Il giudice sulla via della santità
di Miguel Gotor , di Miguel GotorLa beatificazione di Rosario Livatino, ucciso dalla mafia
Il magistrato antimafia Rosario Livatino, conosciuto da molti italiani come "il giudice ragazzino", sarà beato. Lo ha deciso papa Francesco che ha promulgato il decreto con il quale se ne riconosce il martirio in odium fidei.
Fu assassinato il penultimo giorno d'estate del 1990, a soli 37 anni, colpito da quattro sicari della "Stidda", mentre cercava riparo tra i cespugli che sorgono lungo la strada che unisce Canicattì ad Agrigento, ove era scattato l'agguato. Girava senza scorta per non disperdere le forze sul territorio e a quanti lo mettevano in guardia dal pericolo incombente era solito ripetere: "Se avessi paura dovrei fare un altro mestiere".
La notizia della sua beatificazione rappresenta un ulteriore e significativo segnale della Chiesa cattolica contro la mafia, dal momento che Livatino viene così indicato come modello di fede e di comportamento, per ora a livello diocesano e in ambito locale.
Il cambio di passo dei…
Fu assassinato il penultimo giorno d'estate del 1990, a soli 37 anni, colpito da quattro sicari della "Stidda", mentre cercava riparo tra i cespugli che sorgono lungo la strada che unisce Canicattì ad Agrigento, ove era scattato l'agguato. Girava senza scorta per non disperdere le forze sul territorio e a quanti lo mettevano in guardia dal pericolo incombente era solito ripetere: "Se avessi paura dovrei fare un altro mestiere".
La notizia della sua beatificazione rappresenta un ulteriore e significativo segnale della Chiesa cattolica contro la mafia, dal momento che Livatino viene così indicato come modello di fede e di comportamento, per ora a livello diocesano e in ambito locale.
Il cambio di passo dei…
Il magistrato antimafia Rosario Livatino, conosciuto da molti italiani come "il giudice ragazzino", sarà beato. Lo ha deciso papa Francesco che ha promulgato il decreto con il quale se ne riconosce il martirio in odium fidei.
Fu assassinato il penultimo giorno d'estate del 1990, a soli 37 anni, colpito da quattro sicari della "Stidda", mentre cercava riparo tra i cespugli che sorgono lungo la strada che unisce Canicattì ad Agrigento, ove era scattato l'agguato. Girava senza scorta per non disperdere le forze sul territorio e a quanti lo mettevano in guardia dal pericolo incombente era solito ripetere: "Se avessi paura dovrei fare un altro mestiere".
La notizia della sua beatificazione rappresenta un ulteriore e significativo segnale della Chiesa cattolica contro la mafia, dal momento che Livatino viene così indicato come modello di fede e di comportamento, per ora a livello diocesano e in ambito locale.
Il cambio di passo dei rapporti tra Cosa nostra e la Chiesa cattolica cominciò proprio nella Valle dei Templi di Agrigento, quando, il 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II pronunciò a braccio un vibrante anatema contro la "civiltà della morte" della mafia e dei mafiosi, brandendo il pastorale che era stato di Paolo VI ("convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio!").
Poche ore prima il papa polacco si era recato a rendere visita ai genitori di Livatino e, secondo la testimonianza di don Luigi Ciotti, dopo avere letto una pagina del diario del giovane e devoto magistrato, quella che recava la frase "non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili", trasse l'ispirazione decisiva per il suo intervento fuori programma rivolto al "popolo siciliano".
La risposta della mafia che si vedeva attaccata frontalmente a "casa sua" dal papa fu immediata: il 28 luglio 1993 colpì, per la prima volta nella sua storia, degli edifici di culto con le bombe contro le chiese romane di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro e, il 15 settembre successivo, assassinò il sacerdote palermitano don Pino Puglisi, anche lui proclamato beato da papa Francesco nel 2013, punito per la sua attività di educatore nel popolare quartiere Brancaccio, ad alta densità mafiosa.
Proprio papa Bergoglio, in occasione del pellegrinaggio compiuto a Palermo 25 anni dopo la morte di don Puglisi, ha scandito parole di condanna alla mafia che hanno ricordato quelle pronunciate dal suo predecessore polacco: "Non si può essere mafiosi e credere in Dio" e "se la litania mafiosa è: Tu non sai chi sono io, quella cristiana è: Io ho bisogno di te".
Questi atti simbolici e cerimoniali compiuti negli ultimi trent'anni hanno rappresentato una svolta nella storia della Chiesa perché, sino a tutti gli anni Ottanta del Novecento, essa aveva stentato a schierarsi apertamente in battaglia contro la mafia preferendo troppo spesso la strada di una rassegnata e indifferente convivenza. Del resto, la mafia ha sempre cercato di legittimarsi a livello popolare con la cultura e l'antropologia del luogo anche attraverso la partecipazione ai riti e alle cerimonie religiose più comuni, dal battesimo ai funerali alla pratica della confessione. Prova ne sia che nei covi dei mafiosi le forze dell'ordine spesso hanno trovato un armamentario di rosari, santini, croci e altari personali, tutti simboli di una religiosità vissuta e partecipata che ha resistito carsicamente nell'alveo del cattolicesimo controriformato. Anche il fenomeno del cosiddetto "pentitismo" è etimologicamente e culturalmente debitore di un'antica tradizione giudiziaria cattolica di matrice inquisitoriale.
