Recovery Fund, una fiducia da meritare
di Andrea Bonanni , di Andrea BonanniCosa ci chiede l’Ue: essere diventati il Grande Assistito d’Europa ci sottopone all’esame di chi fornisce i fondi e vuole vederli spesi bene
È un po’ come a scuola ai tempi del Covid: l’eccezionalità della situazione spinge a sospendere per quanto possibile il giudizio sul rendimento degli allievi. Ma tutti sanno che, prima o poi, bisognerà rendere conto di ciò che si è fatto e di come lo si è fatto, perché gli esami, alla fine, arrivano per tutti. La condizione dell’Italia, in Europa, non è molto diversa. A luglio la nostra situazione era talmente drammatica che ha spinto la Ue a sospendere le proprie regole e ribaltare la propria filosofia economica accettando di creare un debito comune per salvare il fianco sud (Italia e Spagna) sfibrato dall’epidemia. Per ottenere quel risultato è stato necessario superare l’opposizione e i veti dei Paesi del Nord Europa, i cosiddetti “frugali”, contrari ad una apertura di credito incondizionato all’Italia.
Vista da Bruxelles, è stata una vera e propria rivoluzione. La…
Vista da Bruxelles, è stata una vera e propria rivoluzione. La…
È un po’ come a scuola ai tempi del Covid: l’eccezionalità della situazione spinge a sospendere per quanto possibile il giudizio sul rendimento degli allievi. Ma tutti sanno che, prima o poi, bisognerà rendere conto di ciò che si è fatto e di come lo si è fatto, perché gli esami, alla fine, arrivano per tutti. La condizione dell’Italia, in Europa, non è molto diversa. A luglio la nostra situazione era talmente drammatica che ha spinto la Ue a sospendere le proprie regole e ribaltare la propria filosofia economica accettando di creare un debito comune per salvare il fianco sud (Italia e Spagna) sfibrato dall’epidemia. Per ottenere quel risultato è stato necessario superare l’opposizione e i veti dei Paesi del Nord Europa, i cosiddetti “frugali”, contrari ad una apertura di credito incondizionato all’Italia.
Vista da Bruxelles, è stata una vera e propria rivoluzione. La decisione di varare il Recovery Fund, insieme alla linea di credito del Mes e di Sure, e i massicci interventi della Banca centrale europea legittimati da questa svolta politica, hanno convinto i mercati sulla nostra solvibilità e letteralmente salvato l’Italia da una bancarotta che sarebbe stata altrimenti inevitabile. Gli interessi sul debito italiano sono addirittura arrivati al loro minimo storico.
Per salvare questa rivoluzione, per renderla permanente facendo un balzo in avanti nell’integrazione europea, come suggeriscono molti, dalla presidente della Bce Christine Lagarde al commissario per gli affari economici Gentiloni, bisogna che l’esperimento abbia successo. Che i Paesi beneficiati dimostrino di meritare la fiducia che è stata loro data.
Ma come ha reagito la classe politica italiana? Il calo dei tassi di interesse sui buoni del Tesoro sembra aver convinto il governo a inseguire la irragionevole pretesa dei 5Stelle di rinunciare a utilizzare i fondi del Mes. In compenso l’Italia continua a bloccare la riforma del Meccanismo di stabilità esercitando quel diritto di veto che deplora quando viene utilizzato dagli altri Paesi, e che i “frugali” hanno rinunciato a usare contro di noi.
La nostra opposizione, con l’eccezione di Forza Italia, ha continuato a sparare contro l’Europa che ci stava salvando ed è arrivata ad astenersi dall’approvare il Recovery Fund al Parlamento europeo. Le forze di governo hanno cominciato un braccio di ferro sotterraneo sull’utilizzo dei fondi che ci sono stati promessi, su chi debba gestirli, attraverso quali ministeri, per soddisfare quali bisogni e favorire quali gruppi di (legittimi) interessi. Il risultato è che l’Italia appare in ritardo su altri Paesi nella presentazione di piani dettagliati di investimento con cui rilanciare una economia che era asfittica già prima dell’epidemia.
È vero che, formalmente, non ci sono ritardi. È pure vero che, sempre sul piano formale, non ci sono rilievi da parte di Bruxelles, visto che non abbiamo ancora presentato progetti concreti su cui la Commissione possa confrontarsi. Ma a Roma ci si comporta come se le istituzioni e i governi europei che, come Francia e Germania, hanno messo in gioco la loro credibilità per difenderci, si accontentassero dell’aspetto formale del nostro agire e non seguissero invece, con grandissima attenzione, le molteplici e contorte partite che si giocano dietro le quinte dei palazzi capitolini. Essere diventati il Grande Assistito d’Europa ha, come effetto collaterale, che le nostre convulsioni politiche sono ormai materia di legittima competenza e di studio per chi ci sta dando i soldi e vuole vederli ben spesi.
