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(ansa)

Leader deboli, partiti deboli

La verifica di governo e i vertici di maggioranza. Com’è cambiato il segno del comando  
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È colpa nostra. Dovremmo smetterla di chiamare Premier il presidente del Consiglio, o Governatori i presidenti delle Giunte regionali. Perché poi loro ci credono, gonfiano i bicipiti, serrano i pugni e la mascella. Ma siamo in Italia, non in Inghilterra, non negli Usa. Le nostre istituzioni non disegnano né un premierato né un sistema di tipo presidenziale. Almeno sulla carta, almeno a leggere le norme scritte nella Carta costituzionale. I comportamenti politici, viceversa, sono spesso di tutt'altro stampo. Di conseguenza, alla Costituzione formale si contrappone una presunta Costituzione materiale. E questo divario tra il diritto e il fatto genera tossine, offusca il sentimento della legalità, rende perennemente instabili i rapporti fra i partiti. Fino a provocare (o minacciare) una crisi di governo, ieri con i pieni poteri chiesti da Salvini, oggi con i superpoteri rinfacciati a Conte.

Ma in Italia il presidente del Consiglio non è un c…
È colpa nostra. Dovremmo smetterla di chiamare Premier il presidente del Consiglio, o Governatori i presidenti delle Giunte regionali. Perché poi loro ci credono, gonfiano i bicipiti, serrano i pugni e la mascella. Ma siamo in Italia, non in Inghilterra, non negli Usa. Le nostre istituzioni non disegnano né un premierato né un sistema di tipo presidenziale. Almeno sulla carta, almeno a leggere le norme scritte nella Carta costituzionale. I comportamenti politici, viceversa, sono spesso di tutt'altro stampo. Di conseguenza, alla Costituzione formale si contrappone una presunta Costituzione materiale. E questo divario tra il diritto e il fatto genera tossine, offusca il sentimento della legalità, rende perennemente instabili i rapporti fra i partiti. Fino a provocare (o minacciare) una crisi di governo, ieri con i pieni poteri chiesti da Salvini, oggi con i superpoteri rinfacciati a Conte.

Ma in Italia il presidente del Consiglio non è un capo né un ducetto. Non ordina ai ministri, li coordina (articolo 95 della Costituzione). Dunque non ha il potere di sovrapporre la propria volontà a quella dei responsabili dei vari dicasteri. E non può licenziarli, senza una mozione di sfiducia individuale votata dalle Camere. Anzi: di fatto non può nemmeno sceglierli. Sia nel Conte I, sia nel Conte II, sono stati i partiti a indicare la squadra di governo. Lui se ne è fatto portavoce, giacché in caso contrario il suo esecutivo sarebbe morto in culla. D'altronde lo scarso peso del presidente del Consiglio si desume anche dall'elemento più pesante: i quattrini. Il suo incarico viene retribuito con 80 mila euro netti l'anno (circa 6700 al mese), dunque sotto la soglia massima fissata per le cariche pubbliche, e ben al di sotto d'altri suoi colleghi (in Germania il Cancelliere riceve 351 mila euro, in Australia il Presidente incassa 527 mila dollari).

Sennonché il comando non dipende mai dai suoi segni esteriori. Soprattutto in Italia, dov'è nata la commedia dell'arte. Dipende dalla forza politica che sa esprimere ciascun presidente, e questa forza dipende dal sistema dei partiti. Se c'è un partito egemone, se a palazzo Chigi siede il leader di quello stesso partito, il suo potere si moltiplica, rompe gli argini codificati. Nel 1951 De Gasperi impose Pella al ministero del Tesoro, benché il gruppo parlamentare democristiano l'avesse messo all'indice. Analoghi episodi si sono ripetuti, nei decenni successivi, con i governi Spadolini e Craxi, non a caso entrambi segretari di partito. Senza dire di Berlusconi, che ai suoi tempi d'oro doveva fare i conti solamente con se stesso. Invece Prodi no, lui governava un caravanserraglio di 11 partiti, ciascuno decisivo per la sopravvivenza del suo gabinetto. Ed era un senzapartito, tal quale Conte. Sicché trascorreva le giornate mediando, cucendo, negoziando. Che è poi il mestiere del presidente del Consiglio, a leggere in controluce la nostra storia nazionale.

Ma in generale questa storia si misura in tre tempi. Durante la prima Repubblica abbiamo sperimentato leader deboli con partiti forti. Il faccione del presidente del Consiglio non contava, e infatti ogni esecutivo veniva sostituito dopo pochi mesi così come si cambia una cravatta (47 governi in 45 anni), senza però mutare la coalizione di governo. Poi, nella seconda Repubblica, ci è toccata in sorte l'esperienza inversa: leader forti con partiti deboli. È l'epoca del maggioritario, quando i partiti si svuotano d'iscritti, diventando un'appendice personale del Gran Capo. E adesso? Ci troviamo nella seconda Repubblica e mezzo, mettiamola così: leader deboli con partiti deboli. Ma nel frattempo si è scatenata una pandemia globale, che alle nostre latitudini viene fronteggiata dai dpcm e dalle task force al servizio del presidente del Consiglio. Ovvio che i partiti (o ciò che ne rimane) manifestino il proprio malumore. Tuttavia sono troppo esangui per rovesciare il carro. Da qui lo stato delle nostre istituzioni: sospese fra prepotenze e reciproche impotenze.