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Quando e perché il cane è diventato il migliore amico dell'uomo

Nel mondo ci sono almeno un miliardo di esemplari, distribuiti in tutti i continenti. Ma quando, questo animale, è comparso per la prima volta nella vita dell'uomo? E quando è diventato un suo inseparabile compagno o addirittura, in alcuni casi, un aiuto fondamentale per chi si trova in difficoltà? Per scoprirlo ci siamo affidati ad alcuni interessanti libri che ne ripercorrono la comparsa (migliaia di anni fa), lo sviluppo, la domesticazione e la nascita della disciplina oggi conosciuta come pet therapy
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Il cane è l’animale più prossimo all’uomo, il suo sodale più costante e continuativo. Nel mondo si calcola che ci sia almeno un miliardo di cani, distribuiti su tutti i contenenti e a ogni latitudine. Il cane domestico, Canis lupus familiaris, appartiene alla famiglia dei canidi, il gruppo di mammiferi che comprende lupi, volpi, sciacalli, coyote e licaoni, noti come cani selvatici africani. Nel 1950 Konrad Lorenz raccontò da par suo l’ipotetico incontro tra il cane e l’uomo in un piccolo ma affascinate libro, E l’uomo incontrò il cane (Adelphi). Il fondatore dell'etologia ipotizzò erroneamente che l’addomesticamento del cane da parte dell’Homo sapiens fosse avvenuto attraverso gli sciacalli “domestici”, per poi correggersi sucessivamente. Oggi sappiamo che il progenitore del cane non è il Canis aureus, bensì il Canis lupus, ovvero il lupo.

L’incontro tra i nostri p…
Il cane è l’animale più prossimo all’uomo, il suo sodale più costante e continuativo. Nel mondo si calcola che ci sia almeno un miliardo di cani, distribuiti su tutti i contenenti e a ogni latitudine. Il cane domestico, Canis lupus familiaris, appartiene alla famiglia dei canidi, il gruppo di mammiferi che comprende lupi, volpi, sciacalli, coyote e licaoni, noti come cani selvatici africani. Nel 1950 Konrad Lorenz raccontò da par suo l’ipotetico incontro tra il cane e l’uomo in un piccolo ma affascinate libro, E l’uomo incontrò il cane (Adelphi). Il fondatore dell'etologia ipotizzò erroneamente che l’addomesticamento del cane da parte dell’Homo sapiens fosse avvenuto attraverso gli sciacalli “domestici”, per poi correggersi sucessivamente. Oggi sappiamo che il progenitore del cane non è il Canis aureus, bensì il Canis lupus, ovvero il lupo.

L’incontro tra i nostri progenitori e questo animale così ben integrato con noi si ritiene sia avvenuta per autodomesticazione, anche se prove certe non ve ne sono. In un recente libro intitolato Attenti ai cani. Una storia di 40.000 anni (il Mulino) Paola Valsecchi, docente di Etologia applicata ed Evoluzione dei vertebrati a Parma, fa il punto sulla millenaria vicenda che ci lega a questo mammifero. In effetti non sono i moderni lupi i veri antenati dei cani, ma entrambi discendono dai lupi ancestrali; si parla infatti di un'origine polifiletica del cane da una popolazione di lupi con varie ibridazioni nel corso del tempo. L’autrice ci ricorda che le 400 razze di cani attuali sono in realtà in gran parte l’effetto di una selezione umana effettuata a partire dall’Ottocento, quando è stato creato il cane attuale; meglio: i cani, al plurale.

La ricerca del proto-cane è una vera e propria caccia che si muove tra reperti ossei, datazioni al carbonio-14, analisi del dna ed esperimenti vari. Fossili di canidi si trovano in vari siti situati in Francia, Svizzera, Belgio, Germania, Repubblica Ceca, Ucraina, Monti Altai, Siberia e Israele. Così nel corso dei decenni, dall’ipotesi iniziale di datare a 14-15.000 anni fa, si è passati ai 33.000 anni, dopo il reperimento di un cranio e mandibola di un canide risalente a quel periodo. La ricerca delle origini è un'avventura appassionante che Paola Valsecchi ricostruisce con cura. Primo passaggio è la separazione tra lupi e cani in un intervallo di tempo posto tra i 43.000 e i 27.000 anni fa. I primi cani domestici associati in sepolture rituali, che dimostrano un rapporto affettivo e non solo strumentale da parte dell’Homo sapiens, rimontano a 16.000-10.000 anni, mentre il primo proto-cane italiano è probabilmente apparso nel Paleolitico superiore.
Incisioni rupestri di Tassili n'Ajjer in Algeria risalenti al neolitico 

