Dopo l'intervento del Marocco al confine di Guerguerat, è il momento di tirare le somme sul conflitto del Sahara Occidentale, soprattutto su uno degli attori principali della disputa che dura più di 40 anni. Un Paese che non può più essere ritenuto un fattore esterno e secondario, ma un protagonista principale come affermano le Nazione Unite.
Dai primi momenti negli anni 70, sino ad arrivare alle ultime tensioni di questi giorni, emerge nella contesa sempre con forza una Nazione sovrana e ingombrante, ormai difficile da nascondere dietro al piccolo gruppo del Fronte Polisario: l'Algeria.
Il conflitto sul Sahara Occidentale negli anni ha infatti cambiato forma e forze politiche e ci obbliga ad aggiornare il quadro geopolitico che abbiamo di fronte.
Algeri è il vero gigante che compromette il già fragile confine sub sahariano. Il principale attore, inseritosi negli anni sempre con più forza, è ormai rimasto senza alibi.
A Rabat lo sanno molto bene e non a caso la diplomazia marocchina ha sempre cercato un dialogo con i vicini algerini chiamandoli per nome nella disputa in corso. Ne è prova concreta l'ultimo discorso reale del 2019 in occasione della festa del trono dove il monarca marocchino, Mohammad VI, ha di fatto teso la mano all'Algeria invitandola a cambiare registro e a collaborare in una prospettiva nuova di vicinato.
Quel discorso del 2019 fu un discorso storico, realistico e concreto, peccato che dall'altra parte sia arrivato un silenzio assordante e imbarazzante.
Con i risvolti di questi giorni torna dunque attuale una domanda: dove vuole andare l'Algeria?
E' giusto chiederselo per diversi fattori. Quelli economici, che posizionano il Paese nordafricano come primo partner commerciale dell'Italia nel continente africano e nell'area del Medio Oriente-Nord Africa; secondo come fornitore energetico.
E infine quelli politico-sociali, perché il Paese è ormai al collasso, anche se l'informazione opaca e coperta dal regime militare riesce a far trapelare poco. I giornalisti stranieri, poi, sono difficilmente accolti.
Dopo le dimissioni - forzate dalla piazza e dai militari - dell'ex presidente Abdelaziz Boutefliqa, l'Algeria continua a brancolare nel buio nonostante la ricchezza energetica che detiene il suo sottosuolo, tra i più ricchi al mondo.
L'attuale presidente Abdelmajid Tabboune, sparito dai radar perché trasferito in Germania a curarsi dal Covid, è stato eletto con un record di bassa affluenza che lo identifica come un ulteriore uomo del sistema, che la stessa piazza aveva denunciato.
Ora, con questi presupposti è evidente che il Paese non può andare lontano, e la questione del Sahara Occidentale aiuta meglio a chiarire la prospettiva: nonostante siano passati decenni, la contesa continua ad essere ancor di più il nervo scoperto di una politica e di una geopolitica che fatica a fare un passo in avanti. E che soprattutto fa emergere alcune incoerenze.
Un esempio: la posizione ufficiale algerina sulla disputa del Sahara Occidentale è da sempre stata quella del sostegno al principio di autodeterminazione dei popoli. Eppure è lo stesso Paese a non praticare lo stesso principio con il popolo Amazigh che rappresenta il 60% della popolazione e si appella da anni per il rispetto dei propri diritti politici e culturali.
C'è inoltre un dato da evidenziare, che delinea un'evoluzione non positiva per l'Algeria: in questo suo percorso, sempre uguale a se stesso, non sembra acquisire alleati rispetto al passato, ma perderli. Non può che leggersi in questo modo, l'isolamento che ha avuto come risposta da molti Paesi arabi e africani in questa sua ultima iniziativa, mentre la solidarietà al Marocco è avvenuta nella cornice politica e diplomatica che ha visto l'apertura di 19 consolati proprio a Laayoune e Dakhla nel Sahara Occidentale.
