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Matteo Salvini in Senato con una mascherina pro-Trump (ansa)

Usa 2020, le due Italie in cerca di un ruolo

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Le stagioni politiche in America si riflettono sugli eventi di casa nostra e ne determinano il segno e i protagonisti
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Quattro anni fa la vittoria a sorpresa di Trump creò il terreno idoneo allo sviluppo in Europa di quella forma moderna di nazionalismo che è il "sovranismo". S'intende, il fenomeno già esisteva, con i suoi connotati populisti, ma il messaggio trumpiano contro la globalizzazione ha avuto effetti esplosivi, come un potente concime. Si era già svolto nel giugno del 2016 il referendum inglese che spinse il Regno Unito fuori dell'Unione. Evento imprevisto che segnalava un cambio di paradigma, sebbene si potesse ancora pensare di circoscriverlo all'anomalia britannica. Invece pochi mesi dopo, ecco la nuova Casa Bianca. E se Salvini girava fino a ieri con un "Trump 2020" stampigliato sulla mascherina, era proprio per riconoscere la funzione del "trumpismo" nell'incoraggiare l'era leghista in Italia, così come è avvenuto con la diffusione sovranista in varie nazioni europee, specie all'Est.

Accade…
Quattro anni fa la vittoria a sorpresa di Trump creò il terreno idoneo allo sviluppo in Europa di quella forma moderna di nazionalismo che è il "sovranismo". S'intende, il fenomeno già esisteva, con i suoi connotati populisti, ma il messaggio trumpiano contro la globalizzazione ha avuto effetti esplosivi, come un potente concime. Si era già svolto nel giugno del 2016 il referendum inglese che spinse il Regno Unito fuori dell'Unione. Evento imprevisto che segnalava un cambio di paradigma, sebbene si potesse ancora pensare di circoscriverlo all'anomalia britannica. Invece pochi mesi dopo, ecco la nuova Casa Bianca. E se Salvini girava fino a ieri con un "Trump 2020" stampigliato sulla mascherina, era proprio per riconoscere la funzione del "trumpismo" nell'incoraggiare l'era leghista in Italia, così come è avvenuto con la diffusione sovranista in varie nazioni europee, specie all'Est.

Accade quasi sempre, e sarebbe strano il contrario, che le stagioni politiche in America si riflettono sugli eventi di casa nostra e ne determinano il segno e i protagonisti. Gli otto anni di Eisenhower coincisero con il centrismo; il periodo di Kennedy con le aperture al centrosinistra. Il compromesso storico fu un po' figlio della presidenza di Carter; con Reagan abbiamo avuto un pentapartito fondato su una precisa scelta di campo (gli euromissili), i comunisti all'opposizione, un inizio di alternanza alla guida del governo (Craxi e prima di lui Spadolini). Si potrebbe continuare: la "terza via"di Clinton e la suggestione di una sinistra alla Tony Blair; i due mandati di Obama e la fine nel 2011 dei governi Berlusconi (sostenuti in precedenza da Bush jr.). Proprio all'ombra di Obama prende forma l'esperimento Renzi, dopo che già Prodi e Veltroni avevano guardato al modello "yes, we can".

Non stupisce quindi se tanti, nel disordine stagnante della nostra politica, hanno trascorso la notte elettorale nella speranza di voltare pagina e ritrovare un ruolo. Oppure di consolidarlo. I "sovranisti", è ovvio, hanno sperato in Trump. Anche se, è bene ricordarlo, Salvini non è mai riuscito a farsi accettare dal Dipartimento di Stato come interlocutore in Italia: i rapporti ambigui del leghista con i circuiti moscoviti hanno creato un fossato finora incolmabile. Semmai è Giorgia Meloni ad avere migliori rapporti con un certo establishment di Washington, nel segno di un sovranismo pragmatico che parte da una netta opzione atlantica e mette nel conto l'euroscetticismo. Nel centrosinistra ovviamente l'attenzione è tutta per Biden.

Il Pd attende da lui la spinta per riportare la destra nell'angolo, nonché per coltivare un rapporto più fluido con l'Unione. Renzi in cuor suo sogna il posto di Segretario generale della Nato, facendo leva sull'antica amicizia con Obama, che si prevede possa essere una sorta di "presidente ombra" rispetto al presidente eletto. Scenario che implica una singolare e forse pericolosa innovazione nell'equilibrio del sistema americano. Quanto ai Cinque Stelle, di recente Di Maio si è presentato come il migliore alleato degli Usa, ma l'ala governista del movimento farebbe di tutto per rendersi accetta a qualsiasi presidente. Linea, questa, condivisa dal presidente del Consiglio: il quale nutre senza dubbio una simpatia per Trump, come si è scritto, per la buona ragione che pensa di avere una relazione personale con lui. Tuttavia qualcuno dovrà spiegare alla nuova amministrazione, che sia democratica o repubblicana, il perché del lungo e opaco rapporto con la Cina.