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(reuters)

Usa, l'incognita Pil sul voto

Il rimbalzo storico del 33% su base annua è in parte un'illusione
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L’America riparte alla grande. Il dato sulla ripresa del suo Pil è così fantastico (+33% su base annua), che non esistono precedenti dalla seconda guerra mondiale. Wall Street torna a salire, scaccia le paure sulla terza ondata covid. Per Donald Trump è il canto del cigno, l’ultima nota positiva prima che gli elettori lo mandino a casa? Oppure riuscirà a capitalizzare la buona notizia, con una spettacolare rimonta dell’ultima ora? La risposta dipende da quanti americani “sentono” questa ripresa come un fenomeno reale: sul loro posto di lavoro, il loro reddito, le loro aspettative per il 2021.
Più 7,4% il Pil del terzo trimestre (rispetto al secondo), che equivale a +33% se proiettato su base annua, è un rimbalzo vigoroso. In tempo utile per finire nei comizi finali del presidente: la conferma di quanto lui va dicendo da tempo e cioè che il peggio è passato. Lui aggiunge che è grazie alla sua c…
L’America riparte alla grande. Il dato sulla ripresa del suo Pil è così fantastico (+33% su base annua), che non esistono precedenti dalla seconda guerra mondiale. Wall Street torna a salire, scaccia le paure sulla terza ondata covid. Per Donald Trump è il canto del cigno, l’ultima nota positiva prima che gli elettori lo mandino a casa? Oppure riuscirà a capitalizzare la buona notizia, con una spettacolare rimonta dell’ultima ora? La risposta dipende da quanti americani “sentono” questa ripresa come un fenomeno reale: sul loro posto di lavoro, il loro reddito, le loro aspettative per il 2021.
Più 7,4% il Pil del terzo trimestre (rispetto al secondo), che equivale a +33% se proiettato su base annua, è un rimbalzo vigoroso. In tempo utile per finire nei comizi finali del presidente: la conferma di quanto lui va dicendo da tempo e cioè che il peggio è passato. Lui aggiunge che è grazie alla sua capacità di governo, se l’impatto del coronavirus è stato relativamente breve; accusa il suo rivale Joe Biden di voler prolungare la sofferenza con un accanimento sui lockdown a oltranza.

Questo dato va inquadrato nella giusta prospettiva. L’enorme +33% annuo è in parte un’illusione ottica legata alla caduta del trimestre precedente. Le percentuali al ribasso e al rialzo sono asimmetriche: se ho 100 dollari di reddito e ne perdo il 50% mi ritrovo con 50 dollari, se poi recupero il 50% salgo solo a 75 dollari. Dunque, il dato va letto in sequenza con quello del secondo trimestre, in cui il Pil era sceso del 9% rispetto al primo e del 31,4% su base annua. Alla fine, il rimbalzo registrato dal primo luglio al 30 settembre lascia l’economia americana del 3,5% più povera rispetto alla fine del 2019. Questa rimane una pesante recessione.

Un altro indicatore, relativo al mercato del lavoro, dice che sui 22 milioni di posti di lavoro eliminati dall’inizio di questa crisi, ne sono già stati recuperati la metà. È il classico bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: la ripresa c’è, ma per 11 milioni di disoccupati è un evento ancora del tutto virtuale. È di ieri la notizia di nuovi licenziamenti alla Boeing, altri 11.000 posti di lavoro saranno eliminati come conseguenza della crisi del trasporto aereo.
È la spesa per consumi ad aver trainato la ripresa. I consumi rappresentano oltre i due terzi del Pil. Dal primo luglio al 30 settembre hanno segnato un aumento del 40,7% su base annua. Tra le voci più dinamiche c’è l’acquisto di automobili. È sempre depressa invece la spesa per servizi, viste le chiusure di ristoranti, dell’industria dello spettacolo, e la paralisi del turismo. Non si riprendono le esportazioni, penalizzate dalla crisi della domanda globale.

Il messaggio del presidente è chiaro, lo ha ripetuto all’ultimo duello televisivo con Biden: la mia politica economica aveva generato una crescita eccezionale, raggiungendo il pieno impiego; poi è arrivato dalla Cina un virus che ha sfasciato tutto; ma la salute fondamentale dell’economia americana è così sana che stiamo risollevandoci a gran velocità; guai se eleggete un democratico che ucciderà la ripresa a colpi di nuove tasse. Trump e il Congresso hanno concordato manovre che fanno impallidire quelle europee, il rapporto deficit/Pil viaggia verso il 16%, non è infondato il timore che siano all’orizzonte stangate fiscali.

Il bilancio dei primi tre anni di governo è un po’ meno favoloso di quanto lui lo descriva. Tra gli aspetti controversi c’è il risultato delle politiche “Make America Great Again”: i dazi contro le importazioni cinesi, la riforma fiscale che ha favorito il rientro di capitali esteri delle multinazionali, gli incentivi alla reindustrializzazione. La partita con la Cina non ha dato i risultati promessi, anche qui c’è lo zampino del Covid: gli impegni di Pechino per aumentare le importazioni di prodotti made in Usa erano freschi di firma a gennaio, quando la Cina si è chiusa in lockdown. La reindustrializzazione degli Stati Uniti si è fermata a qualche episodio, non è una tendenza impetuosa; certe multinazionali hanno preferito spostare investimenti dalla Cina al Vietnam o al Messico. Il bilancio delle Borse è positivo, ma con una concentrazione sui titoli Big Tech che hanno vinto alla lotteria del coronavirus. E il rialzo di Wall Street beneficia i più ricchi.

Se si fosse votato a febbraio, la credibilità di Trump nel governo dell’economia poteva risultare decisiva. Tuttora questo è l’unico terreno sul quale lui gode di un leggero vantaggio nei sondaggi. Inoltre una maggioranza relativa considera di “stare meglio oggi rispetto a quattro anni fa”. Queste affermazioni non si traducono in un giudizio positivo su tutta la presidenza. Ma non c’è dubbio che nei comizi delle prossime ore – lui ne sta facendo in media tre al giorno e tutti affollati – sentiremo parlare molto di un boom economico in atto.