L'atto di accusa con cui la Procura di Roma chiude cinque anni di indagini dando un nome alle responsabilità del sequestro, delle torture e dell'omicidio di Giulio Regeni è una messa in mora. Non solo della Repubblica araba d'Egitto e dei suoi apparati di sicurezza, i cui ufficiali risponderanno di fronte a una Corte di Assise. Quanto, piuttosto, del nostro governo e del nostro Parlamento. Le 94 pagine con cui il Procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco documentano con rigore il luogo e le circostanze in cui Giulio è stato per nove giorni seviziato con tormenti disumani prima di essere finito, nonché i depistaggi costruiti dal Cairo per ostacolare la ricerca della verità, non consentono infatti acrobazie logiche o lessicali. Né tartufismi. La nostra magistratura indica infatti in una struttura di Stato della Repubblica araba d'Egitto - l'ufficio numero 13 della palazzina di Lazoughly, ministero dell…
L'atto di accusa con cui la Procura di Roma chiude cinque anni di indagini dando un nome alle responsabilità del sequestro, delle torture e dell'omicidio di Giulio Regeni è una messa in mora. Non solo della Repubblica araba d'Egitto e dei suoi apparati di sicurezza, i cui ufficiali risponderanno di fronte a una Corte di Assise. Quanto, piuttosto, del nostro governo e del nostro Parlamento. Le 94 pagine con cui il Procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco documentano con rigore il luogo e le circostanze in cui Giulio è stato per nove giorni seviziato con tormenti disumani prima di essere finito, nonché i depistaggi costruiti dal Cairo per ostacolare la ricerca della verità, non consentono infatti acrobazie logiche o lessicali. Né tartufismi. La nostra magistratura indica infatti in una struttura di Stato della Repubblica araba d'Egitto - l'ufficio numero 13 della palazzina di Lazoughly, ministero dell'Interno - il luogo dell'orrore. E in ufficiali in uniforme di Stato della National security, il servizio segreto, i carnefici. Questo non lascia spazio a molte alternative sul piano politico e diplomatico. A meno di non voler pensare che un futuro processo penale, che giudica responsabilità individuali, debba impropriamente assumere su di sé una funzione che non ha e non può avere.
Il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno il dovere di spiegare innanzitutto al Paese, prima ancora che alla famiglia Regeni, con la trasparenza e il coraggio che un passo di questo genere richiede, e che per troppo tempo è stato rinviato con l'alibi di un accertamento giudiziario ancora in corso, quali decisioni sovrane il nostro governo intende a questo punto assumere e per quali ragioni. Quali che siano. L'alternativa è secca. Fare propri gli argomenti del Presidente francese Emmanuel Macron che, nei giorni scorsi, a Parigi, appuntando sul petto del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi la legione d'onore, ha spiegato come il mancato rispetto dei diritti umani da parte della Repubblica araba d'Egitto non possa e non debba essere ostacolo all'amicizia, agli interessi economici e geo-strategici tra i due Paesi, che valgono più di uno, dieci, cento o mille abusi. O, al contrario, rispondere politicamente, economicamente, all'offesa egiziana con gli strumenti che la diplomazia contempla. Che sono diversi. Diversamente graduabili. E che, ancora ieri, la famiglia Regeni e lo stesso presidente della Camera Roberto Fico hanno sollecitato.
L'unica strada che a Conte e Di Maio e, con loro, al timidissimo Pd, non è concessa è il silenzio, o tergiversare. Non basta dire - come pure giustamente hanno fatto le deputate Lia Quartapelle e Debora Serracchiani - che le "Istituzioni repubblicane saranno determinate nella ricerca della verità". E non basta perché questa è solo una parte del modo in cui un Paese democratico esercita la propria sovranità. Né può essere un alibi, come ha chiosato ieri Fico, la circostanza che la visita di Al Sisi a Parigi rappresenti "la debolezza europea su questioni importanti". Dove le "questioni importanti" sono il rispetto dei diritti umani. Conditio sine qua non che l'Europa ha posto, per dire, come precondizione ai propri Stati membri, per l'accesso ai fondi che ricostruiranno l'Europa post-Covid.
Di Maio non può pensare che sia sufficiente chiedere - come pure ha fatto ieri - "un chiaro cambio di passo al Cairo". Non fosse altro perché la richiesta era già stata avanzata un anno fa. Senza esito. A maggior ragione, in un frangente in cui i "moniti" italiani in politica estera hanno il peso di una piuma. Come dimostra il caso dei nostri pescatori che continuano a essere sequestrati in Libia. Insomma, il premier non può continuare ad evitare il nodo gordiano che l'omicidio Regeni offre: quale posto debba avere nell'agenda di una democrazia occidentale il rispetto dei diritti umani. E, dunque, quale debba essere il prezzo che si è pronti a pagare e a far pagare a quegli Stati che non li rispettano. Sarebbe un'occasione straordinaria per dimostrare che il desiderio e l'auspicio di una "politica alta" non sono fuffa rivogata in ogni intervista da una classe dirigente debole, incerta a tutto e dunque, drammaticamente, pronta a tutto. Vogliamo pensare che questo possa accadere. Che la costruzione della "next generation Eu" passi non solo dalle modalità di composizione della cabina di regia del Recovery plan e dalla riforma del Mes. Ma da una risposta chiara alle migliaia di ragazze e ragazzi europei che, come Giulio, si sentono cittadini di un mondo che non hanno perso la speranza di cambiare.