Per questo appare più forte l'analisi secondo la quale la disputa con il Marocco rappresenterebbe più un dogma per il regime militare algerino che altro, in quanto non avrebbe forza e non continuerebbe ad esistere se non con la creazione e il rafforzamento di questo nemico esterno, che gli serve per legittimare la propria esistenza e quella spesa esorbitante in armi, che lo piazza come il Paese che investe il 45% delle proprie risorse belliche, anche se non risulti che l'Algeria sia in guerra.
Domande che si pongono anche molti algerini, ormai disperati e contrari a questa vecchia politica che continua a rimanere sempre uguale a se stessa nonostante si sia dimostrata fallimentare da decenni, creando soltanto povertà, assistenzialismo e mai ricchezza o sviluppo per il Paese.
Una politica che non è cambiata nemmeno con la pandemia, dove si è ridotto almeno del 50% il bilancio di tutte le spese, anche nei settori importanti. Ma guai a toccare la spesa riguardante le armi.
Gli interrogativi sul futuro dell'Algeria se li pongono anche i centinaia di giovani algerini che stanno riprendendo in massa i barconi verso le nostre coste, girando le spalle a un Paese che ha smesso, e da un pezzo, di creare lavoro e quindi prospettive per i suoi figli.
Ecco, forse è il caso che le autorità di Algeri inizino a chiedersi che cosa vogliono fare da grandi; ma è qui dove si nasconde il nocciolo del problema: la classe dirigente algerina che detiene il potere politico e militare è ancora la stessa dalla creazione dello Stato negli anni '60, e quindi finché sarà così, e non ci sarà una transizione democratica e legittima che dia spazio a quella generazione di giovani che popolano il Paese, sarà difficile pensare a un futuro di lungo termine, e non a una utopica vittoria sul campo, con armi ormai vecchie e desuete.
Eppure un finale diverso sarebbe possibile. L'Algeria si potrebbe emancipare guadagnandoci nel favorire un clima di distensione nella regione, togliendo gli ostacoli per promuovere una integrazione regionale efficiente, avviando l'apertura delle frontiere col Marocco e la canalizzazione delle energie e competenze verso la costruzione di un futuro comune migliore per i tanti giovani magrebini, risparmiandoli dalla rotta della morte del Mediterraneo.
Una scelta di cui ne beneficerebbe anche l'Europa e il nostro stesso Paese; il più esposto a queste instabilità.
Dai primi momenti negli anni 70, sino ad arrivare alle ultime tensioni di questi giorni, emerge nella contesa sempre con forza una Nazione sovrana e ingombrante, ormai difficile da nascondere dietro al piccolo gruppo del Fronte Polisario: l'Algeria.
Il conflitto sul Sahara Occidentale negli anni ha infatti cambiato forma e forze politiche e ci obbliga ad aggiornare il quadro geopolitico che abbiamo di fronte.
Algeri è il vero gigante che compromette il già fragile confine sub sahariano. Il principale attore, inseritosi negli anni sempre con più forza, è ormai rimasto senza alibi.
A Rabat lo sanno molto bene e non a caso la diplomazia marocchina ha sempre cercato un dialogo con i vicini algerini chiamandoli per nome nella disputa in corso. Ne è prova concreta l'ultimo discorso reale del 2019 in occasione della festa del trono dove il monarca marocchino, Mohammad VI, ha di fatto teso la mano all'Algeria invitandola a cambiare registro e a collaborare in una prospettiva nuova di vicinato.
Quel discorso del 2019 fu un discorso storico, realistico e concreto, peccato che dall'altra parte sia arrivato un silenzio assordante e imbarazzante.
Con i risvolti di questi giorni torna dunque attuale una domanda: dove vuole andare l'Algeria?
E' giusto chiederselo per diversi fattori. Quelli economici, che posizionano il Paese nordafricano come primo partner commerciale dell'Italia nel continente africano e nell'area del Medio Oriente-Nord Africa; secondo come fornitore energetico.
E infine quelli politico-sociali, perché il Paese è ormai al collasso, anche se l'informazione opaca e coperta dal regime militare riesce a far trapelare poco. I giornalisti stranieri, poi, sono difficilmente accolti.
