Lucrezio, Camus e il senso della vita
di Marco Belpoliti , di Marco BelpolitiNel suo ultimo libro “Finitudine”, pubblicato da Raffaello Cortina, Telmo Pievani affronta il tema del rapporto tra biologia e filosofia
Albert Camus è ricoverato in ospedale per un incidente automobilistico. Sopravvissuto allo scontro, lo scrittore riceve la visita di Jacques Monod, biologo, con cui sta scrivendo un libro a quattro mani. Tre anni prima Camus ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura, mentre Monod avrà quel riconoscimento per i suoi studi di biologia nel 1965.
Telmo Pievani, uno dei più interessanti e acuti studiosi italiani di scienza ha immaginato che Camus e Monod stiano lavorando a un libro comune in quella stanza d’ospedale. Molte cose li uniscono: hanno partecipato entrambi alla Resistenza contro il nazifascismo e nell’Europa postbellica, divisa dalla cortina di ferro che separa Est e Ovest, e perseguono un comune ideale di libertà. In realtà Camus è morto in un incidente il 4 gennaio 1960 e il libro comune non è mai stato scritto. Nel suo romanzo filosofico Pievani fa incontrare il letterato e lo scienziato, e li fa dialogare sui…
Telmo Pievani, uno dei più interessanti e acuti studiosi italiani di scienza ha immaginato che Camus e Monod stiano lavorando a un libro comune in quella stanza d’ospedale. Molte cose li uniscono: hanno partecipato entrambi alla Resistenza contro il nazifascismo e nell’Europa postbellica, divisa dalla cortina di ferro che separa Est e Ovest, e perseguono un comune ideale di libertà. In realtà Camus è morto in un incidente il 4 gennaio 1960 e il libro comune non è mai stato scritto. Nel suo romanzo filosofico Pievani fa incontrare il letterato e lo scienziato, e li fa dialogare sui…
Albert Camus è ricoverato in ospedale per un incidente automobilistico. Sopravvissuto allo scontro, lo scrittore riceve la visita di Jacques Monod, biologo, con cui sta scrivendo un libro a quattro mani. Tre anni prima Camus ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura, mentre Monod avrà quel riconoscimento per i suoi studi di biologia nel 1965.
Telmo Pievani, uno dei più interessanti e acuti studiosi italiani di scienza ha immaginato che Camus e Monod stiano lavorando a un libro comune in quella stanza d’ospedale. Molte cose li uniscono: hanno partecipato entrambi alla Resistenza contro il nazifascismo e nell’Europa postbellica, divisa dalla cortina di ferro che separa Est e Ovest, e perseguono un comune ideale di libertà. In realtà Camus è morto in un incidente il 4 gennaio 1960 e il libro comune non è mai stato scritto. Nel suo romanzo filosofico Pievani fa incontrare il letterato e lo scienziato, e li fa dialogare sui grandi temi dell’esistenza, sul destino ultimo del genere umano, sulla possibilità di superare la nostra limitatezza di esseri destinati a morire.
Monod legge le bozze del libro a Camus steso nel suo letto nella clinica dove è ricoverato, e insieme discutono in modo serrato ogni pagina del lavoro. Il tema centrale è quello della fine, o meglio della finitudine, ovvero la condizione di ciò che è finito, limitato. In termini filosofici si tratta del tema della finitezza, su cui si è esercitata parte della filosofia del Novecento, a partire da Martin Heidegger, e che presente in modo insistito nel pensiero poetante di Giacomo Leopardi. Si tratta di un tema d’origine romantica, tuttavia il testo guida del libro di Pievani non è né Lo zibaldone né Essere e tempo, bensì il De rerum natura di Lucrezio con il suo materialismo filosofico e la forza poetica. Ogni capitolo del libro immaginato da Pievani è preceduto da un brano tratto da quell’opera di filosofia naturale, che ha avuto una grande influenza nella letteratura e nella filosofia occidentale. Lo scenario su cui si apre il volume è immenso e sconcertante: La Terra è vecchia. Tra un miliardo di anni, ben prima della dissoluzione del pianeta il sole brillerà più di ora e di conseguenza gli oceani evaporeranno così che l’atmosfera della Terra sarà stravolta. Pievani racconta attraverso Monod il destino del corpo celeste che abitiamo in una prospettiva temporale enorme, eppure numericamente finita. La finitezza è dunque prima di tutto una misura calcolabile e un concetto filosofico, e poi anche un pensiero che occupa la mente di ogni donna o uomo che si misura con la propria morte.
