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(ansa)

Governo, il premier nel castello assediato

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Sulla verifica il premier è costretto a trattare. E sembra entrato in una nuova dimensione di consapevolezza dei limiti della propria esperienza politica
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La verifica di governo sembra finita tra le notizie minori, relegata in secondo piano dalle preoccupazioni per la variante inglese del Covid e dalle legittime speranze suscitate dall'autorizzazione europea del vaccino Pfizer-Biontech. È sempre opportuno valutare lo stato di salute della maggioranza alla luce di quanto accade nel mondo reale, dove la posizione del presidente del Consiglio appare molto più solida rispetto a quanto si può vedere dal Palazzo.

Con il secondo giro di "consultazioni" a Palazzo Chigi, dopo quelle di novembre (non proprio memorabili a dire il vero), Conte tuttavia sembra entrato in una nuova dimensione di consapevolezza dei limiti della propria esperienza politica. È del tutto evidente che, a un certo punto, all'inizio della seconda ondata del Covid, il premier deve essere stato preso dalla tentazione di forzare la mano e portare a casa un risultato più grande di quello che le condizioni della sua maggioran…
La verifica di governo sembra finita tra le notizie minori, relegata in secondo piano dalle preoccupazioni per la variante inglese del Covid e dalle legittime speranze suscitate dall'autorizzazione europea del vaccino Pfizer-Biontech. È sempre opportuno valutare lo stato di salute della maggioranza alla luce di quanto accade nel mondo reale, dove la posizione del presidente del Consiglio appare molto più solida rispetto a quanto si può vedere dal Palazzo.

Con il secondo giro di "consultazioni" a Palazzo Chigi, dopo quelle di novembre (non proprio memorabili a dire il vero), Conte tuttavia sembra entrato in una nuova dimensione di consapevolezza dei limiti della propria esperienza politica. È del tutto evidente che, a un certo punto, all'inizio della seconda ondata del Covid, il premier deve essere stato preso dalla tentazione di forzare la mano e portare a casa un risultato più grande di quello che le condizioni della sua maggioranza gli avrebbero consentito. Nasce da questo stato d'animo la prova muscolare sul Recovery Fund, con la cabina di regia ristretta e quella pletora di manager che avrebbero commissariato di fatto sia i singoli ministri che la Pubblica amministrazione. Una proposta che, quando Conte la espose in un'intervista al direttore di questo giornale, sembrava fatta e finita, ma che si è poi infranta sul muro di Italia Viva, e non ha entusiasmato, per usare un eufemismo, nemmeno il Pd.

Da qui dunque si riparte, senza attendersi che dalle due riunioni di ieri con M5S e Pd, così come dalle due di oggi con i renziani e Leu, possa uscire la soluzione finale alla crisi strisciante in corso. Anche l'assenza dei leader dal tavolo - Zingaretti e Crimi ieri non sono andati - lascia credere che ancora non sia arrivata l'ora delle decisioni. La voce più fondata è quella che Conte stia preparando una nuova bozza del Piano di ripresa e resilienza che venga incontro alle critiche più forti che si sono alzate nei giorni scorsi. E il suggerimento che gli è arrivato dai Cinquestelle è quello di dar vita a un "gruppo di lavoro" di maggioranza che renda più collegiale la stesura del Piano. Vedremo se basterà a fermare il tentativo di Renzi di sfondare il portone del castello dove si è asserragliato Conte.

Qualcosa comunque a gennaio, una volta messa in sicurezza la legge di bilancio, è ragionevole pensare che accada. Al momento l'ipotesi più convincente è quella naturale di un rimescolamento delle carte nell'esecutivo. Se il premier non si può toccare, per paura che venga giù tutto, il resto della squadra sarà sottoposto a un vaglio definitivo. E non solo tra i renziani ma anche in larga parte del Pd e persino nel M5S, si discute apertamente dell'ipotesi di affiancare Conte con due vice politici di peso. Così come di imporgli la nomina di un'autorità delegata sui Servizi, com'era al tempo di Enrico Letta e Matteo Renzi con Marco Minniti.

Certo, aleggia anche la minaccia di elezioni. L'ala governativa del Pd, con Dario Franceschini in testa, l'ha messa in conto. Secondo una voce autorevole del Nazareno, anche Zingaretti si sarebbe convinto che andare al voto a questo punto sarebbe il male minore. Tanto più che l'elezione di un capo dello Stato europeista e non sovranista, in questo Parlamento, non è affatto scontata. Con i gruppi M5s in stato gassoso e i delegati regionali in gran parte di centrodestra, ogni scommessa sul Quirinale rischia di rivelarsi un azzardo. I renziani, al contrario, sono certi che quella delle elezioni in tempo di Covid sia la classica tigre di carta e su questo vanno avanti a picconare palazzo Chigi.

Vedremo nelle prossime settimane quale dei due guidatori, come nella sfida finale di American Graffiti, schiaccerà per primo il pedale del freno per non finire in un fosso.