La nuova società delle tre D
di Miguel Gotor , di Miguel GotorIl Covid rivoluzionerà la sfera dei diritti
Siamo prigionieri del Covid che, insieme con i nostri corpi, sta confinando sempre più anche i nostri pensieri. Nell’attesa del vaccino bisognerebbe sforzarsi di pensare il mondo di domani, quello che intravediamo oltre le sbarre, il modo migliore per coltivare la speranza nel futuro e la fiducia che questa tragedia, tra un’ondata e l’altra, prima o poi finirà.
Questa, infatti, è la domanda cui dobbiamo iniziare a rispondere: come sarà il mondo di domani, il che soprattutto vuole dire quali saranno quei processi irreversibili che la pandemia ci lascerà in eredità?
Mi sembra che il principale effetto del Covid stia riguardando il cambiamento dei confini tra garantiti e non garantiti. Un fenomeno che avremo difficoltà a declinare nei termini tradizionali della lotta alle disuguaglianze perché attraversa l’interno delle singole classi sociali e ha linee di frattura mobili, invisibili e sfuggenti. Mai come o…
Questa, infatti, è la domanda cui dobbiamo iniziare a rispondere: come sarà il mondo di domani, il che soprattutto vuole dire quali saranno quei processi irreversibili che la pandemia ci lascerà in eredità?
Mi sembra che il principale effetto del Covid stia riguardando il cambiamento dei confini tra garantiti e non garantiti. Un fenomeno che avremo difficoltà a declinare nei termini tradizionali della lotta alle disuguaglianze perché attraversa l’interno delle singole classi sociali e ha linee di frattura mobili, invisibili e sfuggenti. Mai come o…
Siamo prigionieri del Covid che, insieme con i nostri corpi, sta confinando sempre più anche i nostri pensieri. Nell’attesa del vaccino bisognerebbe sforzarsi di pensare il mondo di domani, quello che intravediamo oltre le sbarre, il modo migliore per coltivare la speranza nel futuro e la fiducia che questa tragedia, tra un’ondata e l’altra, prima o poi finirà.
Questa, infatti, è la domanda cui dobbiamo iniziare a rispondere: come sarà il mondo di domani, il che soprattutto vuole dire quali saranno quei processi irreversibili che la pandemia ci lascerà in eredità?
Mi sembra che il principale effetto del Covid stia riguardando il cambiamento dei confini tra garantiti e non garantiti. Un fenomeno che avremo difficoltà a declinare nei termini tradizionali della lotta alle disuguaglianze perché attraversa l’interno delle singole classi sociali e ha linee di frattura mobili, invisibili e sfuggenti. Mai come oggi le differenze sociali si toccano e lo fanno con un crescente imbarazzo sospeso tra senso di colpa e sguardo in cagnesco: ad esempio, in una stessa classe, e non intendo dire classe sociale come dovrei, ma classe scolastica possono tranquillamente convivere – vedremo fino a quando – una coppia di genitori «miracolati del Covid», dipendenti pubblici o lavoratori in una grande azienda privata, che in questi mesi hanno visto aumentare il loro potere d’acquisto e si possono persino concedere il lusso di scoprire i vantaggi esistenziali dello smart working alternato al lavoro in presenza, con una coppia di «dannati del Covid», che so io, un ristoratore e una guida turistica. Costoro da un giorno all’altro sono passati da una condizione di agiatezza a una di indigenza, con fatture, dipendenti, affitti da pagare e un’angoscia che corre come una biglia su un piano inclinato.
Questo divario psicologico e sociale è alimentato dal fatto che la pandemia ha amplificato e radicalizzato tre grandi tendenze già presenti nel mondo di ieri, la cui energia inarrestabile non dipende dalla nostra volontà, ma dalla potenza della rivoluzione tecnologica in atto. Infatti, sta avanzando, dentro e fuori le sbarre della pandemia, una nuova «società delle tre D», fondata su altrettante dimensioni che dipendono dalla rivoluzione digitale in corso: la D-isarticolazione dei lavoratori e dei luoghi di lavoro, la D-ematerializzazione delle relazioni interpersonali e la D-isintermediazione dei processi produttivi.
Certo, le disuguaglianze crescono, ma prima ancora si sono approfonditi quei processi di disarticolazione sociale nell’organizzazione del lavoro che le rendono sempre più invisibili, senza voce e rappresentanza. Di conseguenza, ci rendiamo conto di esse soltanto quando ormai è troppo tardi, ossia quando esplodono nelle piazze con una dimensione sovversiva, in cui a fianco di un giovane che non ha mai lavorato in vita sua può ritrovarsi un padre o una madre di famiglia che non ha più lavoro perché, semplicemente, sono disperati, ossia senza speranza, ed entrambi non hanno più nulla da perdere.
Anche la dematerializzazione dei rapporti umani va nella stessa direzione soltanto all’apparenza narcotizzante: recide i legami di solidarietà e di condivisione, favorisce l’omologazione dei comportamenti a distanza, anestetizza i conflitti che derivano dallo scambio e dal confronto e, perciò, facilita la loro improvvisa e spettacolare esplosione.
La disintermediazione dei processi produttivi ha come caratteristica principale il fatto che è aumentato il numero degli uomini che consumano beni e servizi rispetto a quelli che producono. Scompaiono vecchi mestieri e ne nascono di nuovi, ma il numero dei posti creati è inferiore a quello dei posti svaniti tanto che oggi non licenziano più soltanto le aziende in crisi, bensì anche quelle floride perché ritengono più utile il lavoro svolto da un robot. Questa tendenza, già presente prima del Covid, è oggi cresciuta, aumentando, insieme con la disoccupazione, l’incertezza e la paura sul futuro del lavoro, sul come, sul dove e sul quanto lavoreremo finita la tempesta.
