crisi e disegnare un nuovo sistema più robusto e produttivo, correggendo proprio le fragilità emerse negli ultimi venti anni: disuguaglianza, cambiamenti climatici, esclusione. Altrimenti le comprensibili reazioni di elettori e governi rischiano di innescare spirali negative. Il programma europeo Next Generation Europe mira proprio a questa riallocazione di risorse. Nel 2008, una gravissima crisi finanziaria aveva avuto un impatto molto negativo sull’economia reale. Oggi la crisi segue un nesso causale opposto: i problemi economici che stiamo vivendo non hanno origine finanziaria, ma pur tuttavia hanno pesanti retroazioni sul sistema finanziario. In particolare, i debiti pubblici e i debiti privati (che hanno raggiunto rispettivamente il 125 e il 330 per cento del prodotto mondiale) rischiano di soffocare le nostre economie proprio quando la ripresa sarebbe di vitale importanza.
Per questi motivi la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva , ha evocato un “momento Bretton Woods”: un profondo ridisegno del modello di sviluppo e delle relazioni finanziarie a livello globale, sull’esempio di quanto realizzato nel 1944, fondato anche su uno schema di risoluzione dei debiti pubblici eccessivi. Il sistema economico e finanziario mondiale, peraltro, ha davvero bisogno di una profonda revisione. Da un lato l’eccesso di globalizzazione della produzione e dei commerci ha mostrato limiti e disfunzioni, sinora affrontate con un ritorno disorganizzato del protezionismo. Nella finanza, debiti pubblici e privati ormai multipli del Prodotto lordo rischiano di soffocare le economie.
Ecco perché, con coraggio, Georgieva ha chiesto al G20 uno schema di risoluzione, cioè ristrutturazione, dei debiti, oltre a misure per il clima e contro la disuguaglianza. In assenza di questo nuovo schema, possiamo rischiare di entrare in una trappola di debito e ristagno.
Oggi, con i tassi di interesse molto bassi o negativi, una crisi del debito appare remota. È possibile che questo rischio venga ridotto da una ripresa con un minimo di inflazione, ma una soluzione per ristrutturare i debiti eccessivi va comunque disegnata finché siamo in tempo. Cosi come appare necessario un ripensamento del regime mondiale dei commerci, dove le regole del Wto appaiono ormai in ritardo sui tempi.
Nel 2021, toccherà all’Italia per la prima volta la presidenza del G20. Si tratta davvero di un occasione storica per lanciare il disegno di una nuova agenda economica globale, perché il mondo sta entrando in problemi nuovi con un economia del tutto diversa dal passato. Perché, come diceva Albert Einstein, non si può entrare in territori nuovi con vecchie mappe.
Si accentuerebbe in questo modo il disaccoppiamento tra economia reale e mercati che ha tenuto banco agli incontri annuali del Fondo Monetario Internazionale la settimana passata. In questi mesi, grazie alle politiche monetarie e fiscali, i mercati finanziari sono sotto controllo, c’è accesso al credito e persino il prezzo del petrolio sembra avviato a una maggiore stabilità grazie all’incontro tra Russi e Sauditi. Gli indici di borsa americani sono tornati ai livelli pre-crisi. Questa stabilità è in forte contrasto con l’economia reale che, come ricorda Lagarde, è ancora in grandissima sofferenza: il prodotto mondiale si sta riducendo del 4,4 per cento quest’anno: sei volte l’economia italiana, per offrire un paragone. Nell’Eurozona la caduta del prodotto interno lordo si stima dell’8 per cento nel 2020. L’incertezza sanitaria sul futuro è molto elevata. Ma le politiche fiscali hanno sinora fronteggiato la crisi immettendo 12 trilioni di dollari nelle economie, a cui vanno aggiunti un ampliamento dei bilanci delle banche centrali per 7,5 trilioni. Grazie alle lezioni del 2008, dunque, sembra che abbiamo saputo interrompere almeno parzialmente il circolo vizioso tra economia reale e finanza. Ma questo progresso, pur molto importante è insufficiente se la ripresa si allontana.
Sul piano dell’economia reale, si tratta infatti di superare la crisi e disegnare un nuovo sistema più robusto e produttivo, correggendo proprio le fragilità emerse negli ultimi venti anni: disuguaglianza, cambiamenti climatici, esclusione. Altrimenti le comprensibili reazioni di elettori e governi rischiano di innescare spirali negative. Il programma europeo Next Generation Europe mira proprio a questa riallocazione di risorse. Nel 2008, una gravissima crisi finanziaria aveva avuto un impatto molto negativo sull’economia reale. Oggi la crisi segue un nesso causale opposto: i problemi economici che stiamo vivendo non hanno origine finanziaria, ma pur tuttavia hanno pesanti retroazioni sul sistema finanziario. In particolare, i debiti pubblici e i debiti privati (che hanno raggiunto rispettivamente il 125 e il 330 per cento del prodotto mondiale) rischiano di soffocare le nostre economie proprio quando la ripresa sarebbe di vitale importanza.
Per questi motivi la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva , ha evocato un “momento Bretton Woods”: un profondo ridisegno del modello di sviluppo e delle relazioni finanziarie a livello globale, sull’esempio di quanto realizzato nel 1944, fondato anche su uno schema di risoluzione dei debiti pubblici eccessivi. Il sistema economico e finanziario mondiale, peraltro, ha davvero bisogno di una profonda revisione. Da un lato l’eccesso di globalizzazione della produzione e dei commerci ha mostrato limiti e disfunzioni, sinora affrontate con un ritorno disorganizzato del protezionismo. Nella finanza, debiti pubblici e privati ormai multipli del Prodotto lordo rischiano di soffocare le economie.
Ecco perché, con coraggio, Georgieva ha chiesto al G20 uno schema di risoluzione, cioè ristrutturazione, dei debiti, oltre a misure per il clima e contro la disuguaglianza. In assenza di questo nuovo schema, possiamo rischiare di entrare in una trappola di debito e ristagno.
Oggi, con i tassi di interesse molto bassi o negativi, una crisi del debito appare remota. È possibile che questo rischio venga ridotto da una ripresa con un minimo di inflazione, ma una soluzione per ristrutturare i debiti eccessivi va comunque disegnata finché siamo in tempo. Cosi come appare necessario un ripensamento del regime mondiale dei commerci, dove le regole del Wto appaiono ormai in ritardo sui tempi.
Nel 2021, toccherà all’Italia per la prima volta la presidenza del G20. Si tratta davvero di un occasione storica per lanciare il disegno di una nuova agenda economica globale, perché il mondo sta entrando in problemi nuovi con un economia del tutto diversa dal passato. Perché, come diceva Albert Einstein, non si può entrare in territori nuovi con vecchie mappe.