✕
(ansa)

Sinistra e giustizia sociale

2 minuti di lettura
Il confronto patrocinato dalla Fondazione Italianieuropei diretta da Massimo D’Alema per riflettere teoricamente sui diversi modi di intendere la sinistra suscita diverse suggestioni. Ne indico due. Forse la questione più urgente oggi non è quella teorica. La questione urgente è realizzare fatti concreti che assicurino il godimento di diritti sociali ai ceti che vivono in condizioni di difficoltà. Con il rischio di esser banali, si potrebbe dire che il problema urgente oggi non è la teoria, ma la prassi, agire per conseguire obbiettivi.

Se una parte del popolo “di sinistra” vota a destra, il problema non è teorico; e se la maggiore forza di sinistra ha più consensi nei centri agiati che nelle periferie disagiate, il problema continua a non essere teorico. E se non si è fatto per i ceti disagiati quello che si poteva e doveva fare, ancora una volta la teoria non c’entra e se c’entrasse sarebbe ancora…
Il confronto patrocinato dalla Fondazione Italianieuropei diretta da Massimo D’Alema per riflettere teoricamente sui diversi modi di intendere la sinistra suscita diverse suggestioni. Ne indico due. Forse la questione più urgente oggi non è quella teorica. La questione urgente è realizzare fatti concreti che assicurino il godimento di diritti sociali ai ceti che vivono in condizioni di difficoltà. Con il rischio di esser banali, si potrebbe dire che il problema urgente oggi non è la teoria, ma la prassi, agire per conseguire obbiettivi.

Se una parte del popolo “di sinistra” vota a destra, il problema non è teorico; e se la maggiore forza di sinistra ha più consensi nei centri agiati che nelle periferie disagiate, il problema continua a non essere teorico. E se non si è fatto per i ceti disagiati quello che si poteva e doveva fare, ancora una volta la teoria non c’entra e se c’entrasse sarebbe ancora più grave perché significherebbe che la sinistra ha smarrito la ragione per cui sta al mondo.

Governare è difficile sempre, oggi più di ieri. Tuttavia occorrerebbe che anche i ceti più deboli vedessero impegni e risposte per i loro bisogni più urgenti e si sentissero perciò rappresentati dalla sinistra. Oggi non vedono né impegni né risposte; probabilmente ci sono, ma non sono visibili agli occhi di chi aspetta. In definitiva questi confronti sarebbero più produttivi in un contesto nel quale fossero visibili le prassi, i comportamenti, i risultati riconducibili ai principi di emancipazione dei deboli.
Non ignoro, peraltro, che esistono anche questioni di portata teorica. Mi chiedo, anche per svecchiare il dibattito, se si possa guardare da un altro punto di vista questo tipo di problemi. Il campo della democrazia prima che tra sinistra e destra, si divide tra repubblicani e liberali. Il repubblicanesimo ha una storia antica, che nasce con la critica al potere assoluto. Nella concezione repubblicana il cittadino partecipa alla vita della comunità, la res publica. Questa partecipazione, per essere virtuosa, dev’essere strettamente legata all’adempimento di doveri civici: impegnarsi per il progresso della comunità; essere solidali; coniugare uguaglianza e merito; rispettare leggi e istituzioni; regolare il conflitto politico; fare della Repubblica la leva per il progresso civile di tutti, come impone il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, fortemente voluto in Assemblea Costituente dalle forze di sinistra.

La concezione repubblicana ha al centro la comunità e l’indissolubile intreccio tra doveri e diritti ed è quindi una concezione che sta prevalentemente a sinistra, ben lontano dal conservatorismo dei repubblicani americani.

Il liberalismo ha una diversa idea della democrazia. Per il liberalismo la libertà è assenza di interferenze nella vita privata; è essenzialmente libertà da; il cittadino è colui che difende gelosamente i propri diritti. Conseguentemente il liberalismo non si pone il problema della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica; pone i diritti, non i doveri, al centro della propria visione del mondo; ha una visione critica della politica, puramente difensiva rispetto al proprio spazio privato.

Il liberalismo sta prevalentemente a destra. Se le cose stanno così, non sarebbe utile dare all’Italia un grande partito repubblicano? Non una riedizione del partito di Ugo La Malfa che era una nobile forza elitaria di centro. Ma un partito popolare nella tradizione democratica italiana, che si ispiri ai valori della Cosa pubblica, per rompere steccati, rinvigorire i grandi valori democratici della Costituzione, ricostruire il senso dei doveri civili e della giustizia sociale, l’orgoglio dell’appartenenza nazionale, il significato del nostro stare nella Unione Europea.