Animalia. Il toro: una lunga avventura che inizia nella preistoria e finisce nell'arena
di
Marco Belpoliti
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di Marco Belpoliti
Dai dipinti nelle grotte del Paleolitico alla Corrida dei giorni nostri: il bovino discendente dal temibile uro ha una lunga storia alle spalle. Che oggi ci fa conoscere un interessante volume dello storico francese Michel Pastoureau. Insieme ad altri autori che ne hanno parlato ampiamente nelle loro opere: da Giulio Cesare a Oliver Sacks
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All’inizio c’è l’uro dipinto con tratti neri nelle grotte del Paleolitico, a Chauvet, un animale gigantesco. Vive allo stato selvaggio, alto anche due metri nella versione maschile, possiede un mantello scuro, ha pelo corto, ed è aggressivo e feroce. I neanderthaliani lo cacciano per la sua carne, e l’Homo sapiens li imita ben presto, per quanto l’uro presenti sempre notevoli pericoli e appaia una preda più difficile di cervi, stambecchi e renne. Quelle pitture parietali risalgono a un periodo compreso tra i 25.000 e i 34.000 anni fa, un’epoca lontana, ma anche abbastanza recente in confronto allo sviluppo della vita del genere umano e dei suoi antenati sulla Terra.
Il toro, erede dell’uro, allora non è ancora apparso, o se c’è, ha forme e dimensioni diverse da quelle attuali. Per quanto oggi ci appaia un animale ancora pericoloso, è in ogni caso inoffensivo e pacifico, se paragonato a quel bovi…
All’inizio c’è l’uro dipinto con tratti neri nelle grotte del Paleolitico, a Chauvet, un animale gigantesco. Vive allo stato selvaggio, alto anche due metri nella versione maschile, possiede un mantello scuro, ha pelo corto, ed è aggressivo e feroce. I neanderthaliani lo cacciano per la sua carne, e l’Homo sapiens li imita ben presto, per quanto l’uro presenti sempre notevoli pericoli e appaia una preda più difficile di cervi, stambecchi e renne. Quelle pitture parietali risalgono a un periodo compreso tra i 25.000 e i 34.000 anni fa, un’epoca lontana, ma anche abbastanza recente in confronto allo sviluppo della vita del genere umano e dei suoi antenati sulla Terra.
Il toro, erede dell’uro, allora non è ancora apparso, o se c’è, ha forme e dimensioni diverse da quelle attuali. Per quanto oggi ci appaia un animale ancora pericoloso, è in ogni caso inoffensivo e pacifico, se paragonato a quel bovino leggendario, di cui ancora scrive Cesare nel De bello gallico, seppur per sentito dire. Forse nelle foreste germaniche esisteva allora ancora qualche raro esemplare, e secoli dopo un suo discendente diretto si dice abitasse le foreste della Polonia.
Al toro e ai suoi ascendenti e discendenti è dedicato un brillante volume riccamente illustrato di Michel Pastoureau, storico medievale, studioso del simbolismo, Il toro. Una storia culturale (traduzione italiana di Cecilia Resio, Ponte alle Grazie, pp.157), autore di due altri libri dedicati agli animali: Il lupo (Ponte alle Grazie) e L’orso (Einaudi). L’uro si è estinto, come il Bradipo gigante di cui parla Bruce Chatwin nel suo In Patagonia (Adelphi), altro animale leggendario, e a noi non restano che disegni e storie riferite. Secoli dopo Buffon lo definiva: “il più selvatico degli animali domestici”. Non meno domestici sono oggi gli altri bovini con lui imparentati, spesso in modo obliquo: zebù, yak, bisonti, bufali, gaur, gayal, e altri ancora, distribuiti nei vari continenti.
Addomesticato nel Neolitico, il toro resta ancora oggi un animale temibile come sperimenta il giovane medico Oliver Sacks nel corso di un incontro in montagna, per cui, intimorito da un esemplare norvegese apparso all’improvviso, scappa e cade; così si procura uno strappo del quadricipite durante un'escursione solitaria narrata in Su una gamba sola (Adelphi): deve scendere dalla cima aiutandosi come può camminando sulle natiche. Iscrizioni rupestri nella grotta di Chauvet
Il Neolitico è il punto di svolta della civiltà umana. Dodicimila anni fa, dopo essersi dedicato a caccia, pesca, raccolta di frutta e altri cibi, l’Homo sapiens si volge alla coltivazione e all’allevamento. Prima tocca al cane, addomesticato 35.000 anni fa, o forse più; poi la capra e la pecora, intorno a 9.000 o 8.500 anni fa. Seguono bue (8.000 anni) e maiale (7.000); l’asino e il cavallo sono invece più recenti come animali domestici. La culla del loro avvicinamento all’uomo è probabilmente il Vicino e il Medio Oriente, come chiamiamo quelle terre non lontane dalle rive del Mediterraneo. Nella Turchia meridionale e nella Siria del nord si trovano le prime tracce di tutto questo: buoi e tori in cattività. L’elemento sacrificale ha una grande importanza per quanto riguarda il toro. Il bue, suo parente pacificato, è docile e gran lavoratore, e il possesso di più di un bue comporta la considerazione di rilevante ricchezza, come accade nell’Egitto dei Faraoni. Non è un caso che la parola latina pecunia, da cui viene il termine denaro, significhi “bestiame”.
