La sfida del Recovery e la road map di Bruxelles
di Claudio Tito , di Claudio Tito
Da oggi si può dire che in Europa c’è un “caso Italia”. E a renderlo noto non è un nemico del nostro Paese, non è un avversario del governo Conte. Ma è il commissario europeo agli Affari Economici, Paolo Gentiloni. Che, in un’intervista resa al direttore del nostro giornale Maurizio Molinari, spiega che il potenziale ritardo sul Recovery Fund — in particolare sulla realizzazione dei progetti — può farci mancare un «appuntamento storico». E mettere persino in crisi la nuova impalcatura dell’Unione.
È evidente che Gentiloni lancia un messaggio al governo italiano non per provocare una difficoltà. Il suo piano di azione è diverso — e non potrebbe essere altrimenti — da quello messo in campo da Matteo Renzi. Il commissario Ue sembra quasi offrire una consulenza per far uscire la maggioranza giallorossa dall’impasse di queste settimane. Indica una road map…
È evidente che Gentiloni lancia un messaggio al governo italiano non per provocare una difficoltà. Il suo piano di azione è diverso — e non potrebbe essere altrimenti — da quello messo in campo da Matteo Renzi. Il commissario Ue sembra quasi offrire una consulenza per far uscire la maggioranza giallorossa dall’impasse di queste settimane. Indica una road map…
Da oggi si può dire che in Europa c’è un “caso Italia”. E a renderlo noto non è un nemico del nostro Paese, non è un avversario del governo Conte. Ma è il commissario europeo agli Affari Economici, Paolo Gentiloni. Che, in un’intervista resa al direttore del nostro giornale Maurizio Molinari, spiega che il potenziale ritardo sul Recovery Fund — in particolare sulla realizzazione dei progetti — può farci mancare un «appuntamento storico». E mettere persino in crisi la nuova impalcatura dell’Unione.
È evidente che Gentiloni lancia un messaggio al governo italiano non per provocare una difficoltà. Il suo piano di azione è diverso — e non potrebbe essere altrimenti — da quello messo in campo da Matteo Renzi. Il commissario Ue sembra quasi offrire una consulenza per far uscire la maggioranza giallorossa dall’impasse di queste settimane. Indica una road map capace di guidare il Paese e la sua coalizione fuori dalle secche dell’inazione.
È una sorta di ambasciatore dei governi europei. Trasmette un messaggio. Esattamente come accadde un mese fa con la visita del ministro delle Finanze francese Le Maire a Roma. Da allora, però, sono stati pochi i passi avanti. Ed è questo che più allarma non la tecnostruttura di Bruxelles bensì le Cancellerie.
L’Italia rischia di non essere pronta ad affrontare una delle sfide più complicate e avvincenti degli ultimi 70 anni. Non sta predisponendo misure straordinarie dinanzi ad una situazione eccezionale. La nazione, invece, sta correndo il pericolo di scoprirsi disarmata e impreparata. Rallentata nella definizione di obiettivi prospettici, paralizzata nella realizzazione in tempi brevi delle opere. Non si tratta di mettere in discussione il governo. O almeno non solo quello. È il sistema-Paese a mostrare le sue criticità. Manca uno spirito di coesione e questo deficit rende impossibile o molto difficile far convergere le energie del Paese sugli obiettivi prioritari. Non si avverte l’idea di una finalità condivisa.
Spesso il Recovery Fund è stato paragonato al Piano Marshall che gli Stati Uniti misero a disposizione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. In effetti almeno sul piano nominale la somiglianza è palmare: si chiamava infatti ERP, European Recovery Program. Ma a parte le analogie nell’acronimo, le differenze nelle reazioni dell’Italia sono marcate. Basti pensare che l’accordo venne firmato alla metà di ottobre del 1948. Cento giorni dopo il governo italiano mise operativamente in campo il cosiddetto Piano Casa. Una delle più grandi operazioni di costruzione e ricostruzione edilizia mai viste nel Paese. Un impegno in grado di iniettare con rapidità risorse nel sistema e di creare occupazione attivando un volano per l’economia senza precedenti. È chiaro che il contesto ora è diverso e che nel 2021 non avremo certo bisogno di un progetto di quel tipo. Però la risposta temporale di allora fa capire i problemi di oggi. E quanto la necessità di non fallire non sia stata trasferita al Paese in termini di stato d’animo, ambizione condivisa e propositi compartecipati.
