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(ansa)

Calabria, la farsa e il dramma

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È un gesto onesto e dunque apprezzabile, quello del presidente del Consiglio che si assume tutta la responsabilità del pasticcio Calabria. Perché ha ragione Gino Strada, "la situazione della Calabria è già difficile senza che diventi anche grottesca". Nel pieno del dramma Covid, la più povera delle terre del Sud è passata dalla tragedia della morte della governatrice Santelli alla farsa dei tre commissari governativi della Sanità. Abbattuti - anzi abbattutisi da soli - nel giro di dieci giorni, uno dopo l'altro. Con lo stesso Strada che ha aspettato invano una nomina che non arrivava - anche se adesso Conte ha deciso di inviarlo subito sul campo - e il governatore supplente della Calabria Nino Spirlì che avvertiva, tonitruante: "Se scelgono lui dovranno passare sul mio corpo, non abbiamo bisogno di missionari".

La mossa del premier arriva quando il caso Calabria è ormai diventato un ter…
È un gesto onesto e dunque apprezzabile, quello del presidente del Consiglio che si assume tutta la responsabilità del pasticcio Calabria. Perché ha ragione Gino Strada, "la situazione della Calabria è già difficile senza che diventi anche grottesca". Nel pieno del dramma Covid, la più povera delle terre del Sud è passata dalla tragedia della morte della governatrice Santelli alla farsa dei tre commissari governativi della Sanità. Abbattuti - anzi abbattutisi da soli - nel giro di dieci giorni, uno dopo l'altro. Con lo stesso Strada che ha aspettato invano una nomina che non arrivava - anche se adesso Conte ha deciso di inviarlo subito sul campo - e il governatore supplente della Calabria Nino Spirlì che avvertiva, tonitruante: "Se scelgono lui dovranno passare sul mio corpo, non abbiamo bisogno di missionari".

La mossa del premier arriva quando il caso Calabria è ormai diventato un terremoto politico, con epicentro Palazzo Chigi. Perché è stato proprio il presidente del Consiglio ad aprire la partita, licenziando su due piedi Saverio Cotticelli, il commissario della Sanità calabrese che aveva detto di non sapere che toccasse a lui fare il piano Covid, leggendo con stupefacente candore davanti alle telecamere di Titolo V la lettera del governo che diceva il contrario. È stato lui a sostituirlo con un indifendibile "supermanager", quello che sosteneva che per beccarsi il virus bisognava "baciarsi per 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo prendi". Ed è stato sempre lui a fare l'ultima mossa, la nomina dell'ex rettore della Sapienza Eugenio Gaudio che la sera ha accettato, forse immaginando di tornare nella sua Calabria come Autorità plenipotenziaria, e la mattina dopo ha rinunciato, dando la colpa alla moglie - evidentemente insensibile alla sorte dei conterranei del marito - che nella notte gli aveva comunicato di non avere alcuna intenzione di trasferirsi armi e bagagli da Roma a Catanzaro.

E non c'è da stupirsi se ancora una volta l'emergenza Covid sia diventata un pasticcio politico, perché nella sventurata Calabria le mani dei partiti su ospedali, nomine e appalti hanno creato il peggior sistema sanitario d'Italia, come sanno bene i calabresi che infatti, quando si mette male, vanno a farsi curare a Milano, a Padova o a Firenze, visto che a Polistena bisogna aspettare 306 giorni solo per un elettrocardiogramma, come ricordava Giuseppe Smorto qualche giorno fa.

Certo, la sorte è stata beffarda. Sembrava che la terra di Bernardino Telesio fosse stata risparmiata dal coronavirus: il 9 marzo, quando il governo decretò il lockdown nazionale, qui c'erano solo nove positivi (contro i 4490 della Lombardia). E ancora qualche settimana fa - era il 30 ottobre - la Calabria fu l'unica regione italiana che la Germania escluse, a sorpresa, dall'elenco delle zone con quarantena obbligatoria. Eppure, cinque giorni dopo essere scampata alla lista nera del governo tedesco, è finita tra le zone rosse del governo italiano. Motivazione: non sarebbe in grado di affrontare l'emergenza, secondo il ministero della Salute, avendo "un deficit strutturale in termini di sistema sanitario".

E benché i furbissimi burocrati di Catanzaro abbiano tentato di "aggiustare" i dati - riducendo il numero dei ricoverati in terapia intensiva da 26 a 10 con il semplice trucco di contare solo chi era intubato - la controprova è arrivata presto. Quando i contagi giornalieri sono passati da78 a 680, e i ricoverati negli ospedali da 61 a 353, la Protezione civile ha dovuto montare in gran fretta quattro ospedali da campo per evitare scene da lazzaretto.

Con questo panorama drammatico sullo sfondo, ci è toccato assistere a scene da commedia all'italiana. Personaggi e interpreti, un bizzarrissimo governatore facente funzioni che è un ossimoro vivente, leghista ma terrone, un generale dei carabinieri che viene messo in riga dalla sua assistente ("Ti ho detto che la devi finire!"), un compagno di partito del ministro della Salute che teorizzava l'assoluta inutilità della mascherina e un barone della Sapienza che era pronto a servire la sua terra, ma purtroppo non ha potuto, "perché per me la famiglia è un valore primario". Con la partecipazione straordinaria di un medico che è stato capace di creare ospedali senza bandiera nei peggiori teatri di guerra, ma dopo essere stato chiamato direttamente dal premier è stato lasciato - fino a ieri sera - in sala d'attesa.

La drammaticità della situazione esigerebbe una scelta limpida, la nomina di un commissario che abbia l'autorevolezza e la competenza necessari non per bonificare la sanità calabrese - impresa che richiederà non anni ma decenni, se mai verrà avviata - ma per assicurare agli incolpevoli cittadini di questo sventurato Sud i mezzi per affrontare con dignità e speranza l'offensiva del coronavirus. Ora Conte promette una nomina meditata. E tutti speriamo che il governo, dopo aver sbagliato tre volte, non commetta l'errore numero quattro.