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(afp)

Sarà il secolo del Pacifico

America, Cina e Europa nell’era post Covid  
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La Cina ha perso la prima fase della guerra al Covid. Ha gestito in modo burocratico e opaco l’esplosione della pandemia a Wuhan, rompendo il silenzio sul virus soltanto a fine gennaio, quando i danni erano ormai stati fatti. E Pechino, che non sembra affatto orientata a permettere una indagine internazionale indipendente sull’origine della pandemia, ha sofferto un duro colpo di immagine.

La Cina sta però vincendo la seconda fase della guerra al Covid. Chi vive nella Repubblica popolare afferma che il coronavirus non è solo sotto controllo, è già stato sconfitto. Con misure da tempi di guerra. Il lockdown a Wuhan è durato quasi cinque mesi, nel resto della Cina tre almeno. Ed è stato realmente un lockdown totale: presenza della polizia e sorveglianza elettronica hanno impedito alla gente di muoversi da casa e consentito di tracciare rapidamente i contagi.

Un sistema invasivo di controllo sociale, pensato dal regime per ragioni po…
La Cina ha perso la prima fase della guerra al Covid. Ha gestito in modo burocratico e opaco l’esplosione della pandemia a Wuhan, rompendo il silenzio sul virus soltanto a fine gennaio, quando i danni erano ormai stati fatti. E Pechino, che non sembra affatto orientata a permettere una indagine internazionale indipendente sull’origine della pandemia, ha sofferto un duro colpo di immagine.

La Cina sta però vincendo la seconda fase della guerra al Covid. Chi vive nella Repubblica popolare afferma che il coronavirus non è solo sotto controllo, è già stato sconfitto. Con misure da tempi di guerra. Il lockdown a Wuhan è durato quasi cinque mesi, nel resto della Cina tre almeno. Ed è stato realmente un lockdown totale: presenza della polizia e sorveglianza elettronica hanno impedito alla gente di muoversi da casa e consentito di tracciare rapidamente i contagi.

Un sistema invasivo di controllo sociale, pensato dal regime per ragioni politiche, ha favorito la battaglia sanitaria. Ha avuto un peso, naturalmente, anche l’impronta confuciana della società. In Cina, come del resto a Taiwan, Singapore e Corea del Sud — democrazie asiatiche dove il virus sembra sotto controllo — l’individuo si concepisce anzitutto come parte di una comunità più vasta: i diritti dei singoli possono essere sacrificati alla sicurezza collettiva. Numero stratosferico di tamponi e divieto assoluto degli spostamenti interni hanno fatto il resto, assieme all’esperienza già maturata di fronte alla Sars un paio di decenni fa.

La Cina si è così liberata del virus globale di cui è stata all’origine più in fretta di quanto non siano in grado di fare le democrazie occidentali. Ed oggi resta chiusa in modo ermetico ai potenziali untori dall’estero: il sistema di ingressi è così rigido da costituire un deterrente. Chi arriva nella Repubblica Popolare viene scortato per due settimane nei cosiddetti alberghi Covid: di fatto viene isolato o meglio deportato in isolamento. Lo stesso vale in senso inverso: ai cinesi è proibito viaggiare all’estero. La Cina del dopo Covid si sigilla così nel proprio mondo, nei confini dell’Impero di Mezzo.

La guerra al virus sperimentata dalla Cina è fondata su misure così drastiche da non essere replicabili nelle società occidentali. Non è replicabile né la stretta assoluta da parte del potere centrale, né i mezzi con cui è stata esercitata, né il grado di disciplina sociale. Ma resta l’indicazione generale: la battaglia sul fronte sanitario costituisce una condizione della ripresa economica. Il rimbalzo dell’economia cinese è ormai realtà. Anche facendo la tara su statistiche di cui è impossibile fidarsi, la Cina sarà l’unica delle grandi economie ad avere un segno positivo accanto agli indici di crescita del 2020. Per gli Stati Uniti e l’Europa il segno sarà negativo, con un’uscita più lenta dal Covid e quindi dalle sue conseguenze economiche.

Tutto questo non significa che la Cina si avvii a diventare la nuova America, la potenza dominante del XXI secolo. L’impatto congiunto delle due grandi crisi degli ultimi vent’anni — la crisi finanziaria del 2007/2008 e l’emergenza sanitaria attuale — ha accorciato la distanza fra la superpotenza del XX secolo e lo sfidante asiatico. Ma l’esito della strana guerra in corso per l’egemonia mondiale non è scontato, perché l’America, Trump o non Trump, può ancora fare leva sul proprio dinamismo, sulla forza internazionale del dollaro e sull’esistenza di un sistema di alleanze che Pechino non ha. Mentre la Cina presenta ancora una serie di fragilità strutturali spesso trascurate dalle analisi e che l’impatto di Covid potrebbe complicare. Pechino è in effetti di fronte a un dilemma di fondo: deve riuscire a spostare le leve della crescita dagli investimenti statali (che stanno sostenendo il rimbalzo attuale) e dall’export (da cui ancora dipende circa il 20% della crescita) verso il consumo interno; ma deve farlo in condizioni rese più difficili e in tempi resi più rapidi proprio dalle conseguenze della pandemia globale, che ha accentuato la crisi della vecchia globalizzazione e aumentato la diffidenza internazionale nei confronti della Repubblica Popolare. Il ripensamento di America ed Europa sulla vulnerabilità delle catene globali del valore è un segnale chiaro.

Non sarà più, nel dopo Covid, il secolo americano. Ma non sarà neanche, a differenza di quanto prevedono parecchi analisti, il secolo cinese. Sarà più realisticamente il secolo del Pacifico, se non altro nel senso che la competizione geopolitica fra Stati Uniti e Cina si scaricherà anzitutto nei mari dell’Asia orientale, con il rischio possibile e tragico di un incidente su Taiwan. Cioè sull’altra Cina, che Pechino vede oggi come unico potenziale modello alternativo al comunismo/capitalismo della madrepatria.

L’Europa sarà un terreno forse non primario, ma in ogni caso decisivo, dello scontro epocale fra America e Cina. Che vinca Trump o vinca Biden, gli europei saranno chiamati a scegliere, in modo più o meno dialogante, da che parte stare. Farebbero un errore grave se pensassero che la Cina, dopo avere sconfitto il Covid, sia anche la vincente predestinata nel mondo post-Covid.