Nel suo ultimo libro, Una terra promessa, l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, scrive: «Franklin Delano Roosevelt aveva capito che per far uscire l’America dalla depressione non era tanto importante applicare alla perfezione ogni misura del New Deal quanto trasmettere sicurezza e fiducia, e convincere l’opinione pubblica che il governo sapeva come gestire la situazione». Ecco, l’Italia si sta muovendo lungo un scivolosissimo crinale lungo il quale né applica alla perfezione il Recovery Plan, né trasmette sicurezza.
Servirebbe uno scatto. Una capacità di immaginare strumenti eccezionali liberando le forze migliori dalle pastoie della burocrazia. Lo deve fare il governo. Sapendo che, proprio come nel 1948, non potrà contare sull’opposizione. La destra, infatti, si sta volontariamente ritirando in una nuova forma di conventio ad excludendum o meglio ad auto excludendum che la allontana dai processi decisionali in Italia e in Europa.
Il messaggio di Gentiloni è allora un invito a compiere questo scatto. Ma soprattutto illustra una exit strategy. Una sorta di sentiero che può districare anche le viscosità dei giallorossi. Un modo per dire: se il governo segue il corridoio aperto dalla Commissione europea anche le esigenze del Pd e di Italia Viva non potranno che essere accolte. È un suggerimento a Conte. Illustrato all’interno di un perimetro diverso da quello di Zingaretti o di Renzi.
In particolare il leader di Italia Viva sta cogliendo un’occasione. Le sue critiche a Palazzo Chigi sono il sintomo della difficoltà di questa maggioranza. Ma le mescola in parte con quelle degli alleati europei e in parte con la necessità personale di riconquistare un ruolo.
Ieri l’ex premier ha infatti lanciato un nuovo penultimatum. Gli argomenti utilizzati rendono la trattativa più difficile e più lontana la possibilità di disarmare la pistola che sta giorno dopo giorno caricando sempre più. In particolare il richiamo al Mes (in realtà evocata anche da Gentiloni) e alla delega per i servizi segreti sono due ostacoli giganteschi per Conte. Le preoccupazioni espresse dal Commissario europeo, però, consegnano a Renzi due argomenti in più. Uno riguarda il merito del confronto. Il secondo concerne l’esito di una eventuale crisi di governo. Le elezioni anticipate, a questo punto, non rappresentano una via d’uscita facilmente praticabile. L’Italia deve accelerare e probabilmente non si può permettere una paralisi totale di almeno cinque mesi per aprire le urne e formare un nuovo esecutivo.
I tempi di Bruxelles e del Recovery Fund possono cancellare questa opzione dal calendario del prossimo anno.
È evidente che Gentiloni lancia un messaggio al governo italiano non per provocare una difficoltà. Il suo piano di azione è diverso — e non potrebbe essere altrimenti — da quello messo in campo da Matteo Renzi. Il commissario Ue sembra quasi offrire una consulenza per far uscire la maggioranza giallorossa dall’impasse di queste settimane. Indica una road map capace di guidare il Paese e la sua coalizione fuori dalle secche dell’inazione.
È una sorta di ambasciatore dei governi europei. Trasmette un messaggio. Esattamente come accadde un mese fa con la visita del ministro delle Finanze francese Le Maire a Roma. Da allora, però, sono stati pochi i passi avanti. Ed è questo che più allarma non la tecnostruttura di Bruxelles bensì le Cancellerie.
