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(ansa)

Il lato oscuro del genio

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La morte di Maradona
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Un gran vorticar di pianeti, satelliti, meteore, pietruzze nel cosmo disperse, intorno a un sole spento. Sedeva al centro della scena, adorato da molte curve, amato da mai abbastanza donne, adulato dagli scriba, immortalato in senso stretto da registi e cantanti, irretito dai mariuoli, cliente privilegiato in qualsiasi mercato e l'impressione è sempre stata che ad amarsi di meno fosse proprio lui. Diego Armando Maradona ha avuto un talento assoluto per due cose: il calcio e l'autodistruzione. A lungo ci ha giocato contemporaneamente, poi ha smesso il primo e continuato la seconda, fino al fischio finale, anticipato al sessantesimo.

C'era una verità profonda nel suo sguardo, la stessa che gli uomini condannati alla mitologia, i poster generazionali, i guerrieri per sempre, gli attori di una vita, a volte rivelano in maniera spudorata: piacciano a tanti, alcuni perfino a tutti tranne i bastian contrari, ma non a se stessi. Non in quella pose, non sotto quella …
Un gran vorticar di pianeti, satelliti, meteore, pietruzze nel cosmo disperse, intorno a un sole spento. Sedeva al centro della scena, adorato da molte curve, amato da mai abbastanza donne, adulato dagli scriba, immortalato in senso stretto da registi e cantanti, irretito dai mariuoli, cliente privilegiato in qualsiasi mercato e l'impressione è sempre stata che ad amarsi di meno fosse proprio lui. Diego Armando Maradona ha avuto un talento assoluto per due cose: il calcio e l'autodistruzione. A lungo ci ha giocato contemporaneamente, poi ha smesso il primo e continuato la seconda, fino al fischio finale, anticipato al sessantesimo.

C'era una verità profonda nel suo sguardo, la stessa che gli uomini condannati alla mitologia, i poster generazionali, i guerrieri per sempre, gli attori di una vita, a volte rivelano in maniera spudorata: piacciano a tanti, alcuni perfino a tutti tranne i bastian contrari, ma non a se stessi. Non in quella pose, non sotto quella luce, non se sapessero. Tutti conosciamo noi stessi, in maniera esclusiva, poi cerchiamo di dimenticarcene e andiamo avanti, scartando di lato o palleggiando come niente fosse. La più grande sfida di Maradona è stata quella di mettere il lato oscuro sotto i riflettori, esibendosi in qualsiasi luna park per quanto sconcio, adeguandosi, abbassandosi, pranzando con i grandi e cenando con gli infimi, attraversando ogni notte di cui potesse invocare la fine. Ha avuto il dono, la gloria, l'opportunità, che cosa ne ha fatto? Se esiste un'arte dello spreco, a suo nome è il museo. Ma esiste, eccome. È una somma di ipnosi, oblio, siderale distanza dalla propria storia. Si può passare tempo a costruirsi un'immagine e altrettanto a demolirla. La droga, le frequentazioni criminali, sono solo mezzucci, parte di un piano più grande. È un'impresa creare Maradona, una ancora più grande farlo a pezzi. Solo lui poteva riuscirci. Nell'intento ha debordato in ogni possibile direzione e senso, portando in giro il suo corpo come un ospite indesiderato; straparlando in difesa e contro ogni causa giusta, persa o sballata che fosse; facendo inevitabilmente male l'unico mestiere che gli era precluso da ogni possibile senso, quello di allenatore; sedendosi in qualsiasi consesso con uguale e ferale disponibilità; ingannando istituzioni e persone e da loro facendosi ingannare; andando a disperdere briciole di leggenda in lontani teatri, manco Fitzcarraldo, tra i ghepardi di Dubai e i pesci di Sinaloa.

Ci sono due immagini, tra le infinite che si accalcano, da guardare per intuire qualcosa di lui. Entrambe provengono da un campo di calcio: durante un campionato del mondo negli Stati Uniti e una partita per beneficenza ad Acerra. Nella prima, famosa, Maradona guarda la telecamera dopo un gol. Ha la faccia trasfigurata, sbarrati gli occhi e spalancata la bocca. L'espressione è quella di un vendicatore, qualcuno che è andato a prendersi una rivincita, ha buttato giù a calci la porta di un mondo che gli era precluso. Non fosse che lo stesso uomo ha già vinto un mondiale 8 anni prima ed è arrivato in finale nell'edizione precedente. Come può esaltarlo una vittoria nel girone eliminatorio? Che cosa vuole ancora? Quella non è la fotografia di un uomo, ma del suo desiderio, del desiderio stesso quando si fa totale e incontrastabile. A quel punto si vuole tutto e il suo opposto. Si ha curiosità per ogni anfratto, l'alto e il basso, la destra e la sinistra e, quel che è più rischioso, si mischiano in un cocktail di emozioni in cui a valere è sempre e soltanto non la più forte, ma l'ultima. Il desiderio è l'anima della vita che flirta con la morte, perché accelera e spegne ogni cosa. O brucia o non è. Con quella bocca spalancata Maradona urla di voler inghiottire anche la sua storia e il suo futuro. Gli occhi sbarrati non vedono più quel che vogliono, ma vogliono tutto quel che vedono. Pochi giorni dopo verrà squalificato per doping.

Nella seconda immagine è su un campo di fango, davanti a un parcheggio pieno di auto familiari, accanto a 5 bambini intabarrati per il freddo e un compagno di squadra del Napoli, chiamato Pietro Puzone (che finirà senzatetto). È stato lui a parlargli di un tifoso che non ha soldi per l'operazione di cui il figlio ha bisogno. Contro il volere della società di Ferlaino e dei Lloyds di Londra, che svincola pagando di tasca sua 12 milioni di lire, Maradona si presenta in campo in un lunedì che dovrebbe essere di riposo. Un'apparizione, guidata dalla precisa volontà di diventare l'idolo dei bambini, dei poveracci, dei dimenticati. E dal sogno segreto e fallito di stare per sempre tra loro. Generosità e bisogno di espiazione, istrionismo ed esposizione al pubblico ludibrio si sono fuse in lui fino all'indissolubilità. Non ha distinto negli altri perché non distingueva più in sé. Ha creato felicità, l'ha rubata e con dolore restituita.