Usa, se Biden ha bisogno di noi
di Timothy Garton Ash , di Timothy Garton AshPerché il nuovo presidente americano sveglia la Ue
Cosa può sperare il mondo dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Joe Biden? Secondo me che siano in futuro un Paese leader in seno a una rete post-egemonica di democrazie. Sì, ho detto un Paese leader, non il Paese leader. Una bella differenza rispetto all’inizio di questo secolo, quando “l’iperpotenza” statunitense pareva dominare il globo. Sono due le cause di questo ridimensionamento: il declino americano e l’ascesa di altri attori.
Anche se Biden avesse trionfato alle elezioni e i democratici avessero la netta maggioranza al Senato, il potere degli Usa nel mondo risulterebbe comunque molto diminuito. Il presidente Donald Trump ha danneggiato la reputazione internazionale del Paese. La disastrosa gestione del Covid ha confermato la sensazione diffusa che la società americana sia afflitta da profondi problemi strutturali.
Da un recente sondaggio Eupinions emerge che più della metà degli intervistati in tutta l&rsqu…
Anche se Biden avesse trionfato alle elezioni e i democratici avessero la netta maggioranza al Senato, il potere degli Usa nel mondo risulterebbe comunque molto diminuito. Il presidente Donald Trump ha danneggiato la reputazione internazionale del Paese. La disastrosa gestione del Covid ha confermato la sensazione diffusa che la società americana sia afflitta da profondi problemi strutturali.
Da un recente sondaggio Eupinions emerge che più della metà degli intervistati in tutta l&rsqu…
Cosa può sperare il mondo dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Joe Biden? Secondo me che siano in futuro un Paese leader in seno a una rete post-egemonica di democrazie. Sì, ho detto un Paese leader, non il Paese leader. Una bella differenza rispetto all’inizio di questo secolo, quando “l’iperpotenza” statunitense pareva dominare il globo. Sono due le cause di questo ridimensionamento: il declino americano e l’ascesa di altri attori.
Anche se Biden avesse trionfato alle elezioni e i democratici avessero la netta maggioranza al Senato, il potere degli Usa nel mondo risulterebbe comunque molto diminuito. Il presidente Donald Trump ha danneggiato la reputazione internazionale del Paese. La disastrosa gestione del Covid ha confermato la sensazione diffusa che la società americana sia afflitta da profondi problemi strutturali.
Da un recente sondaggio Eupinions emerge che più della metà degli intervistati in tutta l’Unione europea giudicano «inefficace» la democrazia statunitense. Questo già prima che il presidente Trump denunciasse come «broglio» il semplice processo di conteggio di tutti i voti espressi in un’elezione. Il soft power americano deve aver proprio toccato il fondo, persino in confronto al triste periodo del Vietnam e del Watergate.
In paragone al regresso segnato dall’America negli ultimi 20 anni, la storia europea si configura come un progresso trionfale. Lo stesso si può dire dell’Australia, la Nuova Zelanda o il Canada. Ancor più eclatante è stata l’ascesa della Cina.
Pur dando per scontato che il prossimo gennaio, al momento dell’insediamento, siano state risolte tutte le controversie legali di questa elezione, il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti si troverà di fronte un Paese diviso, un governo spaccato e un partito democratico tutt’altro che unito. Grazie alle spudorate menzogne di Trump, milioni di suoi elettori potrebbero ricusare persino la base di legittimità della presidenza Biden.
Fortunatamente l’area in cui il nuovo presidente avrà maggiore libertà di manovra è la politica estera. Biden dispone di immensa esperienza personale in questo ambito e di un team di esperti del settore, che individuano come massime sfide strategiche le cosiddette “3 C”: Covid (comprese le conseguenze economiche globali della pandemia), Cambiamento climatico e Cina. Si tratta di priorità su cui gli alleati in Europa ed Asia possono convergere. Un primo passo importante sarà il rientro nell’accordo di Parigi sul clima, da cui gli Usa sono formalmente fuori da mercoledì. Un altro sarà rientrare nell’Oms. La Nato resta essenziale a garantire la sicurezza dell’Europa contro l’aggressività della Russia, ma la chiave per riconquistare gli europei disillusi sarà proporre all’Unione europea una partnership di carattere diverso.
Già prima di assumere l’incarico Biden potrebbe esprimere apprezzamento all’Ue, per aver tenuto alta la bandiera dell’internazionalismo liberale mentre gli Usa, sotto Trump, erano assenti ingiustificati. La sua prima visita da presidente nel vecchio continente dovrebbe includere le istituzioni Ue a Bruxelles. Potrebbe essere utile un riferimento bipartisan al famoso discorso tenuto dal presidente George H. W. Bush nel 1989 che indicava la Germania come «partner nella leadership», applicandolo però all’intera Ue. Nel partenariato tra eguali gli Usa non siederanno sempre a capotavola. È questo che intendo per “rete post-egemonica”.
