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(reuters)

Cosa chiede Biden all’Europa

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Angela Merkel, a cui Donald Trump aveva negato a suo tempo una stretta di mano, ha tirato un sospiro di sollievo: per Joe Biden la Germania tornerà a essere un alleato. Il cambio della guardia a Washington (si vedrà come e quando diventerà ufficiale) ha rafforzato Berlino, ha indebolito Londra nella trattativa finale con l’Ue, è stato accolto con favore da Parigi, con dispiacere dai governi illiberali dell’Est e in modo neutrale da Roma. Fatta la tara sugli effetti domestici (la delusione parziale dei fan italiani di Trump), Roma va sempre d’accordo con chiunque sieda alla Casa Bianca. Visto da Bruxelles è un cambio salutare: gli anni traumatici di un presidente americano ostile all’Unione europea si sono conclusi.

Tutto bene per noi europei quindi? Un momento, perché esistono tre punti da non trascurare.

Primo: l’epoca in cui l’America funzionava da garante del mondo, nel bene e nel male, è comunqu…
Angela Merkel, a cui Donald Trump aveva negato a suo tempo una stretta di mano, ha tirato un sospiro di sollievo: per Joe Biden la Germania tornerà a essere un alleato. Il cambio della guardia a Washington (si vedrà come e quando diventerà ufficiale) ha rafforzato Berlino, ha indebolito Londra nella trattativa finale con l’Ue, è stato accolto con favore da Parigi, con dispiacere dai governi illiberali dell’Est e in modo neutrale da Roma. Fatta la tara sugli effetti domestici (la delusione parziale dei fan italiani di Trump), Roma va sempre d’accordo con chiunque sieda alla Casa Bianca. Visto da Bruxelles è un cambio salutare: gli anni traumatici di un presidente americano ostile all’Unione europea si sono conclusi.

Tutto bene per noi europei quindi? Un momento, perché esistono tre punti da non trascurare.

Primo: l’epoca in cui l’America funzionava da garante del mondo, nel bene e nel male, è comunque finita. Non esiste più un consenso interno, negli Stati Uniti, per un ruolo di tipo “imperiale”: né hard, la reticenza domestica a nuovi impegni o interventi militari è sempre lì; né soft, la politica estera sarà quella di una superpotenza nazionale più che di un egemone globale. Un’America che si occupa di se stessa può agire all’esterno in modo unilaterale ed erratico, alla Trump. O può farlo ricercando alleanze e utilizzando almeno parzialmente le istituzioni multilaterali. Joe Biden è un internazionalista pragmatico, sebbene abbia appoggiato l’intervento in Iraq nel 2003. Riporterà l’America nell’accordo di Parigi sul clima, tornerà ai tavoli dell’Organizzazione mondiale della Sanità e farà grandi elogi sia della Nato che dell’Ue. Ma si concentrerà anzitutto sul rilancio degli Stati Uniti stessi, visto anche come condizione essenziale per difendere gli interessi americani nel mondo. E poi varrà la famosa regola di Harold Macmillan: saranno gli eventi a determinare la politica estera americana, e non sempre nelle direzioni auspicate dall’Europa.

Secondo punto da avere chiaro: Biden chiederà agli europei di fare di più, non di meno: di più nella difesa, assumendosi impegni consistenti nella Nato (il famoso 2% del Pil per le spese della difesa resterà sul tavolo) e di più verso la Cina, con una logica strategica e non solo commerciale. Lo spostamento verso il Pacifico dell’asse di gravità della politica americana continuerà: l’atlantismo del 21 secolo, quindi, richiede che l’Europa si assuma maggiori responsabilità per la propria sicurezza ed eviti tentazioni neutrali di fronte al confronto Usa-Cina. Sono le due condizioni per rilanciare l’Alleanza atlantica, da cui ancora dipende la difesa del Vecchio Continente.

Terzo punto: la politica estera di Biden avrà un’impronta valoriale – in parte retorica e in parte sostanziale. L’indifferenza di Trump per la difesa dei valori democratici, e per la distinzione fra alleati e rivali, sarà superata. I consiglieri di Biden in politica estera dicono che la futura presidenza proporrà un Summit delle democrazie, che vedrà insieme Usa, Europa e democrazie “indo-pacifiche” (Giappone, Corea del Sud, Australia e forse India). L’obiettivo è di creare una coalizione abbastanza vasta per contenere la Cina e le potenze autoritarie: sul piano militare, modificando le regole del commercio internazionale (riforma del Wto) e puntando al controllo delle tecnologie strategiche (la famosa querelle sul 5G resterà anch’essa sul tavolo). Una presidenza democratica sarà più netta, sul fronte dei diritti umani, anche verso Mosca. E tornerà a sollevare il problema della dipendenza energetica europea dalla Russia. Per gli europei, a cominciare dalla Germania, non sarà esattamente una passeggiata.

L’Europa non può insomma illudersi che l’America di Biden, fortemente divisa al suo interno, segni un puro ritorno al passato. Il presidente democratico farà certamente un grande gesto iniziale di apertura all’Ue; ma l’Europa non può contare che ciò le permetta di continuare la propria “vacanza” geopolitica. Si tratta invece di immaginare il futuro delle relazioni fra le due sponde dell’Atlantico, in un mondo in cui un’America meno dominante di un tempo, distratta da se stessa e impegnata nella competizione del secolo con la Cina, avrà qualcosa da dare e parecchio da chiedere. Anche sul piano commerciale. La svolta sarà netta, rispetto ai dazi alla Trump; ma si porranno comunque problemi collegati alla tassazione dei grandi giganti del digitale e all’eventuale carbon border tax. Trovare un accordo non sarà facile.

In conclusione: se l’approccio di Trump aveva in qualche modo costretto gli europei a pensare di dovere prendere in mano il proprio destino, sarebbe un errore concludere che, con Biden, il compito non sia poi così urgente. Se vorrà salvaguardare il legame con gli Stati Uniti e insieme difendere le proprie priorità, l’Europa dovrà diventare nei fatti e non solo a parole un attore geopolitico: dovrà darsi una collocazione strategica chiara, evitando pulsioni da terza forza neutrale di fronte al confronto Usa-Cina, e gli strumenti per sostenerla. Biden, dopo la prova di forza di Trump, sarà per l’Europa una prova di maturità.