Il cane vive stabilmente con l’uomo da 10.000, come mostra l’arte rupestre in Nord Africa, a Tassili n’Ajjer in Algeria. In un intervallo di tempo compreso tra i 6.000 e i 1.500 anni fa invece i cani sono arrivati in Australia e il Dingo accompagna gli Aborigeni d’allora come quelli di oggi. Gli egizi raffigurano un cane simile al levriero attuale nei bassorilievi delle tombe, così come appaiono nelle cronache di guerra di Hyksos, Assiri, Persiani, e infine Romani. Ma è solo in epoca vittoriana che comincia la selezione delle razze moderne europee, così che il cane diventa l’animale domestico per eccellenza, ancora più del suo concorrente diretto, il gatto.

L’uomo e il cane formano un binomio indissolubile. Come ha raccontato in un libro importante e affascinante Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie (Einaudi), tutto si modifica negli ultimi 13.000 anni quando da cacciatori-raccoglitori in Africa, Asia del Sud-Est, Giappone e Europa, gli uomini diventano agricoltori-allevatori. Cosa significa domesticare? Lo ha spiegato Charles Darwin nel suo La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (Einaudi), dove scrive che addomesticare è qualcosa di più di domare, poiché include la possibilità di allevare gli animali in cattività con un obiettivo preciso, azione che comporta di fatto la trasformazione dell’animale dal punto di vista fisico, aumentandone la fecondità, atrofizzando parti del suo corpo e soggiogandolo al volere dell’uomo. Paola Valsecchi ci ricorda che le tigri, seppur allevate dall’uomo in cattività, non sono domestiche, e gli stessi elefanti, per quanto domati per trasportare l’uomo, non sono addomesticati. Vi sono poi i casi di animali che, dopo essere stati allevati dall’uomo, tornano a vivere secondo le proprie consuetudini naturali: i ferali (feral) o rinselvatichiti. L’autrice cita il caso dei dromedari che tra il 1870 e il 1920 furono importati in Australia dall’Arabia e dall’Afghanistan per fungere da mezzo di trasporto nelle zone desertiche di quel paese; dopo essere serviti efficacemente anche per esplorare una vasta area centrale dell’Australia, furono abbandonati a vantaggio dei mezzi di trasporto meccanizzati nel 1930, così che anche oggi esistono un milione di dromedari allo stato brado in quelle terre. Questo è anche il caso delle colonie di cani randagi, diffusi in Africa, e anche nel sud dell’Italia. Queste storie ci dicono che la domesticazione è stato un processo complesso, che ha implicato variazioni continue e ibridazioni con altri canidi. Uno degli studiosi più affascinanti sulla strada dell’identificazione di questi processi è un russo, Dmitry Belyayev. Sfuggito alle purghe staliniane e migrato in Siberia, questo studioso, laureato in zootecnica e specializzato nelle ricerche genetiche e selezione degli animali, ha portato avanti per decenni le sue ricerche sulle volpi. Il problema che s’era posto era capire come i cambiamenti del fenotipo, che include tratti comportamentali, fisiologici e morfologici, agisca sui cambiamenti del genoma, ovvero sul patrimonio genetico. Detto altrimenti: se l’uomo seleziona tra le volpi quelle più mansuete, e poi agisce sul colore del pelo degli animali che ne derivano, cosa succede sul piano genetico? Si hanno degli evidenti cambiamenti?