La storia di questo animale procede in parallelo con la trasformazione dell’aratro, strumento fondamentale per la coltivazione. Il bue è stato castrato per renderlo più mansueto e obbediente, a partire soprattutto dal V millennio prima della nascita di Cristo. Il bue, controfigura pacificata del toro, è un animale utile però poco considerato in confronto al cavallo. E il toro? Lo troviamo soprattutto nel campo della mitologia: Zeus-Giove, per possedere le donne di cui si invaghisce, si trasforma volentieri in un toro, animale dotato di attributi sessuali molto evidenti; e le donne, come nel caso della storia di Io, vengono mutate in giovenche. Europa, figlia di un re della Fenicia, viene sedotta da un toro bianco, sale sulla sua groppa ed è trasportata attraverso il mare sino a Creta: Zeus l’ha rapita. Poi c’è il Minotauro, mito intorno a cui ruotano varie storie: Minosse, Pasifae, Teseo, Arianna, Dedalo e quindi il Labirinto. E c’è anche Eracle con le sue fatiche.
Ma anche nel Nord del mondo, ci sono le leggende cosmogoniche negli Edda, che coinvolgono le vacche, il ghiaccio e i giganti. Odino ha tra i suoi antenati una mucca, Auòhumla, la nutrice, il primo essere vivente, nata dalla fusione dei ghiacci. Sono i Celti che promuovono l’immagine mitica del toro, come scrive nella sua storia sociale di questo animale Pastoureau, tanto che lo studioso si domanda: questo è l’animale più antico che gli uomini hanno assimilato a una divinità? Forse solo l’orso l’ha preceduto nel fondo delle caverne del Paleolitico, per quanto oggi gli studiosi di preistoria abbiano qualche dubbio al riguardo. L’elenco degli dei-toro si apre con il sumero Enlil, poi il babilonese Anu, mezzo uomo e mezzo toro. Il tema che motiva questa divinizzazione è quello del vigore e della prosperità, due aspetti convergenti. Il toro rappresenta la fertilità: energia e sessualità. Il problema è quello di trasferire ai re, ai campi e al bestiame la potenza vitale, così si parla di coito iniziatico tra i regnanti e la terra che dominano. Molte leggende greche fanno riferimento a questo ambito.
Anche a Roma si trova il toro caro al dio Marte, in modo simile a quello che accade nel Vicino Oriente. I tori sono sacrificati al dio della guerra. Verso la fine della Repubblica a Roma arrivano i riti orientali, come quello di Mitra, proveniente dalla Persia. Sono fondati sul sangue, liquido ambivalente: fonte di vita e di morte. L’iniziato viene battezzato con il sangue del toro sacrificato. Il cristianesimo come si comporta con il toro? Per tre secoli la religione di Cristo e quella di Mitra sono in concorrenza nel mondo romano, per cui il cristianesimo, che pure aveva tratto qualche elemento dai culti mitraici si oppone al toro, finisce per demonizzarlo. Assimilato alle creature diaboliche, cade sul toro un interdetto: il Diavolo ha le corna, gli zoccoli fessi e una lunga coda; anche se poi alla fine del medioevo il caprone prenderà il suo posto. Le corna vengono eliminate da ogni iconografia, tollerate solo in parte nell’ambito dell’araldica, nei suoi cimieri ed emblemi, settore di cui Pastoureau è il maggior studioso.
Cosa ci fa il bue nel presepe? Le pagine che l’autore dedica a questo animale e al suo rapporto con il figlio di Dio nato nella mangiatoia sono interessanti, ma per saperne di più sul bue e sull’asinello nella capanna-grotta di Nazareth bisogna leggere il bellissimo volume di Maurizio Bettini, Il presepe (Einaudi). A partire dal medioevo il toro, come il bue e lo stesso asino entrano nei bestiari e nelle enciclopedie compilate dagli eruditi che insistono sugli aspetti simbolici di questi animali. Mucca e toro da ora in poi saranno trattati sempre insieme, e il secondo troverà la sua collocazione nel sistema delle costellazioni e dello zodiaco, che trasmette nel corso dei secoli contenuti e convinzioni provenienti dal mondo antico, come si vede a Palazzo Schifanoia affrescato dal Cossa nel Quattrocento. Lì, in un magnifico dipinto, il mese di aprile è sotto il segno del toro. La mucca compare nella pittura d’ambiente agreste e contadino dal Seicento in poi e il tema del latte fa capolino in tante storie e pitture nei secoli successivi, come testimonia il libro di Piero Camporesi, Le vie del latte (Il Saggiatore), che guarda i popoli delle Steppe e alle loro tradizioni e ai simbolismi.
L’ultimo capitolo del libro dello studioso francese è dedicato alla Corrida. Secondo Pastoureau non ha origini così antiche come si ritiene. Non si collegherebbe per nulla ai giochi coi tori raffigurati nel mondo greco. Sarebbe solo nella Spagna del XVIII secolo che nasce la vera corrida, forse attraverso la fusione delle corse della nobiltà e i giochi taurini del popolo, ma non è certo. Citando due importanti trattati del Settecento pubblicati in Spagna, l’autore data la nascita del rito tra il 1796 e il 1836 con tutte le posture, i giochi e gli strumenti che si conoscono ancora oggi, e con l’uccisione del toro per mano del matador in piedi in mezzo all’arena. La discussione pro o contro la corrida è ancora aperta. Del toro ora se ne parla quasi solo per questo. Una riduzione molto drastica della sua fama e considerazione.