La commedia degli equivoci
di Stefano Folli , di Stefano FolliIl dinamico immobilismo del governo Conte
Continua la commedia degli equivoci intorno al governo Conte e la sua maggioranza. Da un lato, si considera stabile la coalizione e impensabile una crisi dell’esecutivo nel pieno della pandemia. Argomento abbastanza convincente: il premier si giova dell’emergenza e galleggia in un lago dove nessuno, dal Pd ai 5S e persino Renzi, ha davvero interesse a provocare una burrasca. Dall’altro lato, tuttavia, quel lago assomiglia sempre di più a uno stagno. La stabilità diventa paralisi e si entra in un labirinto dove è facile perdere la rotta. Ne deriva che il nervosismo cova sotto la cenere, al punto da spingere il presidente della Repubblica a reiterare gli inviti affinché il Parlamento diventi il luogo dove ci si confronta e si cercano punti d’intesa, riducendo invece l’area delle polemiche mediatiche.
A chi si rivolge Mattarella? A tutte le forze politiche, è evidente. E anche ai partiti della coalizione, i quali sembrano …
A chi si rivolge Mattarella? A tutte le forze politiche, è evidente. E anche ai partiti della coalizione, i quali sembrano …
Continua la commedia degli equivoci intorno al governo Conte e la sua maggioranza. Da un lato, si considera stabile la coalizione e impensabile una crisi dell’esecutivo nel pieno della pandemia. Argomento abbastanza convincente: il premier si giova dell’emergenza e galleggia in un lago dove nessuno, dal Pd ai 5S e persino Renzi, ha davvero interesse a provocare una burrasca. Dall’altro lato, tuttavia, quel lago assomiglia sempre di più a uno stagno. La stabilità diventa paralisi e si entra in un labirinto dove è facile perdere la rotta. Ne deriva che il nervosismo cova sotto la cenere, al punto da spingere il presidente della Repubblica a reiterare gli inviti affinché il Parlamento diventi il luogo dove ci si confronta e si cercano punti d’intesa, riducendo invece l’area delle polemiche mediatiche.
A chi si rivolge Mattarella? A tutte le forze politiche, è evidente. E anche ai partiti della coalizione, i quali sembrano soffrire la logica di un’alleanza che non è mai diventata progetto di medio termine per il Paese, ma è rimasta fin dal primo minuto una coabitazione per reciproca convenienza. Di conseguenza nel 5S-Pd-LeU-Iv si vivono tempi eccezionali come gli attuali con il passo del giorno per giorno, tra gaffe e infiniti tatticismi. E con parecchie riserve mentali, in primo luogo sulla destinazione delle risorse europee che un giorno o l’altro arriveranno, sia pure in ritardo. La gestione di quei soldi non è un tema tecnico, ma assai politico e finora nessuno lo ha affrontato, tanto meno ha predisposto un meccanismo di garanzia. Prevale al solito l’attendismo.
Ieri il presidente del Consiglio ha fatto eco in modo indiretto al capo dello Stato affermando - e sarebbe bizzarro il contrario - che «si avverte nel Paese un disagio sociale e psicologico». Per cui è necessario «fare squadra». È un buon proposito su cui sarebbe impossibile trovarsi in disaccordo, ma cosa significa in concreto? Non è chiaro. D’altra parte, eludere le questioni spinose, sia dentro la maggioranza sia in Parlamento, può servire a guadagnare qualche mese, ma con il rischio che un semplice incidente si trasformi in un crollo rovinoso. È evidente infatti che il premier è contrario a iniziative che comportino il metter mano alla struttura del governo (leggi: cambiare qualche ministro). Non si può dargli torto. Chi propone il “rimpasto” vuole quasi sempre modificare i rapporti di forza. E lo “status quo” è l’unica condizione nella quale a Palazzo Chigi ci si sente tranquilli, consapevoli che dopo il Conte-2 non ci sarà un Conte-3. Se si apre una fessura, rischia di frantumarsi l’intera diga.
