Il premier sopra un castello di carte
di Stefano Folli , di Stefano FolliLe mosse berlusconinane e i ritardi sui piano del Recovery fund svelano la debolezza di Conte
Con il passare dei giorni è sempre più evidente che mai come ora il fragile equilibrio su cui si regge Giuseppe Conte è sottoposto a una serie di scosse minacciose. Di Berlusconi si è già detto quasi tutto: resta il fatto che l’ingresso di Forza Italia nella maggioranza non è all’ordine del giorno e probabilmente non è nemmeno realizzabile, tuttavia è bastato che se ne discutesse, sulla base di qualche non trascurabile segnale, per far emergere la debolezza del presidente del Consiglio. E si capisce: l’avvocato del popolo siede, non da oggi, in cima a un castello di carte; basta spostare una di queste carte, in un punto qualsiasi dell’architettura, per creare uno smottamento. Le mosse berlusconiane, figlie di un’agilità tattica che anche gli avversari riconoscono all’anziano fondatore del centrodestra, sono servite a mettere in chiaro che Conte sarebbe in ogni caso la vittima designata d…
Con il passare dei giorni è sempre più evidente che mai come ora il fragile equilibrio su cui si regge Giuseppe Conte è sottoposto a una serie di scosse minacciose. Di Berlusconi si è già detto quasi tutto: resta il fatto che l’ingresso di Forza Italia nella maggioranza non è all’ordine del giorno e probabilmente non è nemmeno realizzabile, tuttavia è bastato che se ne discutesse, sulla base di qualche non trascurabile segnale, per far emergere la debolezza del presidente del Consiglio. E si capisce: l’avvocato del popolo siede, non da oggi, in cima a un castello di carte; basta spostare una di queste carte, in un punto qualsiasi dell’architettura, per creare uno smottamento. Le mosse berlusconiane, figlie di un’agilità tattica che anche gli avversari riconoscono all’anziano fondatore del centrodestra, sono servite a mettere in chiaro che Conte sarebbe in ogni caso la vittima designata di un diverso assetto politico. Anzi, è sufficiente solo evocarlo, tale diverso assetto, per creare scompiglio.
Peraltro non è Berlusconi il primo e più serio problema che deve oggi preoccupare Palazzo Chigi. È invece il rapporto con la Commissione europea, dietro la quale è facile intravedere la sagoma della Cancelliera Merkel. Si poteva immaginare che in questo autunno tormentato l’Italia si sarebbe installata al centro della scena, avendo tutto l’interesse a esserci. Ma non è così. In singolare ritardo di Roma nel definire i progetti per l’uso del Recovery plan - come ha scritto in dettaglio Repubblica - suscita stupore nelle sedi europee. Il tempo tecnico per recuperare ci sarebbe, ed è ciò che sottolinea il premier, ma c’è un aspetto politico non facile da accettare nelle capitali dell’Unione: l’Italia, la grande malata per via del debito e della stagnazione, aveva tutti i motivi per essere la prima della classe nella presentazione di un piano dettagliato, pure nel nesso tra investimenti e riforme modernizzatrici. Invece si segnala per la lentezza, anzi per l’incapacità di cambiare passo rispetto alle solite vischiosità amministrative unite agli opachi conflitti tra le parti politiche e anche tra i ministeri.
E c’è dell’altro. Nello scontro con Ungheria e Polonia, i due Paesi che bloccano il Recovery, era lecito attendersi un attivismo italiano alla ricerca di un compromesso. Invece sembra che la scena sia lasciata interamente a Berlino e Parigi, con la rinuncia a esercitare quel ruolo che Roma ha sempre rivendicato a parole, in quanto Paese fondatore dell’antica Comunità europea. Anche questo è strano e addirittura controproducente, visto che nessuno più dell’Italia avrebbe bisogno di affrettare i tempi del piano di aiuti: quindi noi dovremmo essere in prima fila nell’individuare un terreno d’incontro tra le due capitali riottose e la Commissione. A quanto pare, non sta succedendo. Si tratta di questioni cruciali. L’Italia non può permettersi di deludere le attese europee per quanto riguarda i criteri di utilizzo del Recovery, ma non può nemmeno sparire dalla scena, con ciò dimostrando di aver abdicato a qualsiasi ruolo nella gestione dei problemi dell’Unione. Questo è forse il primo e vero problema che può condizionare il futuro del governo Conte. Perché la realtà insegna da anni che un premier per governare in Italia ha bisogno di conservare la fiducia dei partner, vale a dire la Commissione attraverso la quale si manifesta la Germania (e in parte la Francia).
Peraltro non è Berlusconi il primo e più serio problema che deve oggi preoccupare Palazzo Chigi. È invece il rapporto con la Commissione europea, dietro la quale è facile intravedere la sagoma della Cancelliera Merkel. Si poteva immaginare che in questo autunno tormentato l’Italia si sarebbe installata al centro della scena, avendo tutto l’interesse a esserci. Ma non è così. In singolare ritardo di Roma nel definire i progetti per l’uso del Recovery plan - come ha scritto in dettaglio Repubblica - suscita stupore nelle sedi europee. Il tempo tecnico per recuperare ci sarebbe, ed è ciò che sottolinea il premier, ma c’è un aspetto politico non facile da accettare nelle capitali dell’Unione: l’Italia, la grande malata per via del debito e della stagnazione, aveva tutti i motivi per essere la prima della classe nella presentazione di un piano dettagliato, pure nel nesso tra investimenti e riforme modernizzatrici. Invece si segnala per la lentezza, anzi per l’incapacità di cambiare passo rispetto alle solite vischiosità amministrative unite agli opachi conflitti tra le parti politiche e anche tra i ministeri.
E c’è dell’altro. Nello scontro con Ungheria e Polonia, i due Paesi che bloccano il Recovery, era lecito attendersi un attivismo italiano alla ricerca di un compromesso. Invece sembra che la scena sia lasciata interamente a Berlino e Parigi, con la rinuncia a esercitare quel ruolo che Roma ha sempre rivendicato a parole, in quanto Paese fondatore dell’antica Comunità europea. Anche questo è strano e addirittura controproducente, visto che nessuno più dell’Italia avrebbe bisogno di affrettare i tempi del piano di aiuti: quindi noi dovremmo essere in prima fila nell’individuare un terreno d’incontro tra le due capitali riottose e la Commissione. A quanto pare, non sta succedendo. Si tratta di questioni cruciali. L’Italia non può permettersi di deludere le attese europee per quanto riguarda i criteri di utilizzo del Recovery, ma non può nemmeno sparire dalla scena, con ciò dimostrando di aver abdicato a qualsiasi ruolo nella gestione dei problemi dell’Unione. Questo è forse il primo e vero problema che può condizionare il futuro del governo Conte. Perché la realtà insegna da anni che un premier per governare in Italia ha bisogno di conservare la fiducia dei partner, vale a dire la Commissione attraverso la quale si manifesta la Germania (e in parte la Francia).