Gli europei dovrebbero fare di più per la propria sicurezza, ma sarebbe poco saggio per Biden partire insistendo col vecchio ritornello «spendete il 2% del vostro Pil in difesa». L’esperto tedesco di geopolitica Wolfgang Ishinger ha indicato una soluzione valida per riformulare l’istanza: spendere piuttosto il 3% del Pil per le 3D, ossia, Difesa, Diplomazia e sviluppo (Development). L’aspirante Ue “geopolitica” deve assumersi un onere maggiore nei Paesi confinanti in senso ampio, ossia a Sud oltre il Mediterraneo fino in Medio Oriente e Nord Africa, e a Est, nei rapporti con la Bielorussia, l’Ucraina e la Russia di Vladimir Putin. La nuova attenzione nei confronti dell’Ue irriterà un po’ i falchi della Brexit che dominano il governo di Boris Johnson in Gran Bretagna, ma quel governo una buona idea l’ha partorita, ossia estendere il vertice del G7, che ospiterà il prossimo anno, alle grandi democrazie asiatiche.
Questa iniziativa si pone in perfetta sintonia con uno degli obiettivi salienti del team di Biden: collaborare con altre democrazie. Gli Usa hanno già il Quad, il formato di cooperazione che li lega ad Australia, Giappone e India. Avranno come minimo lo stesso peso di Ue e Gran Bretagna nel confronto con la Cina. Sarà saggio da parte dell’amministrazione Biden concepire il partenariato come una rete di democrazie, invece che una alleanza fissa o una comunità di democrazie. Configurato come rete, il partenariato si può mantenere flessibile, variando le coalizioni dei volenterosi a seconda delle istanze e gestendo con diplomazia i casi limite. A seconda delle problematiche sia gli Usa che l’Europa dovrebbero partire identificando le democrazie interessate, ma bisogna anche collaborare con regimi illiberali e antidemocratici, Cina inclusa. La Cina rappresenta la sfida geopolitica più ardua della nostra epoca. Incarna una delle 3C, ma è anche cruciale per affrontare le altre due, il cambiamento climatico e il Covid.
Nel perseguire la strategia del doppio binario di competizione e cooperazione gli Usa dispongono di risorse straordinarie. Sono l’unica potenza militare in grado di impedire alla Cina di Xi Jinping di assumere il controllo della democrazia cinese di Taiwan. L’America è ancora leader mondiale nel settore della tecnologia, ossia il carbone e l’acciaio dei nostri giorni. Guardiamo serie francesi su Netflix, compriamo libri tedeschi su Amazon, contattiamo amici africani su Facebook, seguiamo la politica britannica su Twitter e cerchiamo critiche agli Usa su Google. Nello sviluppo dell’IA l’Europa non è neppure lontanamente paragonabile alla Cina e agli Usa. Però, soprattutto per via della loro travagliata situazione interna, gli Usa non possono tener testa da soli a una Cina che è già una superpotenza multidimensionale. Hanno bisogno della citata rete di partner in Europa e in Asia, che singolarmente, a loro volta, la necessitano. Quindi le democrazie internazionali siano pronte ad afferrare la mano tesa di un brav’uomo alla Casa Bianca. Sarà un bel cambiamento.
(Traduzione di Emilia Benghi)
Anche se Biden avesse trionfato alle elezioni e i democratici avessero la netta maggioranza al Senato, il potere degli Usa nel mondo risulterebbe comunque molto diminuito. Il presidente Donald Trump ha danneggiato la reputazione internazionale del Paese. La disastrosa gestione del Covid ha confermato la sensazione diffusa che la società americana sia afflitta da profondi problemi strutturali.
Da un recente sondaggio Eupinions emerge che più della metà degli intervistati in tutta l’Unione europea giudicano «inefficace» la democrazia statunitense. Questo già prima che il presidente Trump denunciasse come «broglio» il semplice processo di conteggio di tutti i voti espressi in un’elezione. Il soft power americano deve aver proprio toccato il fondo, persino in confronto al triste periodo del Vietnam e del Watergate.
In paragone al regresso segnato dall’America negli ultimi 20 anni, la storia europea si configura come un progresso trionfale. Lo stesso si può dire dell’Australia, la Nuova Zelanda o il Canada. Ancor più eclatante è stata l’ascesa della Cina.
Pur dando per scontato che il prossimo gennaio, al momento dell’insediamento, siano state risolte tutte le controversie legali di questa elezione, il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti si troverà di fronte un Paese diviso, un governo spaccato e un partito democratico tutt’altro che unito. Grazie alle spudorate menzogne di Trump, milioni di suoi elettori potrebbero ricusare persino la base di legittimità della presidenza Biden.
