✕

Arriva il Natale del nuovo inizio

Ascolta l'audio

2 minuti di lettura
Lo scorso Natale eravamo alle prese, chi più chi meno, con i menù allegramente esagerati della tradizione, e l’arte dell’allungamento dei tavoli si manifestava in tutta la sua geometrica potenza. L’orda dei parenti, i desiderati e gli indesiderati, batteva alle porte. Tutto sembrava normale e ricorrente, i piaceri e le scocciature. Nessuno sospettava che il cielo stava per caderci sulla testa. Il virus, poco importa se nella sua variante cinese, bergamasca o marziana, già stava acquattato in mezzo a noi.

Questo Natale il diametro dei tegami e il volume delle pentole è perlomeno dimezzato, ci si prepara a minime riunioni, abbracci lontanissimi, brindisi a bassa voce. Qualcuno anche a niente, a una solitudine non sempre greve, a un silenzio che, volendo, è molto natalizio.

Il cielo ci è già caduto sulla testa, è tra i suoi cocci che camminiamo cauti e salutiamo i morti, calcolando a tentoni i giorni dell’a…
Lo scorso Natale eravamo alle prese, chi più chi meno, con i menù allegramente esagerati della tradizione, e l’arte dell’allungamento dei tavoli si manifestava in tutta la sua geometrica potenza. L’orda dei parenti, i desiderati e gli indesiderati, batteva alle porte. Tutto sembrava normale e ricorrente, i piaceri e le scocciature. Nessuno sospettava che il cielo stava per caderci sulla testa. Il virus, poco importa se nella sua variante cinese, bergamasca o marziana, già stava acquattato in mezzo a noi.

Questo Natale il diametro dei tegami e il volume delle pentole è perlomeno dimezzato, ci si prepara a minime riunioni, abbracci lontanissimi, brindisi a bassa voce. Qualcuno anche a niente, a una solitudine non sempre greve, a un silenzio che, volendo, è molto natalizio.

Il cielo ci è già caduto sulla testa, è tra i suoi cocci che camminiamo cauti e salutiamo i morti, calcolando a tentoni i giorni dell’avvento, quelli che ci separano dal nuovo inizio, l’anno nascente, le speranze legate al vaccino, forse la riduzione della catastrofe all’ordinaria gestione di una malattia minacciosa, ma non più in grado di dettare l’agenda del mondo.

Tra i due Natali quello era molto più spensierato, ma questo è ben più cosciente, diciamo più calzante alla nostra condizione. Non sapevamo niente, ora sappiamo anche troppo, perfino di quanti metri è la gittata della nebulosa di sputi che restituiamo al mondo ad ogni respiro, ogni parola, ogni boccone, ogni canzone (in Svizzera è vietato cantare, ho letto da qualche parte, chissà se è vero o se è una delle tante fole in corso d’opera, che di verificarle una per una francamente non abbiamo più la forza, e nemmeno la voglia).

Non possiamo dire di avere perduto l’innocenza, perché quella non è di questo mondo e non la conoscevamo proprio, nemmeno prima del virus. Possiamo dire, però, di avere perso qualche certezza e di avere capito un pochino meglio che madre natura non concede deroghe ai suoi figli, e rimescola morte e vita secondo il suo arbitrio. Che ci si ammala e si muore, sia pure con molti comfort sanitari in più rispetto ai nostri avi. Che siamo in trincea, ma non disarmati. E soprattutto che il tempo, passando, uccide, ma anche salva, riordina, cambia.

Ecco: cambia. Nella minacciosa immobilità delle varie clausure, rosse arancioni gialle, ci eravamo quasi dimenticati di questa formidabile regola del cosmo: tutto cambia, niente rimane uguale. Ci credevamo inchiodati, non lo siamo. Anche la pandemia, vista dall’alto dei tempi, è appena un attimo. Un brutto attimo, ma un attimo.

I cristiani hanno calendarizzato l’avvento, che raccoglie i giorni prima della nascita del bambino incaricato di salvare l’umanità. In senso più lato, e forse più credibile, il solstizio d’inverno è la porta del domani, il nuovo giro, la vita che ricomincia. Questo sentimento (che ha, per altro, le sue solide pezze d’appoggio astronomiche) è particolarmente forte al termine di questo micidiale 2020, che ci lascia così indolenziti. Beato chi attende la redenzione, il miracolo, la Salvezza con la maiuscola, noi siamo già molto felici di sperare che la fatica umana - la scienza ne è parte rilevante - ci venga in soccorso, che il vaccino funzioni, che il dolore e la morte siano riportati alla norma, che abbia fine questo lutto eccezionale.

Si tratta di attese differenti ma è bello poterle condividere, e dobbiamo rendere grazie alla religione cristiana per avere scelto, come suo mito fondante, una nascita. Il simbolo della natività è il più universale, è un giro di pagina magnifico e inequivoco, al di sopra di ogni dubbio e di ogni commento. Se il presepe allieta anche molte case di miscredenti è proprio perché incarna, per chi non crede nella divinità, la vita: e i due concetti non sono poi così diversi e così distanti. Dunque questo Natale rarefatto, sofferente, distanziato, è, se possibile, perfino più Natale del consueto: meno scontato, meno facile, più concentrato sulla sua essenza, che è festeggiare l’inizio. Dopo un anno passato a temere che tutto stesse finendo, solo parlare di inizio è già una enorme consolazione.