Di conseguenza il balletto degli equivoci coincide con il gran parlare di “dialogo” senza che si esca da un fumo generico. Un organismo di consultazione parlamentare non c’è ancora. E poi si veda la legge di bilancio, terreno idoneo per verificare le aperture di Berlusconi al governo e viceversa. Se la condizione è quella di riscrivere insieme la finanziaria, è chiaro che non ci sono margini. Berlusconi è abile nel ricordare a tutti che la sua storia è ben diversa da quella di Salvini, ma al dunque non è in grado di puntellare l’esecutivo, spezzando il centrodestra, se qualcosa non cambia. Forse a cominciare proprio dal premier. Il quale precisa che dialogare va bene, ma “il perimetro del governo” non può mutare. Ciò significa che un conto sono gli approcci in Parlamento, magari con qualche parziale concessione, e un altro è la modifica dei confini politici fra sinistra e destra. Quindi avanti con il dinamico immobilismo.
A chi si rivolge Mattarella? A tutte le forze politiche, è evidente. E anche ai partiti della coalizione, i quali sembrano soffrire la logica di un’alleanza che non è mai diventata progetto di medio termine per il Paese, ma è rimasta fin dal primo minuto una coabitazione per reciproca convenienza. Di conseguenza nel 5S-Pd-LeU-Iv si vivono tempi eccezionali come gli attuali con il passo del giorno per giorno, tra gaffe e infiniti tatticismi. E con parecchie riserve mentali, in primo luogo sulla destinazione delle risorse europee che un giorno o l’altro arriveranno, sia pure in ritardo. La gestione di quei soldi non è un tema tecnico, ma assai politico e finora nessuno lo ha affrontato, tanto meno ha predisposto un meccanismo di garanzia. Prevale al solito l’attendismo.
Ieri il presidente del Consiglio ha fatto eco in modo indiretto al capo dello Stato affermando - e sarebbe bizzarro il contrario - che «si avverte nel Paese un disagio sociale e psicologico». Per cui è necessario «fare squadra». È un buon proposito su cui sarebbe impossibile trovarsi in disaccordo, ma cosa significa in concreto? Non è chiaro. D’altra parte, eludere le questioni spinose, sia dentro la maggioranza sia in Parlamento, può servire a guadagnare qualche mese, ma con il rischio che un semplice incidente si trasformi in un crollo rovinoso. È evidente infatti che il premier è contrario a iniziative che comportino il metter mano alla struttura del governo (leggi: cambiare qualche ministro). Non si può dargli torto. Chi propone il “rimpasto” vuole quasi sempre modificare i rapporti di forza. E lo “status quo” è l’unica condizione nella quale a Palazzo Chigi ci si sente tranquilli, consapevoli che dopo il Conte-2 non ci sarà un Conte-3. Se si apre una fessura, rischia di frantumarsi l’intera diga.
Di conseguenza il balletto degli equivoci coincide con il gran parlare di “dialogo” senza che si esca da un fumo generico. Un organismo di consultazione parlamentare non c’è ancora. E poi si veda la legge di bilancio, terreno idoneo per verificare le aperture di Berlusconi al governo e viceversa. Se la condizione è quella di riscrivere insieme la finanziaria, è chiaro che non ci sono margini. Berlusconi è abile nel ricordare a tutti che la sua storia è ben diversa da quella di Salvini, ma al dunque non è in grado di puntellare l’esecutivo, spezzando il centrodestra, se qualcosa non cambia. Forse a cominciare proprio dal premier. Il quale precisa che dialogare va bene, ma “il perimetro del governo” non può mutare. Ciò significa che un conto sono gli approcci in Parlamento, magari con qualche parziale concessione, e un altro è la modifica dei confini politici fra sinistra e destra. Quindi avanti con il dinamico immobilismo.