Oggi, da dietro le sbarre del nuovo lockdown in arrivo, il cielo ci appare nero, ma all’orizzonte si intravedono anche elementi positivi o comunque sfidanti. Ad esempio, nuove libertà e tempi della quotidianità che possono derivare dalle trasformazioni digitali, una migliore qualità dell’ambiente e dei nostri stili di vita, l’occasione di nuovi bisogni e consumi da interpretare in anticipo.
La storia dell’umanità si muove da millenni secondo tre leve terribili: la carestia, la guerra e l’epidemia, ma la tecnologia e le formidabili capacità di adattamento della nostra specie sono sempre state fondamentali per superare le ricorrenti crisi trasformandole anche in opportunità. Sarà così pure questa volta se già da ora inizieremo a pensare il mondo oltre il Covid.
Questa, infatti, è la domanda cui dobbiamo iniziare a rispondere: come sarà il mondo di domani, il che soprattutto vuole dire quali saranno quei processi irreversibili che la pandemia ci lascerà in eredità?
Mi sembra che il principale effetto del Covid stia riguardando il cambiamento dei confini tra garantiti e non garantiti. Un fenomeno che avremo difficoltà a declinare nei termini tradizionali della lotta alle disuguaglianze perché attraversa l’interno delle singole classi sociali e ha linee di frattura mobili, invisibili e sfuggenti. Mai come oggi le differenze sociali si toccano e lo fanno con un crescente imbarazzo sospeso tra senso di colpa e sguardo in cagnesco: ad esempio, in una stessa classe, e non intendo dire classe sociale come dovrei, ma classe scolastica possono tranquillamente convivere – vedremo fino a quando – una coppia di genitori «miracolati del Covid», dipendenti pubblici o lavoratori in una grande azienda privata, che in questi mesi hanno visto aumentare il loro potere d’acquisto e si possono persino concedere il lusso di scoprire i vantaggi esistenziali dello smart working alternato al lavoro in presenza, con una coppia di «dannati del Covid», che so io, un ristoratore e una guida turistica. Costoro da un giorno all’altro sono passati da una condizione di agiatezza a una di indigenza, con fatture, dipendenti, affitti da pagare e un’angoscia che corre come una biglia su un piano inclinato.
Questo divario psicologico e sociale è alimentato dal fatto che la pandemia ha amplificato e radicalizzato tre grandi tendenze già presenti nel mondo di ieri, la cui energia inarrestabile non dipende dalla nostra volontà, ma dalla potenza della rivoluzione tecnologica in atto. Infatti, sta avanzando, dentro e fuori le sbarre della pandemia, una nuova «società delle tre D», fondata su altrettante dimensioni che dipendono dalla rivoluzione digitale in corso: la D-isarticolazione dei lavoratori e dei luoghi di lavoro, la D-ematerializzazione delle relazioni interpersonali e la D-isintermediazione dei processi produttivi.
Certo, le disuguaglianze crescono, ma prima ancora si sono approfonditi quei processi di disarticolazione sociale nell’organizzazione del lavoro che le rendono sempre più invisibili, senza voce e rappresentanza. Di conseguenza, ci rendiamo conto di esse soltanto quando ormai è troppo tardi, ossia quando esplodono nelle piazze con una dimensione sovversiva, in cui a fianco di un giovane che non ha mai lavorato in vita sua può ritrovarsi un padre o una madre di famiglia che non ha più lavoro perché, semplicemente, sono disperati, ossia senza speranza, ed entrambi non hanno più nulla da perdere.
Anche la dematerializzazione dei rapporti umani va nella stessa direzione soltanto all’apparenza narcotizzante: recide i legami di solidarietà e di condivisione, favorisce l’omologazione dei comportamenti a distanza, anestetizza i conflitti che derivano dallo scambio e dal confronto e, perciò, facilita la loro improvvisa e spettacolare esplosione.
La disintermediazione dei processi produttivi ha come caratteristica principale il fatto che è aumentato il numero degli uomini che consumano beni e servizi rispetto a quelli che producono. Scompaiono vecchi mestieri e ne nascono di nuovi, ma il numero dei posti creati è inferiore a quello dei posti svaniti tanto che oggi non licenziano più soltanto le aziende in crisi, bensì anche quelle floride perché ritengono più utile il lavoro svolto da un robot. Questa tendenza, già presente prima del Covid, è oggi cresciuta, aumentando, insieme con la disoccupazione, l’incertezza e la paura sul futuro del lavoro, sul come, sul dove e sul quanto lavoreremo finita la tempesta.
Oggi, da dietro le sbarre del nuovo lockdown in arrivo, il cielo ci appare nero, ma all’orizzonte si intravedono anche elementi positivi o comunque sfidanti. Ad esempio, nuove libertà e tempi della quotidianità che possono derivare dalle trasformazioni digitali, una migliore qualità dell’ambiente e dei nostri stili di vita, l’occasione di nuovi bisogni e consumi da interpretare in anticipo.
La storia dell’umanità si muove da millenni secondo tre leve terribili: la carestia, la guerra e l’epidemia, ma la tecnologia e le formidabili capacità di adattamento della nostra specie sono sempre state fondamentali per superare le ricorrenti crisi trasformandole anche in opportunità. Sarà così pure questa volta se già da ora inizieremo a pensare il mondo oltre il Covid.