✕
(agf)

Covid ed economia, lo scatto che manca al governo

L'esecutivo Conte e la seconda ondata dell’epidemia
2 minuti di lettura
Non siamo usciti dall'emergenza. Non da quella sanitaria. Ma nemmeno, purtroppo, da quella economica. Il segno più profondo del cosiddetto decreto ristori è questo. Una parte, non piccola, di Italia ha bisogno di un nuovo aiuto. Una domanda bisogna porsi: era inevitabile? Soprattutto era davvero così inevitabile ritrovarsi in una nuova fase di depressione economica?

Se si assumono i provvedimenti del decreto per calarli nel contesto del presente, è difficile oppugnarne la necessità. È evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione eccezionale per un intero settore produttivo. Dinanzi ad una restrizione - doverosa - delle attività, il governo aveva ed ha il dovere di adottare degli ammortizzatori in grado di evitare il lastrico ad un'ampia fascia di cittadini e lavoratori. Una rete di protezione, non solo quella a tutela delle imprese del commercio ma anche a garanzia dei dipendenti che saranno costretti alla cassa integra…
Non siamo usciti dall'emergenza. Non da quella sanitaria. Ma nemmeno, purtroppo, da quella economica. Il segno più profondo del cosiddetto decreto ristori è questo. Una parte, non piccola, di Italia ha bisogno di un nuovo aiuto. Una domanda bisogna porsi: era inevitabile? Soprattutto era davvero così inevitabile ritrovarsi in una nuova fase di depressione economica?

Se si assumono i provvedimenti del decreto per calarli nel contesto del presente, è difficile oppugnarne la necessità. È evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione eccezionale per un intero settore produttivo. Dinanzi ad una restrizione - doverosa - delle attività, il governo aveva ed ha il dovere di adottare degli ammortizzatori in grado di evitare il lastrico ad un'ampia fascia di cittadini e lavoratori. Una rete di protezione, non solo quella a tutela delle imprese del commercio ma anche a garanzia dei dipendenti che saranno costretti alla cassa integrazione ancora per lungo tempo. Non c'è dubbio che il valore della pace sociale in ogni sistema democratico non è mai secondario. Anzi, è probabilmente il primo obiettivo di ogni esecutivo. Di certo si tratta di un fattore che non può essere messo in discussione.

Se, però, si allarga l'esame della situazione ad uno spazio temporale più largo, allora il punto fermo della pace sociale non è sufficiente a interpretare quel che sta accadendo. Perché in maniera lampante c'è qualcosa che non ha funzionato. In pochi giorni il Paese è ripiombato nella "Fase 1". Siamo tornati ad aprile scorso. Nella stessa, medesima difficoltà. Gli ultimi sei mesi sembrano essere trascorsi senza uno scatto, un passo avanti. L'azione del gabinetto Conte è stata efficiente e responsabile nel corso della primavera scorsa. Il presidente del Consiglio e il suo governo hanno di mostrato di avere gli strumenti adatti per gestire l'emergenza. Nello stesso tempo non offrono mai l'impressione di saperne uscire. Di studiare l'organizzazione di un nuovo tempo del nostro Paese di fronte all'epidemia. Sembra quasi che ci sia la tendenza - magari involontaria e inconsapevole - ad adagiarsi in una sorta di "comfort zone": quella di affrontare le urgenze che si presentano e non di evitarle. Replicando uno schema ormai logoro. Occultando l'onere di indicare una strada ai cittadini. E compensandolo con un po' di paternalismo.

Non è un caso che rispetto a sei mesi fa, le scelte del governo siano adesso accolte con meno accondiscendenza. L'aura che avvolgeva Conte è ora meno luminosa. Come spesso capita nell'opinione pubblica, il vento cambia. Nulla può certificarlo, al momento, se non qualche sondaggio. Ma non sarebbe certo la prima volta. È invece la prima volta che il premier si trova costretto a fare i conti con gli indici della sua popolarità. Che, come tutti i leader, è sempre rappresentata da una curva con una salita, un apice e una discesa.
Il premier dunque sembra inseguire con questo decreto non solo - e, va ripetuto, giustamente - la pace sociale. Bensì anche quella politica. Perché il clima nella sua stessa maggioranza è diverso rispetto a poche settimane fa. Il Pd è più irrequieto, come lo è anche il Movimento 5Stelle pur nelle sue contorsioni.

La conflittualità delle due maggiori forze di governo con il presidente del Consiglio ha ormai raggiunto il livello dell'icasticità. È probabilmente la conseguenza di un deficit di programmazione. La "fase due", che da ieri è implosa di fatto nella "fase uno", palesa infatti un buco organizzativo. Su quasi tutti i fronti sconvolti dal Covid. È questa la vera mancanza. Basti pensare alla Nadef (la Nota di Aggiornamento al Def) approvata solo due settimane fa: sostanzialmente è da cestinare. La maggior parte delle previsioni economiche contenute in quel documento sono semplicemente non più realistiche.
Questo decreto, allo stato necessario, si rivelerà quindi solo un gigantesco anestetico se nel frattempo il governo non imprimerà un'accelerazione. Con una discussione vera e ampia sul Recovery Fund che si sottragga all'attuale velo della clandestinità. Con una legge di Bilancio che non sia soltanto una fotografia dell'esistente. E magari sforzandosi di pensare, come scriveva uno dei più grandi economisti del XX secolo, John Maynard Keynes, alle "Possibilità economiche per i nostri nipoti".