Sembra solo un gol, invece è la didascalia del nostro tempo. Breve, sminuzzato, sincopato, frettoloso e liquido, effimero e sprintoso. Sei secondi e 76 centesimi: li hai pensati e sono già passati. Correndo come un jet verso la porta del Sassuolo dopo il calcio d’inizio (metri 52,5 è la misura della metà del campo, cioè la freccia puntata verso l’orizzonte), il milanista Leao abbatte una specie di muro del suono: un velocissimo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità. C’è coerenza e modernità in questo record diverso da tutti, in questo primato che può vantarsi della definizione assoluta, quella che recitando “di tutti i tempi” (e proprio di tempo qui si tratta) è come se mettesse in fila tutte le ere della storia universale, tutti i movimenti dell’atleta uomo per farsi prima eretto, poi sempre più perfetto nella sua vertiginosa accelerazione verso il futuro.…
Sembra solo un gol, invece è la didascalia del nostro tempo. Breve, sminuzzato, sincopato, frettoloso e liquido, effimero e sprintoso. Sei secondi e 76 centesimi: li hai pensati e sono già passati. Correndo come un jet verso la porta del Sassuolo dopo il calcio d’inizio (metri 52,5 è la misura della metà del campo, cioè la freccia puntata verso l’orizzonte), il milanista Leao abbatte una specie di muro del suono: un velocissimo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità. C’è coerenza e modernità in questo record diverso da tutti, in questo primato che può vantarsi della definizione assoluta, quella che recitando “di tutti i tempi” (e proprio di tempo qui si tratta) è come se mettesse in fila tutte le ere della storia universale, tutti i movimenti dell’atleta uomo per farsi prima eretto, poi sempre più perfetto nella sua vertiginosa accelerazione verso il futuro.
Ci dicono gli scienziati che un contatto umano inferiore ai 6 secondi non permette al maledetto virus di infilarsi dentro di noi. Ci dicono i pubblicitari che 6 secondi sono la soglia da non varcare mai, per non perdere l’attenzione di chi guarda o ascolta uno spot: dopo quel confine si passa ad altro. Perché siamo nativi non digitali ma accelerati, le cose ci vengono chieste all’ultimo momento (“per quando ti serve?” “per ieri”) e ogni nostra azione è una finestra di windows, ogni nostro gesto è come il tocco sullo schermo per cambiare pagina, immagine, suggestione. In questa vita cliccata, basta un istante per attivare il link che ne porterà un altro e poi un altro ancora. Se il tempo è denaro, non importa non sapere come spenderlo dopo, quello che conta è accumularlo come i dobloni nel forziere di zio Paperone. Ci facciamo il bagno dentro.
La Virgin ha appena inaugurato un treno supersonico in tubi a bassa pressione, capace di percorrere 500 metri in 6 secondi e un quarto, nel deserto del Nevada: chissà cosa accadrebbe se ci salisse Leao, forse è il caso di farlo diventare il treno ufficiale del Milan. Il mito dell’alta velocità non vale solo per i trasporti ma per il pensiero, per il comportamento, siamo fast anche se dal profondo ci sale un intenso bisogno di slow. La nostra attenzione s’è perduta, un classico da leggere fa paura, meglio Instagram o Twitter dove scriviamo compulsivamente qualunque cosa, magari ci pensassimo almeno 6 secondi prima di schiacciare l’invio. Anche nelle relazioni con gli altri ormai si rischia grosso: e se la rapidità fosse superficialità? Non parliamo poi degli affetti, lì il fast food uccide più che a tavola.
La noia ci bracca, ci incalza, è sempre molto più veloce di noi, eppure siamo stati immersi fino al collo nel 2020 del tempo immobile e dell’isolamento forzato: barcolliamo anche perché non siamo più abituati a prenderci il nostro tempo, e in teoria non esiste un bene più prezioso. Parcheggiamo le nostre vite in doppia fila con le quattro luci lampeggianti, tanto tra un attimo saremo altrove. Corriamo sempre, ma per andare dove? Leao, almeno, ha fatto gol.
Ci dicono gli scienziati che un contatto umano inferiore ai 6 secondi non permette al maledetto virus di infilarsi dentro di noi. Ci dicono i pubblicitari che 6 secondi sono la soglia da non varcare mai, per non perdere l’attenzione di chi guarda o ascolta uno spot: dopo quel confine si passa ad altro. Perché siamo nativi non digitali ma accelerati, le cose ci vengono chieste all’ultimo momento (“per quando ti serve?” “per ieri”) e ogni nostra azione è una finestra di windows, ogni nostro gesto è come il tocco sullo schermo per cambiare pagina, immagine, suggestione. In questa vita cliccata, basta un istante per attivare il link che ne porterà un altro e poi un altro ancora. Se il tempo è denaro, non importa non sapere come spenderlo dopo, quello che conta è accumularlo come i dobloni nel forziere di zio Paperone. Ci facciamo il bagno dentro.
La Virgin ha appena inaugurato un treno supersonico in tubi a bassa pressione, capace di percorrere 500 metri in 6 secondi e un quarto, nel deserto del Nevada: chissà cosa accadrebbe se ci salisse Leao, forse è il caso di farlo diventare il treno ufficiale del Milan. Il mito dell’alta velocità non vale solo per i trasporti ma per il pensiero, per il comportamento, siamo fast anche se dal profondo ci sale un intenso bisogno di slow. La nostra attenzione s’è perduta, un classico da leggere fa paura, meglio Instagram o Twitter dove scriviamo compulsivamente qualunque cosa, magari ci pensassimo almeno 6 secondi prima di schiacciare l’invio. Anche nelle relazioni con gli altri ormai si rischia grosso: e se la rapidità fosse superficialità? Non parliamo poi degli affetti, lì il fast food uccide più che a tavola.
La noia ci bracca, ci incalza, è sempre molto più veloce di noi, eppure siamo stati immersi fino al collo nel 2020 del tempo immobile e dell’isolamento forzato: barcolliamo anche perché non siamo più abituati a prenderci il nostro tempo, e in teoria non esiste un bene più prezioso. Parcheggiamo le nostre vite in doppia fila con le quattro luci lampeggianti, tanto tra un attimo saremo altrove. Corriamo sempre, ma per andare dove? Leao, almeno, ha fatto gol.