Fortunatamente l’area in cui il nuovo presidente avrà maggiore libertà di manovra è la politica estera. Biden dispone di immensa esperienza personale in questo ambito e di un team di esperti del settore, che individuano come massime sfide strategiche le cosiddette “3 C”: Covid (comprese le conseguenze economiche globali della pandemia), Cambiamento climatico e Cina. Si tratta di priorità su cui gli alleati in Europa ed Asia possono convergere. Un primo passo importante sarà il rientro nell’accordo di Parigi sul clima, da cui gli Usa sono formalmente fuori da mercoledì. Un altro sarà rientrare nell’Oms. La Nato resta essenziale a garantire la sicurezza dell’Europa contro l’aggressività della Russia, ma la chiave per riconquistare gli europei disillusi sarà proporre all’Unione europea una partnership di carattere diverso.
Già prima di assumere l’incarico Biden potrebbe esprimere apprezzamento all’Ue, per aver tenuto alta la bandiera dell’internazionalismo liberale mentre gli Usa, sotto Trump, erano assenti ingiustificati. La sua prima visita da presidente nel vecchio continente dovrebbe includere le istituzioni Ue a Bruxelles. Potrebbe essere utile un riferimento bipartisan al famoso discorso tenuto dal presidente George H. W. Bush nel 1989 che indicava la Germania come «partner nella leadership», applicandolo però all’intera Ue. Nel partenariato tra eguali gli Usa non siederanno sempre a capotavola. È questo che intendo per “rete post-egemonica”.
Gli europei dovrebbero fare di più per la propria sicurezza, ma sarebbe poco saggio per Biden partire insistendo col vecchio ritornello «spendete il 2% del vostro Pil in difesa». L’esperto tedesco di geopolitica Wolfgang Ishinger ha indicato una soluzione valida per riformulare l’istanza: spendere piuttosto il 3% del Pil per le 3D, ossia, Difesa, Diplomazia e sviluppo (Development). L’aspirante Ue “geopolitica” deve assumersi un onere maggiore nei Paesi confinanti in senso ampio, ossia a Sud oltre il Mediterraneo fino in Medio Oriente e Nord Africa, e a Est, nei rapporti con la Bielorussia, l’Ucraina e la Russia di Vladimir Putin. La nuova attenzione nei confronti dell’Ue irriterà un po’ i falchi della Brexit che dominano il governo di Boris Johnson in Gran Bretagna, ma quel governo una buona idea l’ha partorita, ossia estendere il vertice del G7, che ospiterà il prossimo anno, alle grandi democrazie asiatiche.
Questa iniziativa si pone in perfetta sintonia con uno degli obiettivi salienti del team di Biden: collaborare con altre democrazie. Gli Usa hanno già il Quad, il formato di cooperazione che li lega ad Australia, Giappone e India. Avranno come minimo lo stesso peso di Ue e Gran Bretagna nel confronto con la Cina. Sarà saggio da parte dell’amministrazione Biden concepire il partenariato come una rete di democrazie, invece che una alleanza fissa o una comunità di democrazie. Configurato come rete, il partenariato si può mantenere flessibile, variando le coalizioni dei volenterosi a seconda delle istanze e gestendo con diplomazia i casi limite. A seconda delle problematiche sia gli Usa che l’Europa dovrebbero partire identificando le democrazie interessate, ma bisogna anche collaborare con regimi illiberali e antidemocratici, Cina inclusa. La Cina rappresenta la sfida geopolitica più ardua della nostra epoca. Incarna una delle 3C, ma è anche cruciale per affrontare le altre due, il cambiamento climatico e il Covid.
Nel perseguire la strategia del doppio binario di competizione e cooperazione gli Usa dispongono di risorse straordinarie. Sono l’unica potenza militare in grado di impedire alla Cina di Xi Jinping di assumere il controllo della democrazia cinese di Taiwan. L’America è ancora leader mondiale nel settore della tecnologia, ossia il carbone e l’acciaio dei nostri giorni. Guardiamo serie francesi su Netflix, compriamo libri tedeschi su Amazon, contattiamo amici africani su Facebook, seguiamo la politica britannica su Twitter e cerchiamo critiche agli Usa su Google. Nello sviluppo dell’IA l’Europa non è neppure lontanamente paragonabile alla Cina e agli Usa. Però, soprattutto per via della loro travagliata situazione interna, gli Usa non possono tener testa da soli a una Cina che è già una superpotenza multidimensionale. Hanno bisogno della citata rete di partner in Europa e in Asia, che singolarmente, a loro volta, la necessitano. Quindi le democrazie internazionali siano pronte ad afferrare la mano tesa di un brav’uomo alla Casa Bianca. Sarà un bel cambiamento.
(Traduzione di Emilia Benghi)