Nonostante le apparenze, non sono molte le analogie tra la cosiddetta Prima Repubblica e lo scenario nel quale siamo calati adesso; non fosse altro per la qualità della classe politica, migliore anni fa sia al governo sia all’opposizione. E nonostante le comprensibili ironie sui rituali che si ripetono, nemmeno la “verifica” del governo Conte — un rapido giro di colloqui con i capi dei partiti — assomiglia ai vertici di un tempo. Allora lo scontro politico era drammatico tra una fase e l’altra della vicenda nazionale (per esempio nel passaggio dal centrismo esausto al centrosinistra).
Ma nei periodi ordinari i vertici tra i capi politici della coalizione raramente venivano a capo dei dissapori né bastavano a puntellare il governo scricchiolante. Servivano per lo più a emettere un comunicato lattemiele di ipocrita concordia: una sorta di indizio definitivo da cui i giornalisti capivano che la crisi si sarebbe aperta di lì…
Nonostante le apparenze, non sono molte le analogie tra la cosiddetta Prima Repubblica e lo scenario nel quale siamo calati adesso; non fosse altro per la qualità della classe politica, migliore anni fa sia al governo sia all’opposizione. E nonostante le comprensibili ironie sui rituali che si ripetono, nemmeno la “verifica” del governo Conte — un rapido giro di colloqui con i capi dei partiti — assomiglia ai vertici di un tempo. Allora lo scontro politico era drammatico tra una fase e l’altra della vicenda nazionale (per esempio nel passaggio dal centrismo esausto al centrosinistra).
Ma nei periodi ordinari i vertici tra i capi politici della coalizione raramente venivano a capo dei dissapori né bastavano a puntellare il governo scricchiolante. Servivano per lo più a emettere un comunicato lattemiele di ipocrita concordia: una sorta di indizio definitivo da cui i giornalisti capivano che la crisi si sarebbe aperta di lì a poco con le dimissioni del premier pro tempore nelle mani del capo dello Stato. Di solito, peraltro, i rapporti si ricomponevano poi abbastanza in fretta attraverso un riassetto e un ricambio di ministri, spesso ma non sempre con un diverso premier. Questo accadeva perché il sistema aveva una stabilità di fondo capace di assorbire le tensioni.
Ora è tutto diverso. Le crisi vengono soffocate finché è possibile e il governo appare come ingessato; i conflitti si consumano all’interno, in forme paralizzanti, ma evitano le dimissioni del presidente del Consiglio perché nessuno sa bene cosa può succedere dopo. Del resto, il centro di gravità si è spostato: adesso tende a essere a Bruxelles, sede della Commissione europea, che non è ancora un governo sovranazionale ma a tratti gli somiglia. Di conseguenza le beghe domestiche sono meno centrali e cruciali nel gioco del potere.
In altri tempi Conte avrebbe già rimesso il mandato al presidente della Repubblica perché la crisi del suo governo è nei fatti. Ma oggi, in piena emergenza sanitaria e all’interno di un quadro sfilacciato, tutto diventa più difficile. Il malessere è diffuso e Renzi ha dato voce con più vigore a uno scontento generale. Tuttavia il Pd, che condivide la diagnosi dei renziani su ritardi e inadempienze del governo — è in buona misura anche la sua — poi si ferma sull’orlo dell’abisso che significa, appunto, dimissioni di Conte e ingresso nella zona grigia in cui cercare un nuovo governo e una maggioranza in parte diversa: impresa al momento irrealistica.
In poche parole, i problemi posti da Italia Viva — dalla gestione del Recovery al controllo degli apparti di sicurezza — sono reali e non si risolvono offrendo un paio di poltrone ministeriali ai reprobi. Questa volta Renzi non può permettersi di indicare i buchi neri dell’agenda di governo per poi ritrarsi sotto la tenda.
La “piccola verifica” di queste ore non è decisiva per le sorti di Conte, ma lo è per la credibilità del senatore di Scandicci. Di certo, egli non potrà ripetere gli errori commessi in Parlamento nel caso Spadafora. Il problema è che nessuno, neanche Renzi, può favorire a cuor leggero la caduta del governo tra qualche settimana, dopo il bilancio. Non siamo appunto nella Prima Repubblica. Oggi ogni mossa è senza paracadute perché il sistema è sconnesso. E un’alternativa all’attuale maggioranza non c’è. Si può costruirla, forse, ma è compito complesso a cui dedicarsi con discrezione, al di fuori della scenografia dei talk show.