Vaccini, test per la politica
di Carlo Galli , di Carlo Galli
Il nesso fra vaccini e politica è molteplice. C’è quello geopolitico: nell’approntare e nel diffondere i vaccini si misura la potenza scientifica, tecnica, economica, organizzativa, diplomatica, dei grandi Stati in concorrenza fra di loro. C’è quello della politica interna: l’efficienza, la rapidità, l’equità, nella gestione dei piani vaccinali, saranno un banco di prova della capacità dei governi di far fronte a quella che potrebbe essere la fase finale (almeno si spera) dell’emergenza.
Ma il legame fra politica e vaccini è ancora più profondo, più essenziale: sono infatti le colonne portanti del progetto moderno di umanizzazione del mondo. Ovvero, del progetto di difesa sistematica dell’uomo dalla natura: una difesa che si basa sull’indagine scientifica delle sue leggi, e sullo sfruttamento di queste.
Che la scienza abbia come obiettivo, in prospettiva, di consentire la s…
Ma il legame fra politica e vaccini è ancora più profondo, più essenziale: sono infatti le colonne portanti del progetto moderno di umanizzazione del mondo. Ovvero, del progetto di difesa sistematica dell’uomo dalla natura: una difesa che si basa sull’indagine scientifica delle sue leggi, e sullo sfruttamento di queste.
Che la scienza abbia come obiettivo, in prospettiva, di consentire la s…
Il nesso fra vaccini e politica è molteplice. C’è quello geopolitico: nell’approntare e nel diffondere i vaccini si misura la potenza scientifica, tecnica, economica, organizzativa, diplomatica, dei grandi Stati in concorrenza fra di loro. C’è quello della politica interna: l’efficienza, la rapidità, l’equità, nella gestione dei piani vaccinali, saranno un banco di prova della capacità dei governi di far fronte a quella che potrebbe essere la fase finale (almeno si spera) dell’emergenza.
Ma il legame fra politica e vaccini è ancora più profondo, più essenziale: sono infatti le colonne portanti del progetto moderno di umanizzazione del mondo. Ovvero, del progetto di difesa sistematica dell’uomo dalla natura: una difesa che si basa sull’indagine scientifica delle sue leggi, e sullo sfruttamento di queste.
Che la scienza abbia come obiettivo, in prospettiva, di consentire la signoria dell’uomo sulla natura – o almeno di darci la possibilità di sottrarci al dominio della natura su di noi – era chiaro ai suoi grandi fondatori moderni, Bacone e Cartesio.
La natura va indagata e ubbidita perché sia meglio domata, va studiata perché sia meglio utilizzata, perché si possa fare del mondo – esterno ed ostile –
la casa dell’uomo. Ora, il vaccino è appunto questo: un prodotto della scienza, che utilizza la natura, addomesticata, per immunizzare l’uomo dalla natura nel suo aspetto più aggressivo, il contagio incontrollato.
Anche la politica moderna persegue l’obiettivo di fornire ai cittadini pace interna, sicurezza, tutela dei diritti, sviluppo, attraverso l’accorta utilizzazione della ragione, degli interessi, delle passioni, delle paure. Si tratta di realizzare un artificio, lo Stato e in particolare la democrazia, con i materiali della natura umana (per quanto disparati), riutilizzati e ri-diretti. Entrambe, la scienza e la politica, hanno interne difficoltà, certo; e hanno avuto (e hanno) anche nemici esterni, che vi si sono opposti frontalmente – di ogni genere e di ogni motivazione. La pandemia ha però dato nuove armi ad antiche avversioni antiscientifiche e antipolitiche: ha reso più acuta la crisi sociale e politica dentro la quale stiamo vivendo, e ha prodotto, soprattutto in Occidente, un’insicurezza diffusa che ha generato un ulteriore affievolimento della fiducia nel progetto moderno. In molti si è fatta strada la sfiducia nella capacità della politica e della scienza di fornire ciò che promettono: sicurezza e sviluppo.