Dopo le dimissioni - forzate dalla piazza e dai militari - dell'ex presidente Abdelaziz Boutefliqa, l'Algeria continua a brancolare nel buio nonostante la ricchezza energetica che detiene il suo sottosuolo, tra i più ricchi al mondo.
L'attuale presidente Abdelmajid Tabboune, sparito dai radar perché trasferito in Germania a curarsi dal Covid, è stato eletto con un record di bassa affluenza che lo identifica come un ulteriore uomo del sistema, che la stessa piazza aveva denunciato.
Ora, con questi presupposti è evidente che il Paese non può andare lontano, e la questione del Sahara Occidentale aiuta meglio a chiarire la prospettiva: nonostante siano passati decenni, la contesa continua ad essere ancor di più il nervo scoperto di una politica e di una geopolitica che fatica a fare un passo in avanti. E che soprattutto fa emergere alcune incoerenze.
Un esempio: la posizione ufficiale algerina sulla disputa del Sahara Occidentale è da sempre stata quella del sostegno al principio di autodeterminazione dei popoli. Eppure è lo stesso Paese a non praticare lo stesso principio con il popolo Amazigh che rappresenta il 60% della popolazione e si appella da anni per il rispetto dei propri diritti politici e culturali.
C'è inoltre un dato da evidenziare, che delinea un'evoluzione non positiva per l'Algeria: in questo suo percorso, sempre uguale a se stesso, non sembra acquisire alleati rispetto al passato, ma perderli. Non può che leggersi in questo modo, l'isolamento che ha avuto come risposta da molti Paesi arabi e africani in questa sua ultima iniziativa, mentre la solidarietà al Marocco è avvenuta nella cornice politica e diplomatica che ha visto l'apertura di 19 consolati proprio a Laayoune e Dakhla nel Sahara Occidentale.
Per questo appare più forte l'analisi secondo la quale la disputa con il Marocco rappresenterebbe più un dogma per il regime militare algerino che altro, in quanto non avrebbe forza e non continuerebbe ad esistere se non con la creazione e il rafforzamento di questo nemico esterno, che gli serve per legittimare la propria esistenza e quella spesa esorbitante in armi, che lo piazza come il Paese che investe il 45% delle proprie risorse belliche, anche se non risulti che l'Algeria sia in guerra.
Domande che si pongono anche molti algerini, ormai disperati e contrari a questa vecchia politica che continua a rimanere sempre uguale a se stessa nonostante si sia dimostrata fallimentare da decenni, creando soltanto povertà, assistenzialismo e mai ricchezza o sviluppo per il Paese.
Una politica che non è cambiata nemmeno con la pandemia, dove si è ridotto almeno del 50% il bilancio di tutte le spese, anche nei settori importanti. Ma guai a toccare la spesa riguardante le armi.
Gli interrogativi sul futuro dell'Algeria se li pongono anche i centinaia di giovani algerini che stanno riprendendo in massa i barconi verso le nostre coste, girando le spalle a un Paese che ha smesso, e da un pezzo, di creare lavoro e quindi prospettive per i suoi figli.
Ecco, forse è il caso che le autorità di Algeri inizino a chiedersi che cosa vogliono fare da grandi; ma è qui dove si nasconde il nocciolo del problema: la classe dirigente algerina che detiene il potere politico e militare è ancora la stessa dalla creazione dello Stato negli anni '60, e quindi finché sarà così, e non ci sarà una transizione democratica e legittima che dia spazio a quella generazione di giovani che popolano il Paese, sarà difficile pensare a un futuro di lungo termine, e non a una utopica vittoria sul campo, con armi ormai vecchie e desuete.
Eppure un finale diverso sarebbe possibile. L'Algeria si potrebbe emancipare guadagnandoci nel favorire un clima di distensione nella regione, togliendo gli ostacoli per promuovere una integrazione regionale efficiente, avviando l'apertura delle frontiere col Marocco e la canalizzazione delle energie e competenze verso la costruzione di un futuro comune migliore per i tanti giovani magrebini, risparmiandoli dalla rotta della morte del Mediterraneo.
Una scelta di cui ne beneficerebbe anche l'Europa e il nostro stesso Paese; il più esposto a queste instabilità.