Il mercato delle indulgenze
di Massimo Riva , di Massimo RivaIl comportamento di Ungheria e Polonia dà scandalo solo quando colpisce l’interesse economico altrui
C'è qualcosa di artificioso e di ipocrita nello stupore indignato con il quale le principali capitali dell'Unione hanno reagito al veto sul bilancio minacciato dai governi di Budapest e Varsavia. Siamo franchi: sono anni che Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki si sono rivelati personaggi politicamente infidi e pericolosi agli occhi dell'Europa intera. Già, quindi, suona stonato e sgradevole che il loro comportamento arrogante e prevaricatorio sia diventato ragione di scandalo conclamato solo quando si è spinto oltre i confini nazionali colpendo l'interesse economico altrui. Ma alto soprattutto è il rischio che la vicenda finisca per avvitarsi in una spirale bottegaia parecchio incresciosa. Le premesse ci sono tutte.
In Ungheria, passo dopo passo, il regime orbaniano ha privato i cittadini di libertà fondamentali come il pluralismo dell'informazione e dell'istruzione, ha ristretto gli spazi di agibilità politica de…
In Ungheria, passo dopo passo, il regime orbaniano ha privato i cittadini di libertà fondamentali come il pluralismo dell'informazione e dell'istruzione, ha ristretto gli spazi di agibilità politica de…
C'è qualcosa di artificioso e di ipocrita nello stupore indignato con il quale le principali capitali dell'Unione hanno reagito al veto sul bilancio minacciato dai governi di Budapest e Varsavia. Siamo franchi: sono anni che Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki si sono rivelati personaggi politicamente infidi e pericolosi agli occhi dell'Europa intera. Già, quindi, suona stonato e sgradevole che il loro comportamento arrogante e prevaricatorio sia diventato ragione di scandalo conclamato solo quando si è spinto oltre i confini nazionali colpendo l'interesse economico altrui. Ma alto soprattutto è il rischio che la vicenda finisca per avvitarsi in una spirale bottegaia parecchio incresciosa. Le premesse ci sono tutte.
In Ungheria, passo dopo passo, il regime orbaniano ha privato i cittadini di libertà fondamentali come il pluralismo dell'informazione e dell'istruzione, ha ristretto gli spazi di agibilità politica delle forze di opposizione, da ultimo tentando di dare dignità istituzionale a questa svolta autoritaria con la grottesca e indecente trovata della "democrazia illiberale". Definizione che ha subito raccolto il plauso di Vladimir Putin.
In Polonia si è operato con minore baldanza verbale ma segando comunque le basi essenziali della democrazia con misure che hanno riportato la magistratura alla mercé del potere politico instaurando nel Paese un clima di regressione liberticida che è culminato con manifestazioni di piazza a Varsavia all'insegna della svastica nazista. Tanto che perfino un cattolico moderato quale Lech Walesa ha avuto parole forti: "Questo è fascismo".
Tardive nei tempi e burocratiche nella sostanza le reazioni europee a queste gravi deviazioni dai principi fondanti dell'Unione. Parlamento e Commissione hanno scelto la via giudiziaria con contestazioni di fronte alla Corte dell'Unione fidando nel fatto che la lunghezza delle procedure aiutasse a sciogliere i nodi del contrasto. Così non è stato. A questo punto Strasburgo e Bruxelles l'hanno buttata sul portafoglio. Visto che al prossimo bilancio Ue è collegato anche il gigantesco piano di finanziamenti per la crisi Covid con cospicui benefici anche per Polonia e Ungheria, si è stabilito di porre il rispetto dello Stato di diritto fra le condizioni d'accesso agli aiuti. Una mossa da mercato delle indulgenze alla quale però la risposta è stata: a bottegaio, bottegaio e mezzo.
Ovvero un no ribadito che mette in chiaro il punto cruciale: non si risolve per via economica un contrasto essenzialmente politico.
