✕
L'esterno di palazzo Chigi durante l'incontro tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri (ansa)

L’ultima carta del premier

Ascolta l'audio

Giuseppe Conte è pronto a fare “tutto ciò che è necessario” pur di evitare la chiusura totale, il mortifero lockdown del Paese
3 minuti di lettura
Se l'espressione non fosse abusata, la direzione presa dal governo nelle ultime ore ormai è chiara e richiama il "whatever it takes" con cui Mario Draghi salvò l'euro (e l'Italia). In questo caso Giuseppe Conte è pronto a fare "tutto ciò che è necessario" pur di evitare la chiusura totale, il mortifero lockdown del Paese. È questa la linea, inevitabilmente di compromesso, che filtra al termine di un giorno di consultazioni incessanti a ogni livello. Una posizione in cui il premier sembra fare marcia indietro rispetto a delle uscite che erano apparse fin troppo ottimistiche, sul vaccino e altro. Conte prova a rispondere alle grida di allarme che sono salite dalle Regioni, dagli ospedali, dal Cts, dall'interno del suo stesso governo, dagli oltre cento scienziati dell'appello partito dal presidente dei Lincei Parisi. Il premier, soprattutto, è impressionato dallo studio dei numeri. Dati che a palazzo…
Se l'espressione non fosse abusata, la direzione presa dal governo nelle ultime ore ormai è chiara e richiama il "whatever it takes" con cui Mario Draghi salvò l'euro (e l'Italia). In questo caso Giuseppe Conte è pronto a fare "tutto ciò che è necessario" pur di evitare la chiusura totale, il mortifero lockdown del Paese. È questa la linea, inevitabilmente di compromesso, che filtra al termine di un giorno di consultazioni incessanti a ogni livello. Una posizione in cui il premier sembra fare marcia indietro rispetto a delle uscite che erano apparse fin troppo ottimistiche, sul vaccino e altro. Conte prova a rispondere alle grida di allarme che sono salite dalle Regioni, dagli ospedali, dal Cts, dall'interno del suo stesso governo, dagli oltre cento scienziati dell'appello partito dal presidente dei Lincei Parisi. Il premier, soprattutto, è impressionato dallo studio dei numeri. Dati che a palazzo Chigi considerano "molto preoccupanti", come quelli aggiornati del monitoraggio del Cts: il numero dei contagi, raddoppiati da dieci e quasi ventimila in meno di una settimana. O i posti in terapia intensiva che in alcune città, Firenze su tutte, si stanno esaurendo e in alcune Regioni - l'Umbria - si avvicinano alla soglia d'allarme del trenta per cento.

E dunque il punto di caduta, sperando che basti, è fare il possibile per evitare il blocco più grave, quello di tutte le attività. Significa che l'arsenale del governo verrà utilizzato fino in fondo e in questo fine settimana c'è da attendersi il varo di misure molto forti. Di fatto usciremo di casa solo per andare a lavorare o per portare a scuola i più piccoli. Niente sport al chiuso, niente locali, niente più gite fuori porta, niente divertimenti o consumi culturali che prevedano lo stare insieme. Ma gli uffici, le scuole e le fabbriche, a differenza che a marzo-aprile, per ora resteranno aperti. Saremo amputati della nostra vita sociale, ci aspetta una dolorosa cauterizzazione di ciò che non è considerato strettamente indispensabile ai nostri bisogni primari. Produrre e poco altro. E chissà per quanto tempo andremo avanti così, sperando che il vaccino arrivi davvero nei primi mesi del nuovo anno.

Sarà una maratona, è bene metterselo in testa. Non finirà presto. La nostra vita cambierà ancora e per molto tempo. Dovremo costruirci una corazza mentale per resistere e speriamo che ci venga ancora voglia di cantare dai balconi e appendere striscioni. Purtroppo l'aria che tira non è delle migliori e questa nuova stretta si abbatte su un Paese già provato, demoralizzato. La depressione generale è negli occhi di tutti, nel vicino di scrivania, nell'anziano incontrato al mercato, nel personale degli ospedali che non ha fatto in tempo a tirare il fiato che di nuovo è chiamato a un impegno straordinario.

Il governo cerca di stare al passo come può. Il ministro Gualtieri è già al lavoro per immaginare dei ristori economici per quelli che, è inevitabile, saranno considerati "non essenziali". Basterà? La paura che non sia sufficiente serpeggia. Goffredo Bettini, uno dei più lucidi dem in circolazione, nel suo intervento alla Direzione di ieri ha usato parole quasi profetiche: "Qualcosa bolle in pentola. Ancora reggiamo, la popolarità di Conte non è stata intaccata....eppure c'è qualcosa di profondo che sta accadendo". È la paura che il Paese reale non regga il giro di vite e divorzi dal Paese legale. Che la politica venga travolta. In questo tempo sospeso, in queste ore drammatiche, nella maggioranza c'è chi - come Nicola Zingaretti - crede ancora che si possa andare avanti purché il premier e il Movimento Cinque Stelle cambino in fretta il passo. Suggellando un patto di legislatura che offra anche visivamente ai cittadini l'immagine di un'alleanza coesa su alcuni punti qualificanti, che dia l'idea di sapere cosa fare e quando. È un desiderio legittimo e vedremo se il presidente del Consiglio sarà davvero in grado di interpretarlo come ha detto di voler fare.

Dall'altra parte si sta ingrossando il partito di chi ritiene la mole di problemi troppo grande perché le sole forze di maggioranza se ne facciano carico. Nell'altro campo una voce fuori dal coro come quella di Renato Brunetta si smarca dalla linea ufficiale del centrodestra e alza lo sguardo oltre l'affanno presente. "Serve - confida - una pausa nella lotta politica, come chiede Mattarella. Un governo di unità nazionale, che può anche essere presieduto da Conte. Un Conte ter, formato da persone che rinuncino a candidarsi la prossima volta". Uno scenario completamente nuovo, un patto che inevitabilmente dovrebbe suggellarsi comprendendo anche il nome del prossimo capo dello Stato. Ma al momento sono ragionamenti che a palazzo Chigi e al Nazareno suonano sospetti. Nella speranza che il prossimo Dcpm sia davvero l'ultimo e non ci sia bisogno di richiudere il Paese in clausura.