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Il mercato globale nel nuovo mondo

Dietro al faticoso compromesso sulla Brexit si ripropone la necessità di un compromesso tra l'isolazionismo nazionalista e il libero mercato della globalizzazione
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Natale 2020 ha portato almeno un regalo al mondo, l’intesa Regno Unito – Europa che evita una pericolosa rottura e il caos nel commercio e nelle relazioni politiche tra le due parti. È giusto un regalino che, in cambio dell’assenza di tariffe s merci in transito attraverso il confine e qualche regola comune su aiuti di Stato, regolamentazione ambientale e giuslavorista, abolisce legami profondi (molto doloroso quello del programma Erasmus) e lascia in sospeso questioni cruciali come la libera prestazione di servizi.

Ma questo compromesso è in linea con lo stato di incertezza che domina il destino della globalizzazione, ossia quella libertà e intensità del commercio internazionale di beni, servizi, capitali, persone e conoscenza caratterizzante gli anni a cavallo del secolo. Ci sarebbe poi una globalizzazione politica, un argomento diverso, anche se vale la pena di notare come le difficoltà negli scambi internazionali siano andate d…
Natale 2020 ha portato almeno un regalo al mondo, l’intesa Regno Unito – Europa che evita una pericolosa rottura e il caos nel commercio e nelle relazioni politiche tra le due parti. È giusto un regalino che, in cambio dell’assenza di tariffe s merci in transito attraverso il confine e qualche regola comune su aiuti di Stato, regolamentazione ambientale e giuslavorista, abolisce legami profondi (molto doloroso quello del programma Erasmus) e lascia in sospeso questioni cruciali come la libera prestazione di servizi.

Ma questo compromesso è in linea con lo stato di incertezza che domina il destino della globalizzazione, ossia quella libertà e intensità del commercio internazionale di beni, servizi, capitali, persone e conoscenza caratterizzante gli anni a cavallo del secolo. Ci sarebbe poi una globalizzazione politica, un argomento diverso, anche se vale la pena di notare come le difficoltà negli scambi internazionali siano andate di pari passo al riemergere dell’autoritarismo.

Comunque sia, fin dalla crisi finanziaria del 2008, ricondotta da tanti anche all’assoluta libertà di movimento dei capitali, la globalizzazione è entrata in difficoltà. Brexit, guerre commerciali di Trump, rappresaglie della Cina anche contro comportamenti politici non graditi (chiedere ai poveri australiani), il maggior interventismo dei governi a protezione di presunti asset strategici, tutto ha contribuito a frenare il libero scambio e già nel 2019, mentre il Pil mondiale è cresciuto più del 3%, il valore dei traffici commerciali è diminuito. L’esplosione della pandemia a febbraio sembrava aver assestato un altro colpo all’interconnessione delle economie. Non solo il commercio internazionale secondo le stime del Wto (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) diminuirà del 9,2% nel 2020, ma l’atmosfera politica si è ulteriormente irrigidita. Dubbi hanno cominciato a sorgere sulla “catena globale del valore”, processo per cui ogni prodotto viene fabbricato nei Paesi dove si ritiene ci sia il miglior rapporto qualità-prezzo ed anche i beni manufatti in Occidente sono il risultato di componenti provenienti dai quattro angoli del pianeta.

La mancanza di mascherine o guanti di plastica, la scarsità di vaccini antinfluenzali o altri medicinali hanno fatto sorgere campanelli d’allarme e, in alcuni casi, divieti all’esportazione. La preoccupazione è che aver delocalizzato troppo la produzione dei “beni essenziali” possa mettere a rischio le singole Nazioni, soprattutto in situazioni di emergenza, nonostante l’imprevedibilità e la forza della pandemia nonché l’inefficienza delle burocrazie spieghino in buona parte i ritardi.

La sicurezza nazionale sta giocando un ruolo sempre maggiore: che si tratti delle attività spionistiche cinesi attraverso le società hitech controllate da Pechino o del gas russo attraverso il gasdotto North Stream, le reazioni, soprattutto da parte americana (e giapponese), hanno contribuito ad alimentare un clima di sfiducia. È la fine di un mondo?
Nonostante l’unico postulato economico su cui almeno il 95% degli economisti sia concorde riguardi l’effetto benefico della libertà dei commerci e le epoche di protezionismo siano sfociate in guerre o depressioni economiche, populismo ed autoritarismo sono riusciti ad avvelenare molti pozzi. Ma il 2020 ha anche visto la conclusione di un trattato di libero scambio tra importanti paesi dell’area del Pacifico (tra cui Giappone, Cina, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda) di cui gli Usa avrebbero potuto far parte se Trump non si fosse ritirato. Biden ha la prima sfida da accettare.

Il contenzioso Usa-Cina ad inizio 2020 si è placato grazie ad un patto provvisorio tra i due Paesi, e la nuova amministrazione ha nominato come ministro del commercio estero un’avvocata pragmatica ed esperta al posto dell’ideologo protezionista Navarro. L’Europa ha continuato nella sua politica dei piccoli passi e sta negoziando con Australia e Nuova Zelanda, in aprile è stato firmato un accordo con il Messico, in agosto è entrato in vigore quello con il Vietnam, mentre i recenti trattati con Canada, Giappone e Singapore stanno dando i loro inequivocabili frutti. Nel terzo trimestre 2020 gli scambi globali hanno avuto un balzo del 12,5% e ora il Brexit Deal di Natale.

Insomma, la partita tra un mondo chiuso, sospettoso e più povero ed uno, pur attento alle esigenze di sicurezza nazionale, aperto, pacifico e più ricco è ancora in corso: l’opinione pubblica può fare la sua parte sorvegliando quei governi che con la scusa del protezionismo accumulano potere e impoveriscono i cittadini.