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(agf)

Dove porta la sfida di Renzi

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Il futuro di Conte dopo la battaglia sul Mes e le modifiche al decreto di Natale
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Il via libera del premier agli spostamenti natalizi tra comuni limitrofi è il primo frutto concreto della battaglia parlamentare dell'altroieri sul Mes. Una giornata che, al di là dell'esito scontato sulla riforma del fondo salva-Stati, ha fatto slittare vistosamente gli equilibri nella maggioranza e nel governo. Da quel giorno Giuseppe Conte è un po' meno forte e il suo futuro si è fatto un po' più incerto. La sfida lanciata in aula da Matteo Renzi stavolta sembra qualcosa di diverso dal solito ultimatum che diventa un penultimatum nel giro di ore. Il leader di Italia Viva si mostra più determinato e molti indizi lasciano credere che non finirà come lo scorso maggio quando, dopo tanto gridare, alla fine Renzi salvò l'odiato ministro Bonafede dalle mozioni di sfiducia delle opposizioni. Molto è cambiato da allora. Conte non è più protetto da quei sondaggi stellari che, oggettivamente, rend…

Il via libera del premier agli spostamenti natalizi tra comuni limitrofi è il primo frutto concreto della battaglia parlamentare dell'altroieri sul Mes. Una giornata che, al di là dell'esito scontato sulla riforma del fondo salva-Stati, ha fatto slittare vistosamente gli equilibri nella maggioranza e nel governo. Da quel giorno Giuseppe Conte è un po' meno forte e il suo futuro si è fatto un po' più incerto. La sfida lanciata in aula da Matteo Renzi stavolta sembra qualcosa di diverso dal solito ultimatum che diventa un penultimatum nel giro di ore. Il leader di Italia Viva si mostra più determinato e molti indizi lasciano credere che non finirà come lo scorso maggio quando, dopo tanto gridare, alla fine Renzi salvò l'odiato ministro Bonafede dalle mozioni di sfiducia delle opposizioni. Molto è cambiato da allora. Conte non è più protetto da quei sondaggi stellari che, oggettivamente, rendevano velleitario ogni tentativo di scalzarlo. Ma soprattutto al premier sta venendo meno la sponda fin qui offerta dal Partito democratico, che non ha più timore di uscire allo scoperto segnalando le cose che non vanno nella gestione solitaria del capo del governo. Basta leggere oggi l'intervista al vicesegretario Orlando a pagina 8 per capire di cosa stiamo parlando. Anche Renzi in fondo non ha più niente da perdere, visto che le Regionali hanno stabilito il suo peso elettorale ed è soltanto in Parlamento che l'ex presidente del Consiglio può far valere tutta la forza residua che gli deriva dalla pattuglia di senatori fedeli.

È interessante a questo punto una lettura comparata dei due esperimenti politici che sono fioriti nei Paesi latini dell'Ue: la Spagna e l'Italia. A Madrid nasceva un anno fa il primo governo di coalizione tra la vecchia sinistra del Psoe e gli euro-chàvisti di Podemos, una alleanza precaria tra diversi, molto simile a quella Pd-Leu-M5S. La scorsa settimana un pimpante Pedro Sanchez ha ottenuto il sì alla Finanziaria, ha davanti un orizzonte di stabilità per gestire l'avvio del Recovery, è riuscito a incassare anche il sostegno degli indipendentisti. Sull'altra sponda del Mediterraneo, Conte sembra invece arrancare ogni giorno tra i colpi bassi degli alleati e lo scetticismo crescente della sua stessa coalizione. E, al contrario di Sanchez, non è riuscito nell'operazione di puntellare la maggioranza con un sostegno esterno, anzi ha sospinto nuovamente Berlusconi nelle braccia di Salvini. Avrebbe potuto fare di più? Probabilmente sì, a partire dall'accettare una logica di condivisione maggiore sulla legge di bilancio, come gli chiedeva Renato Brunetta. Ma non l'ha fatto.

Come si vede, le traiettorie dei due premier, iniziate su rette parallele, hanno finito per divaricarsi. Sanchez oggi può dormire sonni tranquilli, visto che per buttarlo giù servirebbe un altro governo fatto e finito (si chiama sfiducia costruttiva, non sarebbe male copiarla anche da noi), Conte al contrario deve guardarsi le spalle continuamente. Può anche darsi che, in capo a qualche giorno, Renzi accetti di venire a più miti consigli e incassi un cambiamento sia sulla cabina di regia sia sulle poste del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Eppure l'appuntamento con il destino sembra soltanto rimandato a dopo l'approvazione della legge Finanziaria. Tra l'altro ieri è venuta meno anche la barriera psicologica alla crisi di governo, ovvero la possibilità che l'Italia - senza Mes e senza i soldi del Recovery - finisca preda dei mercati. Christine Lagarde, la presidente della Bce, ha caricato un nuovo bazooka da 500 miliardi di euro di acquisti di debito, che portano il programma per l'emergenza pandemica, il Pepp, a ben 1.850 miliardi di euro, più del Pil italiano. Un'ondata di liquidità a gratis o quasi per le banche, che dovrebbero sostenere le imprese in difficoltà. Per l'Italia si calcola che la manna valga circa 80 miliardi di euro, praticamente il doppio della legge di Bilancio 2020. A prima vista si tratta di una bella boccata di ossigeno per il governo, ma offre un'opportunità anche a chi pensa che, in fondo, un paio di settimane di fibrillazione politica - consultazioni al Quirinale, formazione di un nuovo governo - non facciano poi tutto questo danno al Paese. Un ministro non renziano ieri dava per certa l'apertura di una crisi a gennaio, con la nomina di due vicepremier e l'arrivo di un'autorità delegata sui Servizi segreti per sottrarre al premier il controllo diretto sull'intelligence. E Conte? "Farà buon viso a cattivo gioco, ormai ha imparato le regole".