Nel corpo della Ue ci sono due neoplasie gravi da rimuovere prima che producano rovinose metastasi altrove. Per uno stravagante gioco del caso ora accade che l'iniziativa di dipanare questa intricata matassa fra concreti interessi economici e ancor più corpose questioni di principio tocchi alla Germania di Angela Merkel. Dunque, lo stesso Paese e la stessa cancelliera che oggi gestiscono la presidenza semestrale dell'Unione e in passato sono stati fra i più restii nel muoversi sui dossier ungherese e polacco. Al punto da schierarsi per la sospensione anziché l'espulsione di Orbán dal Partito popolare europeo chiesta da altri gruppi moderati.
Non sono precedenti rassicuranti perché denotano in Merkel una pronunciata tendenza nei passaggi difficili a seguire il celebre "troncare e sopire" manzoniano che può far superare la crisi del momento ma peggiora i termini della resa dei conti finale. Come si sta già vedendo per gli accordi della stessa Merkel con il Mussolini di Ankara in tema di migranti. Perseverare...
In Ungheria, passo dopo passo, il regime orbaniano ha privato i cittadini di libertà fondamentali come il pluralismo dell'informazione e dell'istruzione, ha ristretto gli spazi di agibilità politica delle forze di opposizione, da ultimo tentando di dare dignità istituzionale a questa svolta autoritaria con la grottesca e indecente trovata della "democrazia illiberale". Definizione che ha subito raccolto il plauso di Vladimir Putin.
In Polonia si è operato con minore baldanza verbale ma segando comunque le basi essenziali della democrazia con misure che hanno riportato la magistratura alla mercé del potere politico instaurando nel Paese un clima di regressione liberticida che è culminato con manifestazioni di piazza a Varsavia all'insegna della svastica nazista. Tanto che perfino un cattolico moderato quale Lech Walesa ha avuto parole forti: "Questo è fascismo".
Tardive nei tempi e burocratiche nella sostanza le reazioni europee a queste gravi deviazioni dai principi fondanti dell'Unione. Parlamento e Commissione hanno scelto la via giudiziaria con contestazioni di fronte alla Corte dell'Unione fidando nel fatto che la lunghezza delle procedure aiutasse a sciogliere i nodi del contrasto. Così non è stato. A questo punto Strasburgo e Bruxelles l'hanno buttata sul portafoglio. Visto che al prossimo bilancio Ue è collegato anche il gigantesco piano di finanziamenti per la crisi Covid con cospicui benefici anche per Polonia e Ungheria, si è stabilito di porre il rispetto dello Stato di diritto fra le condizioni d'accesso agli aiuti. Una mossa da mercato delle indulgenze alla quale però la risposta è stata: a bottegaio, bottegaio e mezzo.
Ovvero un no ribadito che mette in chiaro il punto cruciale: non si risolve per via economica un contrasto essenzialmente politico.
Nel corpo della Ue ci sono due neoplasie gravi da rimuovere prima che producano rovinose metastasi altrove. Per uno stravagante gioco del caso ora accade che l'iniziativa di dipanare questa intricata matassa fra concreti interessi economici e ancor più corpose questioni di principio tocchi alla Germania di Angela Merkel. Dunque, lo stesso Paese e la stessa cancelliera che oggi gestiscono la presidenza semestrale dell'Unione e in passato sono stati fra i più restii nel muoversi sui dossier ungherese e polacco. Al punto da schierarsi per la sospensione anziché l'espulsione di Orbán dal Partito popolare europeo chiesta da altri gruppi moderati.
Non sono precedenti rassicuranti perché denotano in Merkel una pronunciata tendenza nei passaggi difficili a seguire il celebre "troncare e sopire" manzoniano che può far superare la crisi del momento ma peggiora i termini della resa dei conti finale. Come si sta già vedendo per gli accordi della stessa Merkel con il Mussolini di Ankara in tema di migranti. Perseverare...