Come racconta Richard C. Francis in Addomesticati (traduzione italiana di Francesca Pe’, Bollati Boringhieri), Belyayev lavorò per decenni sulle volpi con una serie di esperimenti per dimostrare che aspetti esteriori dell’animale (orecchie pendule, coda curva all’insù, cranio ridotto, pelo a macchie bianche) erano il risultato di un processo di selezione sui tratti comportamentali. Selezionando animali non aggressivi, rispetto a quelli che lo erano maggiormente, Belyayev e la sua assistente, Lyudmila Trut, arrivarono a risultati molto interessanti sia dal punto di vista comportamentale oltre che morfologico; il processo di domesticazione ha inoltre alterato anche lo sviluppo dei neurotrasmettitori e del sistema serotoninergico. Per quanto, come ricorda l’autrice, questo esperimento sia stato contestato, oggi nuove ricerche condotte con il metodo della mappatura genetica sembrano confermare gli esperimenti fatti in Siberia durante il periodo staliniano.
Cani simile al levriero sono presenti nei bassorilievi delle tombe egizie 

Nel libro ci sono molte interessanti informazioni sull’evoluzione del cane, sulla sua storia naturale, perché alla fine, scrive Valsecchi, per quanto domesticato questo animale non ha perso alcuni aspetti fondamentali della sua identità originaria. Resta inalterato l’aspetto olfattivo che tanto aveva affascinato Primo Levi che ne ha scritto in più occasioni, sottolineando questa preminenza del cane rispetto all’uomo, che ha perso via via alcune facoltà nell’odorato. La cavità nasale del cane ospita un epitelio dell’odorato costituito da neuroni olfattivi che può raggiungere la superficie di 200 centimetri quadrati nel Pastore tedesco e 67 nel Cocker Spaniel, mentre nell’uomo misura 5 centimetri quadrati; questo consente ai cani di intercettare odori a bassa concentrazione di molecole.

Che ruolo ha avuto il cane nel corso della nostra evoluzione? Paola Valsecchi scrive che ha aiutato i nostri antenati cacciatori nell'individuazione della selvaggina, nel trasporto delle carcasse e delle attrezzature per la caccia; questo avrebbe dato all’Homo sapiens un vantaggio rispetto ai neandertaliani, che sono scomparsi. La parte del volume dedicata al rapporto tra umani e cani mette l’accento sulla capacità che questi ultimi possiedono di comprendere i gesti degli uomini, di interpretare lo sguardo degli umani e di indirizzare sguardi interrogativi ai propri proprietari. Gli etologi hanno iniziato a studiare il cane domestico cercando di capire le sue interrelazioni con gli uomini.

Come ha mostrato l’indagine di Belyayev, il processo di domesticazione ha comportato la selezione di animali meno paurosi e aggressivi, più gestibili e meno soggetti allo stress, con effetti assai diversi; per esempio alcune ricerche avviate con le pecore mostrano una riduzione del loro cervello nel corso dei processi di domesticazione. Tra le parti più interessanti del libro quelle che riguardano le diverse attività cui i cani sono oggi deputati. Il cane da guida per i ciechi, ad esempio, è l’effetto di un incontro fortuito avvenuto nel 1915 tra un cane Pastore Tedesco e un soldato non vedente in un ospedale tedesco. Mentre visitava i propri pazienti, il dottor Gerhard Stalling lasciò il suo cane con i suoi malati; tornando vide che il pastore tedesco sembrava voler aiutare il soldato cieco. Stalling ebbe un’intuizione: addestrarlo come cane da conduzione. Nel 1927 già 4.000 veterani avevano un loro cane guida. La stessa idea venne anche a Dorothy Eustis, che possedeva un cane Pastore Tedesco molto intelligente e veloce ad apprendere. Nel 1929 fondò una scuola per addestrare questi animali. Un caso simile, sempre ambientato in uno studio medico riguarda un cane e un bambino autistico. Nel 1953 Boris Levinson, un neuropsichiatra, lasciò il suo cane Jinfles in studio solo con un bambino affetto da questa sindrome; al suo ritorno trovò il bambino, che di solito se ne stava muto e zitto, parlare con l’animale. Era nata la pet therapy. Le ultime pagine del volume contengono riflessioni fondamentali sul rapporto animale-umani scritte da un'amante di questi cani che li studia da anni con raffinate tecniche e metodologie.