Se resta vuoto il tavolo dell’unità
Stefano Folli , di STEFANO FOLLI
Le grandi e prolungate crisi, come può essere una guerra, spesso servono a selezionare nella sofferenza una classe dirigente. Ma l'anno del Covid, di cui non s'intravede l'epilogo, non sembra raggiungere nemmeno tale scopo. Gli interventi nel dibattito pubblico spesso sono inadeguati o casuali, si vive alla giornata e domina un senso d'impreparazione. Naturalmente la pandemia mette alla frusta tutte le nazioni e i diversi sistemi politici, ma da noi più che altrove si vive nella precarietà e all'interno di un breve orizzonte. Sabino Cassese ha parlato di una strategia della "sopravvivenza" come unico obiettivo del governo. Difficile dargli torto. I mesi in buona parte sprecati tra la prima e la seconda ondata costituiscono un "memorandum" a cui nessuno finora ha risposto con il linguaggio della verità anziché con quello della propaganda.
Come hanno rilevato vari osservatori, i discorsi in Parlamento del presid…
Come hanno rilevato vari osservatori, i discorsi in Parlamento del presid…
Le grandi e prolungate crisi, come può essere una guerra, spesso servono a selezionare nella sofferenza una classe dirigente. Ma l'anno del Covid, di cui non s'intravede l'epilogo, non sembra raggiungere nemmeno tale scopo. Gli interventi nel dibattito pubblico spesso sono inadeguati o casuali, si vive alla giornata e domina un senso d'impreparazione. Naturalmente la pandemia mette alla frusta tutte le nazioni e i diversi sistemi politici, ma da noi più che altrove si vive nella precarietà e all'interno di un breve orizzonte. Sabino Cassese ha parlato di una strategia della "sopravvivenza" come unico obiettivo del governo. Difficile dargli torto. I mesi in buona parte sprecati tra la prima e la seconda ondata costituiscono un "memorandum" a cui nessuno finora ha risposto con il linguaggio della verità anziché con quello della propaganda.
Come hanno rilevato vari osservatori, i discorsi in Parlamento del presidente del Consiglio sono burocratici e persino superflui perché di rado aggiungono elementi che non siano già noti. Servono a evitare al premier l'accusa di voler scavalcare le assemblee, come fu in primavera. Ma quasi mai accendono una discussione, ancor meno una passione: e questo non certo per responsabilità esclusiva di Conte. Il quale agisce come ha sempre detto, facendo ricorso al suo lessico da avvocato: "rende edotto" l'organismo legislativo. E dopo averlo reso edotto, tutto continua secondo il solito tran-tran in attesa della prossima comunicazione.
Il gioco del cerino - rispetto alle chiusure in atto o ipotizzate - è tra il governo centrale e le Regioni: il Parlamento tende a essere uno spettatore più o meno passivo. Qui s'incontra il tema della "solidarietà nazionale" o addirittura dell'unità complessiva della politica in funzione anti-Covid. Sono scenari che proprio l'incertezza e l'impaccio delle forze rendono realistici. Ma ci sono scarse probabilità che si realizzino in una qualsiasi variante. In Senato è stato Pier Ferdinando Casini, centrista da sempre, a proporre un "tavolo di consultazione" permanente tra maggioranza e opposizione. In precedenza Walter Veltroni, nella sua nuova veste di articolista del Corriere, aveva avanzato una proposta analoga. Idem Pierluigi Castagnetti, ex dc in ottimi rapporti con il capo dello Stato, che si preoccupa del decreto prossimo venturo, da tutti considerato inevitabile, e afferma di "trovare inspiegabile che Conte non apra subito un tavolo anche con le opposizioni: una ostinazione a dir poco assurda".
Non ci vuole molta immaginazione per sapere che un'iniziativa di questo tipo sarebbe vista con favore dal Quirinale: servirebbe a stemperare la tensione e a dare l'idea di un paese abbastanza coeso. Ma può avere successo questa misurata pressione? Il primo a non gradire il disgelo con l'opposizione sembra il presidente del Consiglio, se è vero che le misure anti-Covid sono state da lui annunciate al telefono ai capi del centrodestra, con un filo di malizia, appena un'oretta prima di essere rese note nella conferenza stampa di domenica sera. Tuttavia anche l'opposizione, intesa qui come Salvini e Giorgia Meloni, non ha la minima intenzione di farsi coinvolgere intorno a un tavolo solo consultivo, privo di potere decisionale. Quindi si torna al punto di partenza, cioè al paradosso. Il tavolo è un surrogato della vera unità nazionale che servirebbe. Ma l'unità nazionale non è oggi matura per responsabilità ben distribuite tra maggioranza e opposizione. E così si procede a tentoni.
Come hanno rilevato vari osservatori, i discorsi in Parlamento del presidente del Consiglio sono burocratici e persino superflui perché di rado aggiungono elementi che non siano già noti. Servono a evitare al premier l'accusa di voler scavalcare le assemblee, come fu in primavera. Ma quasi mai accendono una discussione, ancor meno una passione: e questo non certo per responsabilità esclusiva di Conte. Il quale agisce come ha sempre detto, facendo ricorso al suo lessico da avvocato: "rende edotto" l'organismo legislativo. E dopo averlo reso edotto, tutto continua secondo il solito tran-tran in attesa della prossima comunicazione.
Il gioco del cerino - rispetto alle chiusure in atto o ipotizzate - è tra il governo centrale e le Regioni: il Parlamento tende a essere uno spettatore più o meno passivo. Qui s'incontra il tema della "solidarietà nazionale" o addirittura dell'unità complessiva della politica in funzione anti-Covid. Sono scenari che proprio l'incertezza e l'impaccio delle forze rendono realistici. Ma ci sono scarse probabilità che si realizzino in una qualsiasi variante. In Senato è stato Pier Ferdinando Casini, centrista da sempre, a proporre un "tavolo di consultazione" permanente tra maggioranza e opposizione. In precedenza Walter Veltroni, nella sua nuova veste di articolista del Corriere, aveva avanzato una proposta analoga. Idem Pierluigi Castagnetti, ex dc in ottimi rapporti con il capo dello Stato, che si preoccupa del decreto prossimo venturo, da tutti considerato inevitabile, e afferma di "trovare inspiegabile che Conte non apra subito un tavolo anche con le opposizioni: una ostinazione a dir poco assurda".
Non ci vuole molta immaginazione per sapere che un'iniziativa di questo tipo sarebbe vista con favore dal Quirinale: servirebbe a stemperare la tensione e a dare l'idea di un paese abbastanza coeso. Ma può avere successo questa misurata pressione? Il primo a non gradire il disgelo con l'opposizione sembra il presidente del Consiglio, se è vero che le misure anti-Covid sono state da lui annunciate al telefono ai capi del centrodestra, con un filo di malizia, appena un'oretta prima di essere rese note nella conferenza stampa di domenica sera. Tuttavia anche l'opposizione, intesa qui come Salvini e Giorgia Meloni, non ha la minima intenzione di farsi coinvolgere intorno a un tavolo solo consultivo, privo di potere decisionale. Quindi si torna al punto di partenza, cioè al paradosso. Il tavolo è un surrogato della vera unità nazionale che servirebbe. Ma l'unità nazionale non è oggi matura per responsabilità ben distribuite tra maggioranza e opposizione. E così si procede a tentoni.