Turchia, Macron teme l’Islam politico
di Lorenzo Vidino , di Lorenzo VidinoCosa c’è dietro lo scontro con Erdogan
Le recenti tensioni tra Francia e Turchia possono essere viste in vario modo. Viene facile interpretarle come uno scontro tra i due leader, Macron e Erdogan, e indubbiamente le forti personalità, al confine col narcisismo, di entrambi i leader sono un fattore. Più azzardata appare invece l’identificazione, usata e abusata sin dall’11 settembre 2001, con un ipotetico scontro di civiltà tra Occidente e mondo islamico. I livelli di analisi sono invece due: ideologico e geopolitico.
Il primo, vera chiave di lettura di quanto sta succedendo, vede la Francia di Macron e la Turchia di Erdogan agli antipodi di una guerra ideologica che negli ultimi anni si sta inasprendo a livello globale. Sotto Macron, infatti, la Francia ha dichiarato guerra aperta all’islamismo. Non all’islam, religione che Macron vuole integrare e i cui leader moderati vuole supportare. Non al terrorismo jihadista, che viene visto sì come importante minaccia securitaria…
Il primo, vera chiave di lettura di quanto sta succedendo, vede la Francia di Macron e la Turchia di Erdogan agli antipodi di una guerra ideologica che negli ultimi anni si sta inasprendo a livello globale. Sotto Macron, infatti, la Francia ha dichiarato guerra aperta all’islamismo. Non all’islam, religione che Macron vuole integrare e i cui leader moderati vuole supportare. Non al terrorismo jihadista, che viene visto sì come importante minaccia securitaria…
Le recenti tensioni tra Francia e Turchia possono essere viste in vario modo. Viene facile interpretarle come uno scontro tra i due leader, Macron e Erdogan, e indubbiamente le forti personalità, al confine col narcisismo, di entrambi i leader sono un fattore. Più azzardata appare invece l’identificazione, usata e abusata sin dall’11 settembre 2001, con un ipotetico scontro di civiltà tra Occidente e mondo islamico. I livelli di analisi sono invece due: ideologico e geopolitico.
Il primo, vera chiave di lettura di quanto sta succedendo, vede la Francia di Macron e la Turchia di Erdogan agli antipodi di una guerra ideologica che negli ultimi anni si sta inasprendo a livello globale. Sotto Macron, infatti, la Francia ha dichiarato guerra aperta all’islamismo. Non all’islam, religione che Macron vuole integrare e i cui leader moderati vuole supportare. Non al terrorismo jihadista, che viene visto sì come importante minaccia securitaria ma come epifenomeno di una minaccia più profonda, punta dell’iceberg di un problema più insidioso.
E questo problema è stato identificato da Macron ben prima del truce omicidio di Samuel Paty nel “separatismo islamista.” Più di un anno fa Macron aveva ammonito: «Parliamo di un comunitarismo che ha preso piede in certi quartieri della Repubblica; parliamo di gente che, in nome di una religione, persegue un progetto politico, l’islam politico che vuole secedere dalla Repubblica. E su questo, ho chiesto al governo di essere inamovibile». Le paure di Macron sono condivise, con eccezioni, da parti importanti della destra e della sinistra francese, e la consapevolezza dell’impatto devastante sull’integrazione e la coesione sociale dell’operato di ingegneria sociale di gruppi islamisti è ormai fuori discussione in Francia. Si parla comunemente di “ecosistema islamista” per descrivere ambienti in cui il proselitismo dei Fratelli Musulmani e dei salafiti, sfruttando il disagio sociale che colpevolmente esiste in molte periferie francesi, si è andato a sostituire allo stato francese nel cuore di molti musulmani. Dove non arriva Marianna, simbolo della République, arrivano i Fratelli, si dice.
Erdogan è invece il maggior esponente a livello globale proprio del tipo di islamismo temuto da Macron.
Nei quasi vent’anni in cui ha governato la Turchia ha non solo dato una forte spinta in direzione islamista alla società turca ma si è erto a paladino dei Fratelli Musulmani in tutto il mondo. La simbiosi tra i due è perfetta: i Fratelli beneficiano del supporto politico e finanziario turco, mentre Erdogan li usa come longa manus per avanzare i propri disegni geopolitici e assurgere, almeno idealmente, al tanto desiderato ruolo di difensore di tutti i musulmani. Il gioco è particolarmente evidente in Europa, dove Erdogan finanzia una rete di moschee e associazioni che diffondono l’ideologia islamista — anatema per Macron.
