Silicon Valley, cosa vuole Biden dai Big tech
di Riccardo Luna , di Riccardo Luna
Il 18 gennaio 2012 il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è trovato per la prima volta faccia a faccia con la Silicon Valley. Non condivideva l’entusiasmo per la rivoluzione digitale del presidente Obama — e non faceva mistero della sua diffidenza — ma si era prestato a presenziare a un tour di raccolta fondi in vista della imminente campagna elettorale. L’incontro con gli amministratori delegati di alcune fra le aziende più famose del mondo (tipo Apple e Google) si svolse in un ristorante di Palo Alto.
Non è trapelato nulla dei contenuti della cena per otto anni esatti, fino al 19 gennaio di quest’anno quando il New York Times ha pubblicato una lunghissima intervista nella quale il futuro presidente degli Stati Uniti ha parlato per la prima volta del suo rapporto con la Silicon Valley. E ha ricordato cosa accadde quella sera a Palo Alto: «Ad un certo punto uno dei little creeps, piccoli vermi, che stavano a tavola, …
Non è trapelato nulla dei contenuti della cena per otto anni esatti, fino al 19 gennaio di quest’anno quando il New York Times ha pubblicato una lunghissima intervista nella quale il futuro presidente degli Stati Uniti ha parlato per la prima volta del suo rapporto con la Silicon Valley. E ha ricordato cosa accadde quella sera a Palo Alto: «Ad un certo punto uno dei little creeps, piccoli vermi, che stavano a tavola, …
Il 18 gennaio 2012 il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è trovato per la prima volta faccia a faccia con la Silicon Valley. Non condivideva l’entusiasmo per la rivoluzione digitale del presidente Obama — e non faceva mistero della sua diffidenza — ma si era prestato a presenziare a un tour di raccolta fondi in vista della imminente campagna elettorale. L’incontro con gli amministratori delegati di alcune fra le aziende più famose del mondo (tipo Apple e Google) si svolse in un ristorante di Palo Alto.
Non è trapelato nulla dei contenuti della cena per otto anni esatti, fino al 19 gennaio di quest’anno quando il New York Times ha pubblicato una lunghissima intervista nella quale il futuro presidente degli Stati Uniti ha parlato per la prima volta del suo rapporto con la Silicon Valley. E ha ricordato cosa accadde quella sera a Palo Alto: «Ad un certo punto uno dei little creeps, piccoli vermi, che stavano a tavola, uno che era quasi miliardario, uno che mi aveva detto di essere un artista perché produceva quei videogames che ti insegnano a sparare meglio… mi ha detto noi siamo il motore economico dell’America. Ora, per fortuna avevo fatto i compiti a casa, mi ero preparato e gli ho detto molto affascinante ma la sua azienda ha meno persone a busta paga di quelle che la General Motors ha perso nell’ultimo trimestre. Quindi non mi faccia lezioni su come ha creato tutta questa occupazione».
Non sappiamo se le cose siano andate esattamente così, ma quel ricordo oggi è utilissimo: perché in questi otto anni i fatturati e il potere delle grandi aziende della Silicon Valley sono cresciuti enormemente; e perché Biden è appena diventato presidente degli Stati Uniti. Porterà alla Casa Bianca quella diffidenza profonda verso Big Tech emersa così vividamente nel 2012 a Palo Alto? Il bersaglio più facile, ma non l’unico, sembra essere Mark Zuckerberg. Nella medesima intervista al New York Times, al giornalista che gli ricordava il contenzioso avuto qualche mese prima con Facebook a proposito di una inserzione pubblicitaria che falsamente affermava che avrebbe ricattato funzionari del governo ucraino affinché non investigassero il figlio, il neo presidente ha risposto: «Non sono mai stato un fan di Facebook e penso che Mark Zuckerberg sia un problema... non credo neanche per un secondo che non sapesse che i russi stessero usando la sua piattaforma nel 2016 per condizionare le elezioni».
Sono frasi nette e pesanti che sono state analizzate attentamente ma non hanno impedito alla Silicon Valley di finanziare la sua campagna elettorale e sostenerlo con moltissimi voti. Tra l’altro Facebook, Twitter e Google si sono impegnate con buoni risultati per impedire che la disinformazione condizionasse il voto americano, smettendo i comodi panni della piattaforma neutrale per indossare quelli dei garanti della democrazia. Ma tutto ciò non cambierà l’agenda Biden sulla tecnologia perché è una agenda che viene da lontano, che ha vasto consenso nel campo democratico, ed è in gran parte condivisa dal partito repubblicano.
