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La terza era di Internet

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I limiti che l'Europa impone alle multinazionali Big Tech
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La prima era di Internet, quella pionieristica, è iniziata nell’ottobre 1969, con il collegamento fra i computer di quattro università americane su una rete costruita con i fondi di un’agenzia del Pentagono; ed è finita nell’aprile 1993 quando il Cern di Ginevra accettò di pubblicare gratuitamente per tutti la tecnologia sviluppata dal fisico inglese Tim Berners Lee: il world wide web.

Quel momento segnò l’inizio della seconda era, quella della startup digitali, le dot.com: prima Apple e Microsoft, che già erano nate ma hanno preso il volo solo allora; poi Amazon e Google, passate in un decennio da un garage a Wall Street; infine Facebook. La terza era probabilmente è iniziata ieri con la presentazione da parte della Commissione europea di due atti che, se approvati, cambieranno Internet come lo conosciamo: il Digital Services Act e il Digital Market Act. Un paio di settimane fa, parlando a una platea di giovani…
La prima era di Internet, quella pionieristica, è iniziata nell’ottobre 1969, con il collegamento fra i computer di quattro università americane su una rete costruita con i fondi di un’agenzia del Pentagono; ed è finita nell’aprile 1993 quando il Cern di Ginevra accettò di pubblicare gratuitamente per tutti la tecnologia sviluppata dal fisico inglese Tim Berners Lee: il world wide web.

Quel momento segnò l’inizio della seconda era, quella della startup digitali, le dot.com: prima Apple e Microsoft, che già erano nate ma hanno preso il volo solo allora; poi Amazon e Google, passate in un decennio da un garage a Wall Street; infine Facebook. La terza era probabilmente è iniziata ieri con la presentazione da parte della Commissione europea di due atti che, se approvati, cambieranno Internet come lo conosciamo: il Digital Services Act e il Digital Market Act. Un paio di settimane fa, parlando a una platea di giovani innovatori, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen li ha spiegati così: «Il digitale finalmente finirà di essere un mondo a parte, varranno ovunque le stesse regole». Se una cosa è vietata, lo sarà anche sul web.

Con il Dsa infatti le grandi piattaforme diventano più responsabili dei contenuti che ospitano e che gli utenti postano: si tratta di un principio fondamentale e delicato perché se attuato male porta dritto ad una censura preventiva, ovvero alla fine della libertà di espressione in rete. In realtà la Commissione sta bene attenta a non pretendere che le piattaforme controllino prima tutti i post e i video ma afferma l’obbligo di rimuovere dopo i contenuti che un Paese dovesse ritenere illegali. Inoltre stabilisce il principio del know your business customer, conosci il tuo cliente, per cui se vendi o raccomandi il prodotto di qualcuno devi conoscerlo.

Il Dma invece affronta la questione del mercato e della concorrenza creando una figura nuova, il gatekeeper, ovvero la piattaforma che, pur non essendo dominante, ha comunque un ruolo essenziale per chi voglia offrire un servizio ai propri clienti (si pensi all’Apple Store che controlla circa il 25 per cento del mercato). Ebbene i gatekeeper non potranno favorire i propri prodotti rispetto a quelli dei concorrenti e non potranno usare i dati che raccolgono per realizzare prodotti esclusivi; dovranno scegliere se rinunciare ad usare quei dati o condividerli con i concorrenti. Per Google, Amazon e Facebook cambia tutto. Chi infrange queste regole rischia una multa che può arrivare al 10 per cento del fatturato.

Adesso che succede? I due atti non sono destinati a diventare direttive e quindi ad essere approvati dai ventisette parlamenti con tempi lunghissimi; bensì regolamenti, proprio come il regolamento che ha modificato radicalmente il trattamento dei dati personali dal 2018 (il Gdpr) e che ieri è costato a Twitter la prima multa di oltre 500 mila euro (simbolica, è vero, ma molto significativa).

Il varo del Dsa (più agevole sulla carta) e del Dma (più controverso) avverrà al termine di un dibattito, di fatto parallelo e simultaneo, fra Parlamento e Consiglio: cioè spetta agli eletti e agli Stati membri entrare nel merito delle singole norme e approvarne la versione finale dopo un dibattito approfondito che terminerà probabilmente alla fine del prossimo anno o all’inizio del 2022. Non sarà facile: le prime reazioni delle aziende di Silicon Valley, attraverso l’associazione che le rappresenta, sono state dure. Facile immaginare che seguirà una poderosa attività di lobby con il tentativo di mobilitazione degli utenti in difesa della “libertà della rete” (per Bruxelles, “dei loro profitti”).

Ma è un film già visto ogni volta che l’Unione Europea ha provato a fissare regole nel digitale (la net neutrality, il copyright, la privacy) si è tentato di allungare i tempi. In questo caso però sullo spirito delle norme sembra esserci un consenso ampio. Non solo all’interno dell’Unione. Con singolare tempismo ieri il governo del Regno Unito ha proposto di varare norme molto simili sull’obbligo delle piattaforme di rimuovere contenuti illegali. E negli Stati Uniti il dibattito è molto avanti: sul tema della posizione dominante di molte grandi aziende, sono in calendario o stanno per partire azioni antitrust circostanziate che teoricamente potrebbero portare a risultati clamorosi come separare Facebook da Whatsapp e Instagram.

Sull’altro tema, il presidente uscente Trump ha provato fino all’ultimo a far cancellare la norma che esclude la responsabilità delle piattaforme per i contenuti postati dagli utenti (la Section 230 del Communication Decency Act del 1996); e anche il presidente eletto Joe Biden mesi fa si era detto favorevole ad una revisione netta di quei principi. Come detto, è una materia da maneggiare con cura, perché c’è in gioco la libertà di espressione sul digitale, ma la mediazione proposta dalla Commissione europea sembra convincente anche per i paladini dei diritti digitali rappresentati dalla Electronic Frontier Foundation che hanno diramato una nota per dire che il Dsa «ha ragione su molti aspetti ma va migliorato». La terza era sta cominciando.