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(ansa)

Una politica piccola piccola

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Dietro l'attuale fase di crisi politica ci sono cause sistemiche per individuare le quali si deve sfatare la narrazione che sia in corso una lotta per la libertà contro chi chiede "pieni poteri", ovvero che sia in atto il conflitto fra le tre "P" - politica, Parlamento, partiti - e le derive tecnocratiche autoritarie del presidente del Consiglio. Non è certo da oggi che il legislativo è bypassato dall'esecutivo: è un trend che ha molto a che fare con la crisi dei partiti, almeno trentennale. E, inoltre, la tecnica in quanto tale non è un avversario della politica: quando lo è, è anch'essa una politica.
La tendenza alla concentrazione della decisione in un vertice che nella sostanza scavalca non solo il Parlamento ma a volte anche i ministri nasce proprio dal fatto che questi risentono della debolezza dei partiti di cui sono l'espressione. La politica ha orrore del vuoto: è naturale che il presi…
Dietro l'attuale fase di crisi politica ci sono cause sistemiche per individuare le quali si deve sfatare la narrazione che sia in corso una lotta per la libertà contro chi chiede "pieni poteri", ovvero che sia in atto il conflitto fra le tre "P" - politica, Parlamento, partiti - e le derive tecnocratiche autoritarie del presidente del Consiglio. Non è certo da oggi che il legislativo è bypassato dall'esecutivo: è un trend che ha molto a che fare con la crisi dei partiti, almeno trentennale. E, inoltre, la tecnica in quanto tale non è un avversario della politica: quando lo è, è anch'essa una politica.
La tendenza alla concentrazione della decisione in un vertice che nella sostanza scavalca non solo il Parlamento ma a volte anche i ministri nasce proprio dal fatto che questi risentono della debolezza dei partiti di cui sono l'espressione. La politica ha orrore del vuoto: è naturale che il presidente del Consiglio (che ha un grande ruolo ma non ha un partito) estenda il proprio potere anche a surrogare parzialmente quello, debole, dei partiti; i quali ovviamente reagiscono perché, per quanto deboli nel rapporto con il Paese e con l'Europa, sanno muoversi all'interno del Palazzo. Nella contesa Renzi si distingue sia per la sua consueta spregiudicatezza sia perché rappresenta ad alta voce anche le ragioni di chi, come il Pd, è meno libero di parlare.
Il motivo del contendere - piuttosto precoce, in verità - parrebbe essere l'allocazione delle ingenti risorse del Recovery Fund. Ma in questa lotta ci sono anche spazi di conciliazione: proprio la previsione che i membri della task force che dovrebbe gestire il Recovery Fund abbiano potere "sostitutivo" rispetto ai ministri, in caso di ritardi, potrebbe essere merce di scambio fra Conte e le forze politiche.

Ma dietro questa dinamica c'è un altro problema: il sistema politico è piuttosto rigido, bloccato; e proprio per questo è fragile, non bene in grado di assorbire urti, di adattarsi a circostanze cambiate, a rapporti di forze mutati. Ai tempi della Prima repubblica le crisi di governo avevano la funzione di ri-assestare il quadro politico, e davano vita a una instabilità, spesso solo apparente, sotto la quale c'era una continuità sostanziale dell'azione di governo - oppure a pochi, veri, cambiamenti strategici. L'ossessione della stabilità che ci portiamo dietro dalla Seconda repubblica ci costa invece l'incapacità di gestire politicamente le crisi; è anche così che si generano sia il rafforzamento dei poteri di vertice sia le forti tensioni nella maggioranza, bloccata da paralisi e in preda a sinistri scricchiolii.

Un vincolo sistemico ulteriore - la terza causa delle attuali difficoltà - è la conventio ad excludendum verso la destra, e quindi la volontà di evitare elezioni anticipate. Su ciò puntano Conte e Renzi, il primo convinto della propria sopravvivenza per il baratro che si aprirebbe in caso di crisi, mentre il secondo scommette che per evitarlo il presidente del Consiglio sia disposto a scendere a patti.

Forse la "quadra" si troverà con l'intervento di qualche "responsabile"; o forse si andrà a un "rimpasto" - una vecchia risorsa del Palazzo, che però in questo caso è un tardivo placebo che non cura il blocco della politica. Ma se alla fine la posta in gioco di tutta la fibrillazione fosse l'ingresso di Renzi nel governo, o poco più, allora saremmo davvero di fronte a una tempesta in un bicchier d'acqua, sintomo e risultato finale della debolezza e della fragilità della politica, della sua chiusura a ragioni che non siano la sopravvivenza di ciò che resta dei partiti. La piccola politica si confermerebbe così un grande problema: un macigno sulla via della soluzione degli altri, che incombono.