Ma non esiste errore più grande di pensare che Erdogan rappresenti l’islam — in questa vicenda come in altre. Non vi è dubbio che caricature come quelle di Charlie Hebdo offendano moltissimi musulmani. Ma la maggior parte dei paesi a maggioranza islamica capiscono il gioco di Erdogan e la sua strumentalizzazione della vicenda. E non sono certo schierati con lui. La Turchia infatti conta ben pochi amici in Medio Oriente, dove viene vista dai più come una minaccia ed è soggetta a un boicottaggio dai Paesi del Golfo.
A questa contrapposizione ideologica va aggiunta una geopolitica. Francia e Turchia, nonostante siano entrambi paesi Nato, sono su fronti diametralmente opposti in Libia e nelle recenti tensioni sulle acque territoriali nell’est del Mediterraneo. La diatriba di questi giorni rende solo più visibili delle tensioni che esistono da anni.
Conforta vedere che l’Europa, Italia inclusa, si è schierata con Macron. Il nodo Turchia, o meglio, il nodo Erdogan, è però di quelli che si ripropone costantemente ma di difficilissima soluzione.
L’autore è direttore del Programma sull’Estremismo presso la George Washington University
Il primo, vera chiave di lettura di quanto sta succedendo, vede la Francia di Macron e la Turchia di Erdogan agli antipodi di una guerra ideologica che negli ultimi anni si sta inasprendo a livello globale. Sotto Macron, infatti, la Francia ha dichiarato guerra aperta all’islamismo. Non all’islam, religione che Macron vuole integrare e i cui leader moderati vuole supportare. Non al terrorismo jihadista, che viene visto sì come importante minaccia securitaria ma come epifenomeno di una minaccia più profonda, punta dell’iceberg di un problema più insidioso.
E questo problema è stato identificato da Macron ben prima del truce omicidio di Samuel Paty nel “separatismo islamista.” Più di un anno fa Macron aveva ammonito: «Parliamo di un comunitarismo che ha preso piede in certi quartieri della Repubblica; parliamo di gente che, in nome di una religione, persegue un progetto politico, l’islam politico che vuole secedere dalla Repubblica. E su questo, ho chiesto al governo di essere inamovibile». Le paure di Macron sono condivise, con eccezioni, da parti importanti della destra e della sinistra francese, e la consapevolezza dell’impatto devastante sull’integrazione e la coesione sociale dell’operato di ingegneria sociale di gruppi islamisti è ormai fuori discussione in Francia. Si parla comunemente di “ecosistema islamista” per descrivere ambienti in cui il proselitismo dei Fratelli Musulmani e dei salafiti, sfruttando il disagio sociale che colpevolmente esiste in molte periferie francesi, si è andato a sostituire allo stato francese nel cuore di molti musulmani. Dove non arriva Marianna, simbolo della République, arrivano i Fratelli, si dice.
Erdogan è invece il maggior esponente a livello globale proprio del tipo di islamismo temuto da Macron.
Nei quasi vent’anni in cui ha governato la Turchia ha non solo dato una forte spinta in direzione islamista alla società turca ma si è erto a paladino dei Fratelli Musulmani in tutto il mondo. La simbiosi tra i due è perfetta: i Fratelli beneficiano del supporto politico e finanziario turco, mentre Erdogan li usa come longa manus per avanzare i propri disegni geopolitici e assurgere, almeno idealmente, al tanto desiderato ruolo di difensore di tutti i musulmani. Il gioco è particolarmente evidente in Europa, dove Erdogan finanzia una rete di moschee e associazioni che diffondono l’ideologia islamista — anatema per Macron.
Ma non esiste errore più grande di pensare che Erdogan rappresenti l’islam — in questa vicenda come in altre. Non vi è dubbio che caricature come quelle di Charlie Hebdo offendano moltissimi musulmani. Ma la maggior parte dei paesi a maggioranza islamica capiscono il gioco di Erdogan e la sua strumentalizzazione della vicenda. E non sono certo schierati con lui. La Turchia infatti conta ben pochi amici in Medio Oriente, dove viene vista dai più come una minaccia ed è soggetta a un boicottaggio dai Paesi del Golfo.
A questa contrapposizione ideologica va aggiunta una geopolitica. Francia e Turchia, nonostante siano entrambi paesi Nato, sono su fronti diametralmente opposti in Libia e nelle recenti tensioni sulle acque territoriali nell’est del Mediterraneo. La diatriba di questi giorni rende solo più visibili delle tensioni che esistono da anni.
Conforta vedere che l’Europa, Italia inclusa, si è schierata con Macron. Il nodo Turchia, o meglio, il nodo Erdogan, è però di quelli che si ripropone costantemente ma di difficilissima soluzione.
L’autore è direttore del Programma sull’Estremismo presso la George Washington University