L’Italia rischia di non essere pronta ad affrontare una delle sfide più complicate e avvincenti degli ultimi 70 anni. Non sta predisponendo misure straordinarie dinanzi ad una situazione eccezionale. La nazione, invece, sta correndo il pericolo di scoprirsi disarmata e impreparata. Rallentata nella definizione di obiettivi prospettici, paralizzata nella realizzazione in tempi brevi delle opere. Non si tratta di mettere in discussione il governo. O almeno non solo quello. È il sistema-Paese a mostrare le sue criticità. Manca uno spirito di coesione e questo deficit rende impossibile o molto difficile far convergere le energie del Paese sugli obiettivi prioritari. Non si avverte l’idea di una finalità condivisa.
Spesso il Recovery Fund è stato paragonato al Piano Marshall che gli Stati Uniti misero a disposizione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. In effetti almeno sul piano nominale la somiglianza è palmare: si chiamava infatti ERP, European Recovery Program. Ma a parte le analogie nell’acronimo, le differenze nelle reazioni dell’Italia sono marcate. Basti pensare che l’accordo venne firmato alla metà di ottobre del 1948. Cento giorni dopo il governo italiano mise operativamente in campo il cosiddetto Piano Casa. Una delle più grandi operazioni di costruzione e ricostruzione edilizia mai viste nel Paese. Un impegno in grado di iniettare con rapidità risorse nel sistema e di creare occupazione attivando un volano per l’economia senza precedenti. È chiaro che il contesto ora è diverso e che nel 2021 non avremo certo bisogno di un progetto di quel tipo. Però la risposta temporale di allora fa capire i problemi di oggi. E quanto la necessità di non fallire non sia stata trasferita al Paese in termini di stato d’animo, ambizione condivisa e propositi compartecipati.
Nel suo ultimo libro, Una terra promessa, l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, scrive: «Franklin Delano Roosevelt aveva capito che per far uscire l’America dalla depressione non era tanto importante applicare alla perfezione ogni misura del New Deal quanto trasmettere sicurezza e fiducia, e convincere l’opinione pubblica che il governo sapeva come gestire la situazione». Ecco, l’Italia si sta muovendo lungo un scivolosissimo crinale lungo il quale né applica alla perfezione il Recovery Plan, né trasmette sicurezza.
Servirebbe uno scatto. Una capacità di immaginare strumenti eccezionali liberando le forze migliori dalle pastoie della burocrazia. Lo deve fare il governo. Sapendo che, proprio come nel 1948, non potrà contare sull’opposizione. La destra, infatti, si sta volontariamente ritirando in una nuova forma di conventio ad excludendum o meglio ad auto excludendum che la allontana dai processi decisionali in Italia e in Europa.
Il messaggio di Gentiloni è allora un invito a compiere questo scatto. Ma soprattutto illustra una exit strategy. Una sorta di sentiero che può districare anche le viscosità dei giallorossi. Un modo per dire: se il governo segue il corridoio aperto dalla Commissione europea anche le esigenze del Pd e di Italia Viva non potranno che essere accolte. È un suggerimento a Conte. Illustrato all’interno di un perimetro diverso da quello di Zingaretti o di Renzi.
In particolare il leader di Italia Viva sta cogliendo un’occasione. Le sue critiche a Palazzo Chigi sono il sintomo della difficoltà di questa maggioranza. Ma le mescola in parte con quelle degli alleati europei e in parte con la necessità personale di riconquistare un ruolo.
Ieri l’ex premier ha infatti lanciato un nuovo penultimatum. Gli argomenti utilizzati rendono la trattativa più difficile e più lontana la possibilità di disarmare la pistola che sta giorno dopo giorno caricando sempre più. In particolare il richiamo al Mes (in realtà evocata anche da Gentiloni) e alla delega per i servizi segreti sono due ostacoli giganteschi per Conte. Le preoccupazioni espresse dal Commissario europeo, però, consegnano a Renzi due argomenti in più. Uno riguarda il merito del confronto. Il secondo concerne l’esito di una eventuale crisi di governo. Le elezioni anticipate, a questo punto, non rappresentano una via d’uscita facilmente praticabile. L’Italia deve accelerare e probabilmente non si può permettere una paralisi totale di almeno cinque mesi per aprire le urne e formare un nuovo esecutivo.
I tempi di Bruxelles e del Recovery Fund possono cancellare questa opzione dal calendario del prossimo anno.