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(reuters)

Covid, il Paese del tempo perduto

Troppi ritardi nella rete di protezione contro la seconda ondata
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Non c'è da scherzare. Martedì gli esperti avevano previsto l'impennata dei contagi per la seconda parte della settimana e puntualmente i numeri hanno dato loro ragione. Con 15.199 contagi e un aumento di quasi il 40 per cento in un giorno davvero non c'è da scherzare: ormai pure qualche negazionista fra i più incalliti si sarà dovuto convincere. Tanto più che il record dei tamponi, 177.848, non basta a spiegare la ripida risalita della curva. Ieri l'8,55 per cento dei test ha dato esito positivo, ed è quasi il doppio rispetto ai valori di appena una settimana fa. Ieri una persona su 11,7 controllate aveva il coronavirus; mercoledì scorso una su 21. Inevitabile la domanda: la situazione è ancora sotto controllo?

L'interrogativo meriterebbe una risposta schietta, che purtroppo però fra tanti infingimenti si può già intuire dai segnali in arrivo. Le strutture sanitarie sono inondate d…
Non c'è da scherzare. Martedì gli esperti avevano previsto l'impennata dei contagi per la seconda parte della settimana e puntualmente i numeri hanno dato loro ragione. Con 15.199 contagi e un aumento di quasi il 40 per cento in un giorno davvero non c'è da scherzare: ormai pure qualche negazionista fra i più incalliti si sarà dovuto convincere. Tanto più che il record dei tamponi, 177.848, non basta a spiegare la ripida risalita della curva. Ieri l'8,55 per cento dei test ha dato esito positivo, ed è quasi il doppio rispetto ai valori di appena una settimana fa. Ieri una persona su 11,7 controllate aveva il coronavirus; mercoledì scorso una su 21. Inevitabile la domanda: la situazione è ancora sotto controllo?

L'interrogativo meriterebbe una risposta schietta, che purtroppo però fra tanti infingimenti si può già intuire dai segnali in arrivo. Le strutture sanitarie sono inondate dai casi positivi e non ce la fanno a seguire le tracce dei contagi, ovvero l'unica mossa utile per tenere sotto controllo l'epidemia. Manca il personale, mancano anche i medici, soprattutto gli anestesisti. La famosa app "Immuni", che doveva essere la nostra arma segreta, finora ha fatto cilecca per varie ragioni, inclusa la diffidenza. Quanto ai risultati della task force di 76 persone creata dal ministero dell'Innovazione per studiare le armi digitali contro il virus, non ne abbiamo notizia: anche perché quei risultati era espressamente previsto che dovessero arrivare sei mesi dopo la fine delle "misure restrittive". Destinate, magari in forma diversa, a ricominciare.

La verità? Con l'estate, le spiagge ripopolate e gli ingorghi sulle autostrade, il Paese ha pensato che la nottata fosse ormai passata. Chi si ostinava a presagire una seconda ondata veniva liquidato come un menagramo, mentre le discoteche venivano riempite con incoscienza e la voglia di normalità sembrava l'unica pulsione da soddisfare. Più in fretta possibile.

E velocemente ci siamo ritrovati allo stesso punto di partenza. Hanno ragione quanti sostengono che in questa circostanza conta soprattutto il senso di responsabilità degli individui. Come pure è vero che la situazione attuale è molto diversa da quella di marzo. Anche se malauguratamente riemergono gli stessi vizi che l'esperienza dei mesi passati avrebbe dovuto far sparire. Pezzi di Stato che vanno ognuno per conto proprio, con annunci che gettano la gente nel panico prima di essere smentiti e poi invece riproposti. Ecco il coprifuoco, ecco la chiusura delle palestre e degli sport da dilettanti (ma il calcio professionistico, con i contagi che imperversano, quello non si tocca), ecco di nuovo le scuole off limits ma solo per i più grandi, ecco le aree della "movida" sbarrate con i militari, ecco i centri commerciali chiusi nel weekend. Il presidente del Consiglio esclude tassativamente un nuovo lockdown, ma ci sono ministri che ci stanno pensando, mentre i Comuni accusano il governo di giocare allo scaricabarile e le Regioni procedono come al solito in ordine sparso. Per non parlare dell'incredibile varietà di pareri degli esperti, compulsivamente sollecitati dai talk show. Il risultato è che il Paese procede nella nebbia, alla giornata, senza avere chiara la direzione verso cui andare. Con in più informazioni talvolta vaghe e spesso contraddittorie, in un'alternanza di terrore e sollievo. E la netta sensazione che la situazione sia sfuggita di mano.

La differenza è che stavolta almeno le mascherine le abbiamo. Ma è una consolazione piuttosto magra, considerando il tempo che si è perso da marzo a oggi. Nemmeno in questo caso ci siamo smentiti. Questo Paese dà il meglio di sé nelle emergenze drammatiche. È allora che vengono fuori tutte le sue qualità: siamo i più bravi a salvare le vite umane. Quando però si tratta di gestire l'ordinaria amministrazione allora spuntano inesorabili le magagne di un sistema che fa acqua da tutte le parti, complice anche una classe dirigente non sempre adeguata. Dalle emergenze non impariamo mai niente, e commettiamo sempre gli stessi errori. Da marzo, mentre i medici e gli infermieri in prima linea si sacrificavano per salvare i malati, eravamo coscienti che la nostra sanità andava rafforzata, e rapidamente: aumentando non soltanto le terapie intensive, come in parte è stato fatto, ma soprattutto la capacità di tracciare i contagi. Da marzo sapevamo che le scuole avrebbero riaperto, e che il problema non erano soltanto i banchi con le rotelle ma un trasporto pubblico locale già al collasso. Da marzo sapevamo che quest'anno sarebbero serviti molti più vaccini contro la normale influenza, ma non si è pensato di reperirli per tempo e molte Regioni sono in affanno.

Certo, non ovunque le cose sono andate allo stesso modo. Però il caso della Lombardia, la Regione più colpita all'inizio della pandemia, dice con estrema chiarezza che la lezione è stata quasi del tutto inutile. Di sicuro non per volontà dello Spirito santo. Ieri i contagi hanno superato in una sola giornata quota 4 mila raddoppiando in 24 ore e toccando un rapporto dell'11,3 per cento sui tamponi eseguiti contro il 9,3 del giorno prima. Parliamo di una Regione, come hanno raccontato martedì su questo giornale Tito Boeri e Roberto Perotti, dove i manager che hanno tagliato i letti Covid sono stati addirittura premiati con l'incentivo economico. E non è uno scherzo.