Così, mercoledì, un primo sommesso avvertimento ci è arrivato con la valutazione della Commissione europea sulla nostra politica di bilancio. Nessuna bocciatura, per carità, visto che le pagelle sono sospese causa Covid. Ma un monito ben preciso a non utilizzare risorse una tantum, quali sono i “grants” del Recovery Fund, per finanziare aumenti di spesa permanenti, che si troverebbero poi senza copertura. Secondo Bruxelles, queste spese allo scoperto arriverebbero all’1 per cento del Pil (oltre 17 miliardi). «Cipro, Grecia e Italia hanno debiti eccessivi — ha ricordato il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis — per questo è particolarmente importante che l’Italia, quando adotta misure di sostegno all’economia, tenga conto della sostenibilità di bilancio».
Certo, il governo potrà ignorare anche questo avvertimento. Non è tenuto a farlo, visto che il giudizio di Bruxelles è temporaneamente sospeso e non ha quindi conseguenze esecutive. Ma la sostanza dei fatti rimane: nell’unico documento in cui ipotizza una qualche forma di utilizzo dei soldi del Recovery Fund, l’Italia dimostra di voler aumentare il suo già strabordante debito pubblico anziché diminuirlo. Non sembra il messaggio giusto da mandare all’Europa.
Vista da Bruxelles, è stata una vera e propria rivoluzione. La decisione di varare il Recovery Fund, insieme alla linea di credito del Mes e di Sure, e i massicci interventi della Banca centrale europea legittimati da questa svolta politica, hanno convinto i mercati sulla nostra solvibilità e letteralmente salvato l’Italia da una bancarotta che sarebbe stata altrimenti inevitabile. Gli interessi sul debito italiano sono addirittura arrivati al loro minimo storico.
Per salvare questa rivoluzione, per renderla permanente facendo un balzo in avanti nell’integrazione europea, come suggeriscono molti, dalla presidente della Bce Christine Lagarde al commissario per gli affari economici Gentiloni, bisogna che l’esperimento abbia successo. Che i Paesi beneficiati dimostrino di meritare la fiducia che è stata loro data.
Ma come ha reagito la classe politica italiana? Il calo dei tassi di interesse sui buoni del Tesoro sembra aver convinto il governo a inseguire la irragionevole pretesa dei 5Stelle di rinunciare a utilizzare i fondi del Mes. In compenso l’Italia continua a bloccare la riforma del Meccanismo di stabilità esercitando quel diritto di veto che deplora quando viene utilizzato dagli altri Paesi, e che i “frugali” hanno rinunciato a usare contro di noi.
La nostra opposizione, con l’eccezione di Forza Italia, ha continuato a sparare contro l’Europa che ci stava salvando ed è arrivata ad astenersi dall’approvare il Recovery Fund al Parlamento europeo. Le forze di governo hanno cominciato un braccio di ferro sotterraneo sull’utilizzo dei fondi che ci sono stati promessi, su chi debba gestirli, attraverso quali ministeri, per soddisfare quali bisogni e favorire quali gruppi di (legittimi) interessi. Il risultato è che l’Italia appare in ritardo su altri Paesi nella presentazione di piani dettagliati di investimento con cui rilanciare una economia che era asfittica già prima dell’epidemia.
È vero che, formalmente, non ci sono ritardi. È pure vero che, sempre sul piano formale, non ci sono rilievi da parte di Bruxelles, visto che non abbiamo ancora presentato progetti concreti su cui la Commissione possa confrontarsi. Ma a Roma ci si comporta come se le istituzioni e i governi europei che, come Francia e Germania, hanno messo in gioco la loro credibilità per difenderci, si accontentassero dell’aspetto formale del nostro agire e non seguissero invece, con grandissima attenzione, le molteplici e contorte partite che si giocano dietro le quinte dei palazzi capitolini. Essere diventati il Grande Assistito d’Europa ha, come effetto collaterale, che le nostre convulsioni politiche sono ormai materia di legittima competenza e di studio per chi ci sta dando i soldi e vuole vederli ben spesi.
Così, mercoledì, un primo sommesso avvertimento ci è arrivato con la valutazione della Commissione europea sulla nostra politica di bilancio. Nessuna bocciatura, per carità, visto che le pagelle sono sospese causa Covid. Ma un monito ben preciso a non utilizzare risorse una tantum, quali sono i “grants” del Recovery Fund, per finanziare aumenti di spesa permanenti, che si troverebbero poi senza copertura. Secondo Bruxelles, queste spese allo scoperto arriverebbero all’1 per cento del Pil (oltre 17 miliardi). «Cipro, Grecia e Italia hanno debiti eccessivi — ha ricordato il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis — per questo è particolarmente importante che l’Italia, quando adotta misure di sostegno all’economia, tenga conto della sostenibilità di bilancio».
Certo, il governo potrà ignorare anche questo avvertimento. Non è tenuto a farlo, visto che il giudizio di Bruxelles è temporaneamente sospeso e non ha quindi conseguenze esecutive. Ma la sostanza dei fatti rimane: nell’unico documento in cui ipotizza una qualche forma di utilizzo dei soldi del Recovery Fund, l’Italia dimostra di voler aumentare il suo già strabordante debito pubblico anziché diminuirlo. Non sembra il messaggio giusto da mandare all’Europa.