Monod nel dialogo assume la prospettiva dell’uomo di scienza: razionale, informato, puntuale, a tratti distaccato, ma sempre coinvolto da quello che accade, in una parola: appassionato. Camus è il portatore di un punto di vista letterario e filosofico; è attento alle questioni etiche, catturato dal tema della libertà e da quello dell’autodeterminazione; è ancora un filosofo umanista. La discussione ruota intorno alla possibilità di sfidare la morte, la fine d’ogni esistenza singola. Lo fanno entrambi in modo laico, poiché sono dei non credenti. Contrastano il nichilismo contemporaneo, che pure Camus ha sfiorato nei suoi saggi. Come tenere insieme l’istinto alla ribellione e l’indispensabile solidarietà tra gli esseri umani? Senza dubbio Pievani s’identifica più con le ragioni di Monod che non con quelle di Camus, il quale rappresenta l’istanza umanistica che alberga nella vocazione d’ogni scienziato. Scienza e letteratura sono conflittuali oppure possono integrarsi e trovare un punto d’equilibro, o meglio ancora d’integrazione? L’idea di fondo del libro è quella di superare il conflitto tra scienza e letteratura attraverso una comune ispirazione etica. Non a caso Pievani è un acuto studioso del pensiero biologico, ovvero di ciò che riguarda il vivente in generale, e l’uomo in particolare. Il suo punto di vista è quello dello scienziato che s’ispira a Lucrezio e al suo poema; sa perfettamente che “le mura della finitudine biologica ci imprigionano e al contempo ci proteggono, dandoci una misura”.
Il tema della misura ritorna in tante pagine del libro attraverso figure di scienziati, ricerche e i punti d’approdo della scienza moderna. Camus appare come l’altro presente nella mente di Monod, a cui cerca continuamente di rispondere. Il biologo stigmatizza a tratti l’ispirazione antiscientifica di Camus; gli ricorda l’importanza della scienza e della sua verità relativa.
Scritto con grande eleganza, Finitudine è un’opera chiara, efficace, ricca di idee e di punti di vista affascinanti; aiuta i lettori ad ambientarsi con le questioni etiche sollevate dalla ricerca scientifica. Ma non è solo questo. La domanda radicale che pone è: se la scienza ha rivelato in modo incontrovertibile che tutto è destinato a finire, l’universo, la Terra e l’esistenza di ciascuno di noi, come possiamo dare un senso a quello che facciamo? Ma la finitudine non è solo un destino; appare una chance, un’opportunità, una probabilità e insieme un azzardo. La vocazione teatrale della scrittura di Pievani è sempre in primo piano nei dialoghi che si svolgono nella stanza d’ospedale dove giace Camus. La diversità di ogni singolo essere umano non è solo una risposta culturale e antropologica, ma innanzi tutto biologica, una forma di resistenza, che attraversa la storia della nostra esistenza sul Pianeta azzurro.
Telmo Pievani, uno dei più interessanti e acuti studiosi italiani di scienza ha immaginato che Camus e Monod stiano lavorando a un libro comune in quella stanza d’ospedale. Molte cose li uniscono: hanno partecipato entrambi alla Resistenza contro il nazifascismo e nell’Europa postbellica, divisa dalla cortina di ferro che separa Est e Ovest, e perseguono un comune ideale di libertà. In realtà Camus è morto in un incidente il 4 gennaio 1960 e il libro comune non è mai stato scritto. Nel suo romanzo filosofico Pievani fa incontrare il letterato e lo scienziato, e li fa dialogare sui grandi temi dell’esistenza, sul destino ultimo del genere umano, sulla possibilità di superare la nostra limitatezza di esseri destinati a morire.