La disillusione rimbalza dalla scienza alla politica, e dalla politica alla scienza, si nutre delle difficoltà di entrambe; dietro di loro oggi si sospetta e si teme la vendetta della natura – della natura fuori controllo, che si ribella agli uomini e li colpisce con malattie più gravi di quelle che la scienza vuole combattere; della natura umana non contenuta e regolata dalle leggi della politica, che si presenta come l’illimitata avidità di Big Pharma.
Ne è derivata una delegittimazione – strisciante, ma anche conclamata – della nostra forma di civiltà, delle sue regole e della sua proiezione verso il futuro, di cui la sicurezza è pre-requisito indispensabile. È come se davanti al rischio che fallisca l’addomesticamento della natura riemergano la nostra antica paura e l’egoismo istintivo, che portano al prevalere della legge del più forte in un mondo ritornato una giungla, una natura ostile e selvaggia.
Il successo – fortemente auspicabile – dei vaccini non sarà solo un fatto di sanità pubblica: sarà il primo mattone, quello scientifico, di una ricostruzione della fiducia in noi stessi, del nostro habitat umano, della nostra democrazia. La politica dovrà seguire, al più presto.
Ma il legame fra politica e vaccini è ancora più profondo, più essenziale: sono infatti le colonne portanti del progetto moderno di umanizzazione del mondo. Ovvero, del progetto di difesa sistematica dell’uomo dalla natura: una difesa che si basa sull’indagine scientifica delle sue leggi, e sullo sfruttamento di queste.
Che la scienza abbia come obiettivo, in prospettiva, di consentire la signoria dell’uomo sulla natura – o almeno di darci la possibilità di sottrarci al dominio della natura su di noi – era chiaro ai suoi grandi fondatori moderni, Bacone e Cartesio.
La natura va indagata e ubbidita perché sia meglio domata, va studiata perché sia meglio utilizzata, perché si possa fare del mondo – esterno ed ostile –
la casa dell’uomo. Ora, il vaccino è appunto questo: un prodotto della scienza, che utilizza la natura, addomesticata, per immunizzare l’uomo dalla natura nel suo aspetto più aggressivo, il contagio incontrollato.
Anche la politica moderna persegue l’obiettivo di fornire ai cittadini pace interna, sicurezza, tutela dei diritti, sviluppo, attraverso l’accorta utilizzazione della ragione, degli interessi, delle passioni, delle paure. Si tratta di realizzare un artificio, lo Stato e in particolare la democrazia, con i materiali della natura umana (per quanto disparati), riutilizzati e ri-diretti. Entrambe, la scienza e la politica, hanno interne difficoltà, certo; e hanno avuto (e hanno) anche nemici esterni, che vi si sono opposti frontalmente – di ogni genere e di ogni motivazione. La pandemia ha però dato nuove armi ad antiche avversioni antiscientifiche e antipolitiche: ha reso più acuta la crisi sociale e politica dentro la quale stiamo vivendo, e ha prodotto, soprattutto in Occidente, un’insicurezza diffusa che ha generato un ulteriore affievolimento della fiducia nel progetto moderno. In molti si è fatta strada la sfiducia nella capacità della politica e della scienza di fornire ciò che promettono: sicurezza e sviluppo.
La disillusione rimbalza dalla scienza alla politica, e dalla politica alla scienza, si nutre delle difficoltà di entrambe; dietro di loro oggi si sospetta e si teme la vendetta della natura – della natura fuori controllo, che si ribella agli uomini e li colpisce con malattie più gravi di quelle che la scienza vuole combattere; della natura umana non contenuta e regolata dalle leggi della politica, che si presenta come l’illimitata avidità di Big Pharma.
Ne è derivata una delegittimazione – strisciante, ma anche conclamata – della nostra forma di civiltà, delle sue regole e della sua proiezione verso il futuro, di cui la sicurezza è pre-requisito indispensabile. È come se davanti al rischio che fallisca l’addomesticamento della natura riemergano la nostra antica paura e l’egoismo istintivo, che portano al prevalere della legge del più forte in un mondo ritornato una giungla, una natura ostile e selvaggia.
Il successo – fortemente auspicabile – dei vaccini non sarà solo un fatto di sanità pubblica: sarà il primo mattone, quello scientifico, di una ricostruzione della fiducia in noi stessi, del nostro habitat umano, della nostra democrazia. La politica dovrà seguire, al più presto.