Questi i principali capitoli: 1) revoca immediata della “sezione 230” del Communication Decency Act grazie alla quale oggi le piattaforme non sono responsabili dei contenuti postati dagli utenti — è la norma che ha creato Internet come lo conosciamo; 2) sostegno alle azioni antitrust richieste dal Congresso e in parte avviate, contro Google, Facebook, Apple e Amazon; 3) modifica del sistema fiscale che consente alle grandi aziende di pagare pochissime tasse — Amazon l’esempio più eclatante.
C’è poi il tema del cloud che sta creando molte tensioni con l’Unione Europea per la questione della titolarità dei dati che il Cloud Act del 2018 riporta comunque agli Stati Uniti: se non cambia, si affermerà una via europea al cloud. Insomma, siamo alla vigilia di una svolta profonda. Non a colpi di tweet o di executive order come era con Trump, ma non meno rivoluzionaria.
Non è trapelato nulla dei contenuti della cena per otto anni esatti, fino al 19 gennaio di quest’anno quando il New York Times ha pubblicato una lunghissima intervista nella quale il futuro presidente degli Stati Uniti ha parlato per la prima volta del suo rapporto con la Silicon Valley. E ha ricordato cosa accadde quella sera a Palo Alto: «Ad un certo punto uno dei little creeps, piccoli vermi, che stavano a tavola, uno che era quasi miliardario, uno che mi aveva detto di essere un artista perché produceva quei videogames che ti insegnano a sparare meglio… mi ha detto noi siamo il motore economico dell’America. Ora, per fortuna avevo fatto i compiti a casa, mi ero preparato e gli ho detto molto affascinante ma la sua azienda ha meno persone a busta paga di quelle che la General Motors ha perso nell’ultimo trimestre. Quindi non mi faccia lezioni su come ha creato tutta questa occupazione».
Non sappiamo se le cose siano andate esattamente così, ma quel ricordo oggi è utilissimo: perché in questi otto anni i fatturati e il potere delle grandi aziende della Silicon Valley sono cresciuti enormemente; e perché Biden è appena diventato presidente degli Stati Uniti. Porterà alla Casa Bianca quella diffidenza profonda verso Big Tech emersa così vividamente nel 2012 a Palo Alto? Il bersaglio più facile, ma non l’unico, sembra essere Mark Zuckerberg. Nella medesima intervista al New York Times, al giornalista che gli ricordava il contenzioso avuto qualche mese prima con Facebook a proposito di una inserzione pubblicitaria che falsamente affermava che avrebbe ricattato funzionari del governo ucraino affinché non investigassero il figlio, il neo presidente ha risposto: «Non sono mai stato un fan di Facebook e penso che Mark Zuckerberg sia un problema... non credo neanche per un secondo che non sapesse che i russi stessero usando la sua piattaforma nel 2016 per condizionare le elezioni».
Sono frasi nette e pesanti che sono state analizzate attentamente ma non hanno impedito alla Silicon Valley di finanziare la sua campagna elettorale e sostenerlo con moltissimi voti. Tra l’altro Facebook, Twitter e Google si sono impegnate con buoni risultati per impedire che la disinformazione condizionasse il voto americano, smettendo i comodi panni della piattaforma neutrale per indossare quelli dei garanti della democrazia. Ma tutto ciò non cambierà l’agenda Biden sulla tecnologia perché è una agenda che viene da lontano, che ha vasto consenso nel campo democratico, ed è in gran parte condivisa dal partito repubblicano.
Questi i principali capitoli: 1) revoca immediata della “sezione 230” del Communication Decency Act grazie alla quale oggi le piattaforme non sono responsabili dei contenuti postati dagli utenti — è la norma che ha creato Internet come lo conosciamo; 2) sostegno alle azioni antitrust richieste dal Congresso e in parte avviate, contro Google, Facebook, Apple e Amazon; 3) modifica del sistema fiscale che consente alle grandi aziende di pagare pochissime tasse — Amazon l’esempio più eclatante.
C’è poi il tema del cloud che sta creando molte tensioni con l’Unione Europea per la questione della titolarità dei dati che il Cloud Act del 2018 riporta comunque agli Stati Uniti: se non cambia, si affermerà una via europea al cloud. Insomma, siamo alla vigilia di una svolta profonda. Non a colpi di tweet o di executive order come era con Trump, ma non meno rivoluzionaria.