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(reuters)

Il fantasma di Cannes

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Pressing di Germania e Francia sul governo Conte
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C'è una sorta di maledizione, una coazione a ripetere. Nel novembre del 2011 fu Cannes, il vertice del G20 dove venne scritto il destino del governo Berlusconi. Anche allora l'Italia era la grande malata d'Europa, circondata dalla diffidenza dei partner, il Paese che avrebbe potuto trascinare a fondo l'intera costruzione europea. Nove anni fa a Roma il governo si trovava impastoiato in una paralisi decisionale che destava il massimo allarme a Parigi e Berlino. Le analogie proseguono in maniera impressionante: oggi come allora a Washington un'amministrazione democratica sorvegliava che l'Unione non saltasse per aria per colpa dell'Italia. Ieri era Obama, adesso sta arrivando Biden, un presidente attento a ristabilire una connessione stretta con gli europei. Certo, per fortuna di Giuseppe Conte le analogie finiscono qua e manca quel senso di superiorità quasi sprezzante che Merkel e Sarkozy manifestarono nella famosa conferenza stampa dei sorris…
C'è una sorta di maledizione, una coazione a ripetere. Nel novembre del 2011 fu Cannes, il vertice del G20 dove venne scritto il destino del governo Berlusconi. Anche allora l'Italia era la grande malata d'Europa, circondata dalla diffidenza dei partner, il Paese che avrebbe potuto trascinare a fondo l'intera costruzione europea. Nove anni fa a Roma il governo si trovava impastoiato in una paralisi decisionale che destava il massimo allarme a Parigi e Berlino. Le analogie proseguono in maniera impressionante: oggi come allora a Washington un'amministrazione democratica sorvegliava che l'Unione non saltasse per aria per colpa dell'Italia. Ieri era Obama, adesso sta arrivando Biden, un presidente attento a ristabilire una connessione stretta con gli europei. Certo, per fortuna di Giuseppe Conte le analogie finiscono qua e manca quel senso di superiorità quasi sprezzante che Merkel e Sarkozy manifestarono nella famosa conferenza stampa dei sorrisini sul Cavaliere. Ma sbaglierebbe il premier, che di questi tempi vede complotti dietro a ogni critica, a sottovalutare il livello di crescente preoccupazione che sta salendo in Europa sui ritardi italiani nella risposta alla crisi e sulla mancata risposta alla riforma del fondo Salva-Stati.

Conte, nel tentativo di allontanare da sé il fantasma di Cannes, per ora ha soltanto alzato il ponte levatoio di palazzo Chigi. Senza imprimere all'esecutivo quell'accelerazione richiesta dalla gravità della situazione.
Ieri a Palma di Maiorca, durante l'incontro con Pedro Sanchez, ha dispensato al premier spagnolo un consiglio su come si fa a guidare un governo con più anime (a Madrid è una novità). "Nell'esperienza di coalizione la dialettica non è molto dissimile da quella di un governo monopartitico". Una battuta innocente, ma rivelatrice della postura con cui il presidente del Consiglio si va approcciando ai suoi alleati giallo-rossi. Come se, per l'appunto, guidasse un governo monocolore di una sola forza politica: il PdC, il partito di Conte. Ed è precisamente questo che gli imputano i suoi mugugnanti alleati, ormai quasi ossessionati dal problema di come disfarsi di lui.

Conte viene accusato di una gestione del potere solitaria, senza una capacità di ascolto sincera. Viene descritto come un leader indeciso a tutto ma, allo stesso tempo, determinato a non concedere spazi a nessuno. Se questa è la "narrazione" che viene fatta del personaggio dai suoi avversari interni, qualche elemento oggettivo qua e là appare alla superficie. Come la conferma per altri due anni del prefetto Gennaro Vecchione a direttore generale del Dis, la "testa" dei Servizi segreti: ultimo di una serie di strappi su un tema delicato come l'Intelligence. O il tentativo di accentrare a palazzo Chigi tutte le scelte e la direzione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, o il continuo procrastinare di una decisione sul Mes.

La situazione appare molto sfilacciata, anche a livello di rapporti personali. La mancanza di fiducia tra Conte, Di Maio, Zingaretti e Renzi ormai è più di un sospetto. Ma se il governo appare arrivato a fine corsa, non è affatto detto che un'altra soluzione sia a portata di mano. È proprio questa l'arma principale nelle mani di Conte, la debolezza e la divisione dei suoi alleati di governo. Nel Pd vedono in tutta la sua gravità il problema, ma sono convinti che a scuotere l'albero debba essere il Movimento Cinque Stelle, di cui Conte in teoria sarebbe espressione. Nel M5S, benché ormai gli amici del premier si contino sulle dita di una mano, manca il coraggio di fare il primo passo. E tutti guardano con un misto di rassegnazione e speranza a Matteo Renzi, aspettando che si manifesti appieno la sua natura di guastatore. Così, grazie a un incidente parlamentare, sul Mes o sul Recovery Fund, si aprirebbe la via a un robusto rimpasto di governo. Magari con l'ingresso di Forza Italia per traghettare la legislatura al 2023 e all'elezione del nuovo Capo dello Stato. Il piano è questo, persino i tempi sono più o meno scritti. Non subito, non con la sessione di bilancio aperta e il semi-lockdown dell'Italia. Ma a gennaio-febbraio.

Certo, resta aperto il tema del destino del Conte. Potrebbe accompagnare questa transizione verso un assetto più strutturato della sua coalizione, con l'ingresso dei leader nella compagine. Oppure potrebbe continuare a opporsi. A quel punto però, per i congiurati, si porrebbe il problema della sua sostituzione. Uno dei consiglieri politici del premier ieri la spiegava così: "L'unico personaggio credibile che potrebbero inventarsi è Mario Draghi. Ma non lo faranno perché, se arriva Draghi, i primi a essere fatti prigionieri sono proprio loro". Così Conte tira a campare, cullato dalle parole comprensive di Ursula Von der Leyen sul Recovery plan italiano. Non è detto che il ministro francese Bruno Le Maire, che oggi incontrerà il suo omologo Gualtieri, si farà portatore di un messaggio altrettanto rassicurante.