Monod legge le bozze del libro a Camus steso nel suo letto nella clinica dove è ricoverato, e insieme discutono in modo serrato ogni pagina del lavoro. Il tema centrale è quello della fine, o meglio della finitudine, ovvero la condizione di ciò che è finito, limitato. In termini filosofici si tratta del tema della finitezza, su cui si è esercitata parte della filosofia del Novecento, a partire da Martin Heidegger, e che presente in modo insistito nel pensiero poetante di Giacomo Leopardi. Si tratta di un tema d’origine romantica, tuttavia il testo guida del libro di Pievani non è né Lo zibaldone né Essere e tempo, bensì il De rerum natura di Lucrezio con il suo materialismo filosofico e la forza poetica. Ogni capitolo del libro immaginato da Pievani è preceduto da un brano tratto da quell’opera di filosofia naturale, che ha avuto una grande influenza nella letteratura e nella filosofia occidentale. Lo scenario su cui si apre il volume è immenso e sconcertante: La Terra è vecchia. Tra un miliardo di anni, ben prima della dissoluzione del pianeta il sole brillerà più di ora e di conseguenza gli oceani evaporeranno così che l’atmosfera della Terra sarà stravolta. Pievani racconta attraverso Monod il destino del corpo celeste che abitiamo in una prospettiva temporale enorme, eppure numericamente finita. La finitezza è dunque prima di tutto una misura calcolabile e un concetto filosofico, e poi anche un pensiero che occupa la mente di ogni donna o uomo che si misura con la propria morte.
Monod nel dialogo assume la prospettiva dell’uomo di scienza: razionale, informato, puntuale, a tratti distaccato, ma sempre coinvolto da quello che accade, in una parola: appassionato. Camus è il portatore di un punto di vista letterario e filosofico; è attento alle questioni etiche, catturato dal tema della libertà e da quello dell’autodeterminazione; è ancora un filosofo umanista. La discussione ruota intorno alla possibilità di sfidare la morte, la fine d’ogni esistenza singola. Lo fanno entrambi in modo laico, poiché sono dei non credenti. Contrastano il nichilismo contemporaneo, che pure Camus ha sfiorato nei suoi saggi. Come tenere insieme l’istinto alla ribellione e l’indispensabile solidarietà tra gli esseri umani? Senza dubbio Pievani s’identifica più con le ragioni di Monod che non con quelle di Camus, il quale rappresenta l’istanza umanistica che alberga nella vocazione d’ogni scienziato. Scienza e letteratura sono conflittuali oppure possono integrarsi e trovare un punto d’equilibro, o meglio ancora d’integrazione? L’idea di fondo del libro è quella di superare il conflitto tra scienza e letteratura attraverso una comune ispirazione etica. Non a caso Pievani è un acuto studioso del pensiero biologico, ovvero di ciò che riguarda il vivente in generale, e l’uomo in particolare. Il suo punto di vista è quello dello scienziato che s’ispira a Lucrezio e al suo poema; sa perfettamente che “le mura della finitudine biologica ci imprigionano e al contempo ci proteggono, dandoci una misura”.
Il tema della misura ritorna in tante pagine del libro attraverso figure di scienziati, ricerche e i punti d’approdo della scienza moderna. Camus appare come l’altro presente nella mente di Monod, a cui cerca continuamente di rispondere. Il biologo stigmatizza a tratti l’ispirazione antiscientifica di Camus; gli ricorda l’importanza della scienza e della sua verità relativa.
Scritto con grande eleganza, Finitudine è un’opera chiara, efficace, ricca di idee e di punti di vista affascinanti; aiuta i lettori ad ambientarsi con le questioni etiche sollevate dalla ricerca scientifica. Ma non è solo questo. La domanda radicale che pone è: se la scienza ha rivelato in modo incontrovertibile che tutto è destinato a finire, l’universo, la Terra e l’esistenza di ciascuno di noi, come possiamo dare un senso a quello che facciamo? Ma la finitudine non è solo un destino; appare una chance, un’opportunità, una probabilità e insieme un azzardo. La vocazione teatrale della scrittura di Pievani è sempre in primo piano nei dialoghi che si svolgono nella stanza d’ospedale dove giace Camus. La diversità di ogni singolo essere umano non è solo una risposta culturale e antropologica, ma innanzi tutto biologica, una forma di resistenza, che attraversa la storia della nostra esistenza sul Pianeta azzurro.