Ma il problema dell'interferenza ha riguardato anche le gerarchie ecclesiastiche siciliane e non solo, inclini a negare o a sottovalutare il fenomeno mafioso perché la religione laica dell'anticomunismo giustificava un simile comportamento omissivo. Non a caso il cambio di passo è storicamente avvenuto soltanto all'indomani della fine della guerra fredda.
Dalle carte processuali della causa di beatificazione in onore di Livatino emerge che il magistrato era considerato dai suoi assassini un "santocchio", ossia un bigotto perché frequentava la chiesa di San Domenico di Canicattì. Ora che quel "santocchio" sarà beato, ed è avviato con passo sicuro sulla strada della santità, anche i mafiosi saranno costretti a venerarlo. Sarebbe bello che la beatificazione di Livatino non avvenisse a Roma, ma ad Agrigento, nel ricordo del grido di dolore di papa Wojtyla, a chiusura simbolica di un cerchio tra fede e storia.
Fu assassinato il penultimo giorno d'estate del 1990, a soli 37 anni, colpito da quattro sicari della "Stidda", mentre cercava riparo tra i cespugli che sorgono lungo la strada che unisce Canicattì ad Agrigento, ove era scattato l'agguato. Girava senza scorta per non disperdere le forze sul territorio e a quanti lo mettevano in guardia dal pericolo incombente era solito ripetere: "Se avessi paura dovrei fare un altro mestiere".
La notizia della sua beatificazione rappresenta un ulteriore e significativo segnale della Chiesa cattolica contro la mafia, dal momento che Livatino viene così indicato come modello di fede e di comportamento, per ora a livello diocesano e in ambito locale.
Il cambio di passo dei rapporti tra Cosa nostra e la Chiesa cattolica cominciò proprio nella Valle dei Templi di Agrigento, quando, il 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II pronunciò a braccio un vibrante anatema contro la "civiltà della morte" della mafia e dei mafiosi, brandendo il pastorale che era stato di Paolo VI ("convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio!").
Poche ore prima il papa polacco si era recato a rendere visita ai genitori di Livatino e, secondo la testimonianza di don Luigi Ciotti, dopo avere letto una pagina del diario del giovane e devoto magistrato, quella che recava la frase "non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili", trasse l'ispirazione decisiva per il suo intervento fuori programma rivolto al "popolo siciliano".
La risposta della mafia che si vedeva attaccata frontalmente a "casa sua" dal papa fu immediata: il 28 luglio 1993 colpì, per la prima volta nella sua storia, degli edifici di culto con le bombe contro le chiese romane di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro e, il 15 settembre successivo, assassinò il sacerdote palermitano don Pino Puglisi, anche lui proclamato beato da papa Francesco nel 2013, punito per la sua attività di educatore nel popolare quartiere Brancaccio, ad alta densità mafiosa.
Proprio papa Bergoglio, in occasione del pellegrinaggio compiuto a Palermo 25 anni dopo la morte di don Puglisi, ha scandito parole di condanna alla mafia che hanno ricordato quelle pronunciate dal suo predecessore polacco: "Non si può essere mafiosi e credere in Dio" e "se la litania mafiosa è: Tu non sai chi sono io, quella cristiana è: Io ho bisogno di te".
Questi atti simbolici e cerimoniali compiuti negli ultimi trent'anni hanno rappresentato una svolta nella storia della Chiesa perché, sino a tutti gli anni Ottanta del Novecento, essa aveva stentato a schierarsi apertamente in battaglia contro la mafia preferendo troppo spesso la strada di una rassegnata e indifferente convivenza. Del resto, la mafia ha sempre cercato di legittimarsi a livello popolare con la cultura e l'antropologia del luogo anche attraverso la partecipazione ai riti e alle cerimonie religiose più comuni, dal battesimo ai funerali alla pratica della confessione. Prova ne sia che nei covi dei mafiosi le forze dell'ordine spesso hanno trovato un armamentario di rosari, santini, croci e altari personali, tutti simboli di una religiosità vissuta e partecipata che ha resistito carsicamente nell'alveo del cattolicesimo controriformato. Anche il fenomeno del cosiddetto "pentitismo" è etimologicamente e culturalmente debitore di un'antica tradizione giudiziaria cattolica di matrice inquisitoriale.
Ma il problema dell'interferenza ha riguardato anche le gerarchie ecclesiastiche siciliane e non solo, inclini a negare o a sottovalutare il fenomeno mafioso perché la religione laica dell'anticomunismo giustificava un simile comportamento omissivo. Non a caso il cambio di passo è storicamente avvenuto soltanto all'indomani della fine della guerra fredda.
Dalle carte processuali della causa di beatificazione in onore di Livatino emerge che il magistrato era considerato dai suoi assassini un "santocchio", ossia un bigotto perché frequentava la chiesa di San Domenico di Canicattì. Ora che quel "santocchio" sarà beato, ed è avviato con passo sicuro sulla strada della santità, anche i mafiosi saranno costretti a venerarlo. Sarebbe bello che la beatificazione di Livatino non avvenisse a Roma, ma ad Agrigento, nel ricordo del grido di dolore di papa Wojtyla, a chiusura simbolica di un cerchio tra fede e storia.