Nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica non ha fatto cenno alcuno, come è logico, alle sue intenzioni nell’eventualità di una crisi di governo. Sarebbe davvero strano il contrario. Il capo dello Stato non ragiona in pubblico sulla base di ipotesi e anche stavolta si è limitato ad auspicare che le forze politiche agiscano nell’interesse del bene comune. Tuttavia che il governo Conte stia rischiando una prossima caduta è opinione diffusa. Giunto fin qui agitando una bandiera su cui è scritto “l’immobilismo non è stabilità”, Renzi non può fermarsi in cambio di nulla. E il ritiro di Italia Viva dai ministeri e dalla maggioranza parlamentare avrebbe senza dubbio l’effetto di provocare le dimissioni di Conte.
Per la verità, quando il presidente del Consiglio afferma di volersi rivolgere al Parlamento nel caso in cui venga meno il sostegno di uno dei partiti della coalizione, …
Per la verità, quando il presidente del Consiglio afferma di volersi rivolgere al Parlamento nel caso in cui venga meno il sostegno di uno dei partiti della coalizione, …
Nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica non ha fatto cenno alcuno, come è logico, alle sue intenzioni nell’eventualità di una crisi di governo. Sarebbe davvero strano il contrario. Il capo dello Stato non ragiona in pubblico sulla base di ipotesi e anche stavolta si è limitato ad auspicare che le forze politiche agiscano nell’interesse del bene comune. Tuttavia che il governo Conte stia rischiando una prossima caduta è opinione diffusa. Giunto fin qui agitando una bandiera su cui è scritto “l’immobilismo non è stabilità”, Renzi non può fermarsi in cambio di nulla. E il ritiro di Italia Viva dai ministeri e dalla maggioranza parlamentare avrebbe senza dubbio l’effetto di provocare le dimissioni di Conte.
Per la verità, quando il presidente del Consiglio afferma di volersi rivolgere al Parlamento nel caso in cui venga meno il sostegno di uno dei partiti della coalizione, tradisce un’intenzione diversa. Andare, sì, davanti alle Camere: ma per cercare un drappello di deputati e senatori (i famosi “responsabili”) disposti a sostituire i voti dei “renziani”. Il tutto senza passare dalle dimissioni formali dell’esecutivo: il premier è infatti consapevole che il bandolo della matassa resta nelle sue mani solo fino a quando egli è alla guida del governo nel pieno delle sue prerogative istituzionali. Nel momento in cui sale al Quirinale, entra in scena il presidente della Repubblica al quale spetta decidere gli sviluppi in rapporto stretto con il Parlamento. Questa è la prassi consolidata e Mattarella si è sempre mostrato molto attento alla forma quando il risvolto costituzionale è evidente.
Questo significa che con ogni probabilità non sarà consentito a Conte di cercare i nuovi puntelli della sua sfilacciata coalizione senza passare per le dimissioni. Altro sarebbe se il premier avesse provocato per tempo un chiarimento parlamentare, prima cioè che la situazione si deteriorasse. Forse in quel caso i dissidi si sarebbero ricomposti e comunque tutto sarebbe avvenuto in modo trasparente, nelle sedi proprie. Aver atteso troppo, giocando sull’idea che Renzi è solo una “tigre di carta”, ha finito per rendere più torbide le acque. Adesso potrebbe essere tardi per salvare il Conte-2. Del resto, il Quirinale ha sempre fatto sapere di essere contrario alle maggioranze raccogliticce e casuali. Soprattutto ha lasciato intendere che un nuovo voto di fiducia è indispensabile se cambia il profilo della coalizione. Quindi è piuttosto chiaro: nuova fiducia significa riassetto del governo, e dunque dimissioni dell’esecutivo precedente.
L’arma per aprire la crisi è perciò nelle mani di Renzi. Conte può ancora disinnescarla, ma dovrebbe concedere parecchio al suo avversario — dalla gestione del “Recovery” ai servizi di sicurezza — e non sembra disposto a farlo. Gli stessi toni, tutt’altro che concilianti, usati verso il capo di Italia Viva nella conferenza stampa di fine anno dicono qualcosa al riguardo. Dopo le dimissioni, tutto può accadere. Persino, ma è improbabile, l’avvento di un governo Conte-3 con una maggioranza diversa (quel raggruppamento di centro a cui lavora qualcuno ai confini di Forza Italia, come testimonia Rotondi). Tuttavia la strada è avvolta nella nebbia. L’unica ragionevole certezza è che al momento le elezioni anticipate vedrebbero prevalere il centrodestra, per quanto diviso e incoerente sia. Il che è un ottimo argomento per chi deve individuare una soluzione all’interno dell’attuale legislatura.
Per la verità, quando il presidente del Consiglio afferma di volersi rivolgere al Parlamento nel caso in cui venga meno il sostegno di uno dei partiti della coalizione, tradisce un’intenzione diversa. Andare, sì, davanti alle Camere: ma per cercare un drappello di deputati e senatori (i famosi “responsabili”) disposti a sostituire i voti dei “renziani”. Il tutto senza passare dalle dimissioni formali dell’esecutivo: il premier è infatti consapevole che il bandolo della matassa resta nelle sue mani solo fino a quando egli è alla guida del governo nel pieno delle sue prerogative istituzionali. Nel momento in cui sale al Quirinale, entra in scena il presidente della Repubblica al quale spetta decidere gli sviluppi in rapporto stretto con il Parlamento. Questa è la prassi consolidata e Mattarella si è sempre mostrato molto attento alla forma quando il risvolto costituzionale è evidente.
Questo significa che con ogni probabilità non sarà consentito a Conte di cercare i nuovi puntelli della sua sfilacciata coalizione senza passare per le dimissioni. Altro sarebbe se il premier avesse provocato per tempo un chiarimento parlamentare, prima cioè che la situazione si deteriorasse. Forse in quel caso i dissidi si sarebbero ricomposti e comunque tutto sarebbe avvenuto in modo trasparente, nelle sedi proprie. Aver atteso troppo, giocando sull’idea che Renzi è solo una “tigre di carta”, ha finito per rendere più torbide le acque. Adesso potrebbe essere tardi per salvare il Conte-2. Del resto, il Quirinale ha sempre fatto sapere di essere contrario alle maggioranze raccogliticce e casuali. Soprattutto ha lasciato intendere che un nuovo voto di fiducia è indispensabile se cambia il profilo della coalizione. Quindi è piuttosto chiaro: nuova fiducia significa riassetto del governo, e dunque dimissioni dell’esecutivo precedente.
L’arma per aprire la crisi è perciò nelle mani di Renzi. Conte può ancora disinnescarla, ma dovrebbe concedere parecchio al suo avversario — dalla gestione del “Recovery” ai servizi di sicurezza — e non sembra disposto a farlo. Gli stessi toni, tutt’altro che concilianti, usati verso il capo di Italia Viva nella conferenza stampa di fine anno dicono qualcosa al riguardo. Dopo le dimissioni, tutto può accadere. Persino, ma è improbabile, l’avvento di un governo Conte-3 con una maggioranza diversa (quel raggruppamento di centro a cui lavora qualcuno ai confini di Forza Italia, come testimonia Rotondi). Tuttavia la strada è avvolta nella nebbia. L’unica ragionevole certezza è che al momento le elezioni anticipate vedrebbero prevalere il centrodestra, per quanto diviso e incoerente sia. Il che è un ottimo argomento per chi deve individuare una soluzione all’interno dell’attuale legislatura.